Mister Papa e la “sua” Nanda: gli inseparabili Amici Ernest Hemingway e Fernanda Pivano.

Ernest Hemingway

Con un “Tell me about the Nazi” (ovvero, “Raccontami riguardo i Nazisti”), sussurrato ad un orecchio, durante il caloroso abbraccio, che segnò il loro primo incontro, in un albergo di Cortina d’Ampezzo, in un fuori stagione del 1948, nasceva uno dei sodalizi più interessanti, fruttuosi, curiosi e spettegolati della storia letteraria del Novecento. Quello tra il più insuperabile romanziere americano della letteratura contemporanea, il Premio Nobel Ernest Hemingway e, colei che l’America ha amato, tradotto, diffuso, scavato e sviscerato più di ogni altro, l’italiana Fernanda Pivano.

All’epoca, lui scrittore affermato, idolatrato dai lettori e bistrattato dalla critica, vittima e protagonista della famelicità dei “media”, gran fama di rubacuori ed incallito bevitore; lei poco più che ventenne, ragazza di buona famiglia, traduttrice dall’inglese di libri osteggiati dall’ufficialità e, per questo, anche tre volte messa in galera dalla censura fascista, l’ultima quando fu scoperto, in piena invasione nazista, il contratto per la traduzione di “Addio alle armi”, da cui l’ammirazione e la curiosità di Hemingway che appena arrivato in Italia, nel dopoguerra, la invitò subito a Cortina. In mezzo, tra loro, le accademie ottuse e limitate, che ci misero molto tempo a prendere in considerazione un testo, poeticamente immenso, come “L’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters e, che etichettavano Hemingway come “un gaglioffo che parla solo di meretrici e di toreri”, come ripetè Caiumi, il critico di un giornale importante come “La Stampa”.

Ma quella ragazza, figlia di una delle famiglie più in vista di Torino e al centro di una cerchia di amici, che l’antifascismo aveva trasformato in una straordinaria ed irripetibile fucina di cultura sfociata nell’Einaudi del dopoguerra, con quell’incontro, all’Hotel Concordia di Cortina, siglerà la sua vocazione a quell’ideale di libertà , nato nel rifiuto di “una dittatura da operetta”, quella dell’Italia di Mussolini e, mille volte ritrovato negli autori di quell’America, Hemingway in testa, che, oltre l’establishment e il conservatorismo spesso reazionario del sistema, era stata la culla della democrazia e dei diritti dell’uomo.

“Ciò che mi legò subito ad Hemingway- ama ripetere spesso la novantenne Fernanda nei suoi racconti personali- fu il suo antifascismo, basato sul fatto di non volere le guerre, di non volere le dittature, ad ogni costo. E poi la sua generosità, quel suo modo sommesso di aiutare decine e decine di persone, senza aspettare ringraziamenti, senza figurare”. Un legame, quello tra Mister Papa e la “sua” Nanda (i vezzeggiativi con cui si chiamavano nella loro particolare ed insostituibile amicizia), condito da una frequentazione piuttosto assidua: Venezia, Cuba e ancora Cortina, i luoghi mitici dell’immaginario hemingwayano, dove i due s’incontravano e lavoravano ai rispettivi libri. “Ho avuto la fortuna di lavorare per mesi al suo stesso tavolo- sottolinea con emozione e commozione nel ricordo Fernanda- guardandolo con attenzione mentre scriveva, sentendomi spiegare con veemenza, perchè faceva certe correzioni o buttava via certi fogli…Un privilegio, il mio, di cui non ringrazierò mai abbastanza gli dei”.

Un legame sul quale molto s’è detto e stradetto (il solito ed insostenibile difetto del pettegolezzo di fronte ad un’amicizia uomo-donna, spesso più intensa dell’amore stesso), soprattutto su un possibile e decisamente irrilevante (rispetto ai risultati impagabili, che l’unione tra i due ha prodotto nella conoscenza del maggiore scrittore americano del Novecento) coinvolgimento di tipo fisico e carnale. La stessa Pivano, donna di sottile ironia e di sopraffina intelligenza è la prima a scherzare su questo punto, giacchè ha sempre sfidato “platee” pruriginose, maliziose e sospettose, a rivolgere qualsiasi tipo di domanda sul suo legame con Ernest, mettendo a tacere, istantaneamente, la pochezza e la rigidità delle “comari” da quattro soldi dei salotti culturali.

Certamente a Hemingway la Pivano voleva molto bene, era molto affezionata, un affetto peraltro grandemente contraccambiato; nutrito, essenzialmente, di stima e di fiducia (Ernest avrebbe potuto rivelare a Fernanda anche dettagli scabrosi e inenarrabili, certo che, nemmeno di fronte alla Bibbia, la “sua” Nanda lo avrebbe tradito…Eh già, siamo rimasti in pochi, inclusa la sottoscritta, a praticare la qualità della riservatezza “sacra”, specie nell’ambito dell’amicizia). La Pivano fu una delle poche a stargli vicino nel 1954, quando ritornò a Venezia, dopo il tragico safari in Africa, che segnò l’inizio della fine dello scrittore. Straziante la memoria che Fernanda accetta di condividere con il pubblico, sull’Ernest di quel difficile periodo di convalescenza…”Io e Mary, la moglie, stavamo sedute per terra intorno alla sua poltrona nella stanza dell’albergo Gritti, il suo preferito, lungo il Canal Grande. Lo guardavamo un po’ impaurite, con dolore infinito, con l’affetto incondizionato che provavamo per l’Uomo e per il Romanziere, entrambi inscindibili. Mister Papa mi accarezzava i capelli e mi diceva che dovevo smetterla di essere buona. Non serviva a niente, mi ripeteva, ma solo a farmi soffrire e, mi guardava con gli occhi più buoni e più accondiscendenti, che io abbia mai visto. Mi diceva, con appassionata schiettezza, che ero leale, “fessa e sfortunata”, senza immaginare che il tempo gli avrebbe dato drammaticamente ragione. Poi cercava di consolarmi: aggiungeva che adorava i “fessi sfortunati” perché erano leali, rispetto ai furbi, sempre più ripugnanti…E lo diceva a gran voce, giacché, in fondo, Ernest era più buono, più generoso di me: insieme formavamo una formidabile coppia di “Fessi buoni e dal talento inquieto”".

E questo lato di Hemingway, così inedito e poco conosciuto, volutamente trascurato dai media che gli preferivano invece la “maschera” dell’Hemingway playboy, dello sprezzante Macho, del superuomo di stampo hollywoodiano, è stata proprio la Pivano a scoprirlo ed a diffonderlo, per rispetto e per riconoscenza sconfinata verso l’Amico Ernest. “Diciamo che questo volto profondo, il volto reale di Hemingway, lo “possedevamo” in pochi all’inizio- racconta Fernanda-…Poi, i giornalisti ed i biografi più sensibili ed attenti hanno cominciato a sostenere che la sua immagine, così come la alteravano i media, non corrispondeva alla sua vita vera. Poiché, nell’intimo del suo cuore e delle sue intriganti storie, Ernest era un personaggio umile, pieno di comprensione per gli altri, col desiderio irresistibile di comunicare al mondo e per il mondo”. Ecco, grazie a Fernanda, le parole della bilancia, che pesa i ricordi, ristabiliscono l’equità della verità: per mezzo della sua competenza lessicale, il Leone d’America ruggisce negli ambienti culturali europei, dove sono approdate le traduzioni infallibili, opera della Pivano, dei suoi quindici libri.

In Hemingway la Pivano troverà oltre al rispetto per la libertà propria e, specialmente, altrui e l’ostilità per ogni tipo di dittatura, anche il desiderio e la pratica di una prosa assolutamente semplice, pulita, secca, che parli di cose semplici, di uomini comuni e non superiori, fortemente avversa alla retorica di tanta letteratura imperante. Una professione di poetica, una sorta di credo narrativo fermo e coerente per Ernest, che da Hemingway in poi investirà tutta la letteratura americana degli ultimi due secoli; non a caso gli scrittori a stelle e strisce degli ultimi vent’anni, con il loro minimalismo e post-minimalismo, vengono definiti semplicemente post-hemingwayani. Una poetica, che Fernanda ha fatto sua, anche nel metodo critico che da sempre contraddistingue e rende così unico e prezioso, antiaccademico e letterarissimo, come un lungo ed affascinante racconto, il suo lavoro di divulgatrice e di testimone appassionata e contagiosa. E’ un metodo che Fernanda deriva ed eredita dal saggista Malcom Cowley, autore della prima biografia autorizzata su Hemingway. Una biografia che Hemingway gli aveva lasciato fare, perché Cowley era stato in servizio sulle ambulanze in Francia, durante la Grande Guerra, nel suo stesso tempo e, quindi, uniti dal medesimo slancio ideologico, che li aveva fatti venire in Europa per combattere la dittatura. Ebbene, Cowley aveva questo modo d’immaginare la critica, da bravo pragmatista, come una simbiosi, cioè, tra la vita dell’autore considerato, la situazione sociale del paese in cui lo stesso si trovava a vivere e poi, finalmente la sua opera letteraria: questa è stata la grande novità di Cowley, mentre in Italia continuava ad imperversare la critica idealistica crociana.

E lungo queste coordinate si è svolta dunque tutta l’esperienza critico-analitica di Fernanda sull’opera di Hemingway: un caso unico, si può ben affermare, in cui la storia letteraria, con i suoi protagonisti (e lei, quelli americani del Novecento, li ha conosciuti e frequentati come amica sincera, praticamente tutti), viene filtrata da una narrazione brillante, coinvolgente, in presa diretta, oggi forse un poco immalinconita dal ricordo di momenti, assai più vivi e vitalistici, di quelli del nostro grigio e rassegnato presente narrativo. Momenti in cui, quel filo rosso della libertà che parte da Hemingway e va fino alla “beat generation”, fino allo smarrimento degli Anni Ottanta e Novanta, ha costituito un’inesauribile riserva di energia creativa, di voglia di cambiamento, di divertita e polemica provocazione.

Tutta la migliore letteratura americana moderna si è svolta sotto il segno della libertà e contro tutto ciò, qualsiasi forma di schiavitù, che questa libertà voleva combattere ed estirpare. Dalle sofferte contraddizioni che segnarono la vita di Hemingway, ovvero quel misto di tenerezza ed avversione, di disperazione e di amore, di ansietà esistenziali sempre spinte verso l’eccesso e mai frenate dalla prudenza, dove l’ultima imprudenza irrimediabile fu l’ultima definitiva offesa al corpo, che gli sfracellò quel cervello che aveva cambiato la faccia della narrativa mondiale contemporanea, in quel tragico 2 luglio del 1961 a Sun Valley, dopo aver cantato la sera prima con l’amata Mary, a squarciagola quella canzoncina canticchiata in Cadore…”Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono: porto i capelli neri…” Dalle inquietudini tormentate di Hemingway, uno “Spirito troppo libero” per quel mondo, fino alle più esasperate manifestazioni di anticonformismo dei “beat”, quel loro voler apparire in pubblico poeti maledetti, trasgressivi ed ubriaconi, mentre magari in privato, come Bukowski, bevevano solo tè alla ciliegia o, quella frenetica esibizione di promiscuità sessuale, esibita ed ostentata come copertura a fragilità e frustrazioni più radicate. Pur nella loro paradossale e visionaria deriva, questi “figli” della libertà indomita alla Ernest, salveranno l’America dal fascismo di un McCarthy, che la stava svendendo ai giapponesi, nel dopoguerra. Sono stati i giovani della “Beat generation”, mossi dallo slancio libertario hemingwayano, con i sandali slacciati, senza cravatte, facendo discorsi spericolati e molto insolenti, lanciando le chitarre e ballando dinnanzi alle istituzioni, ad organizzare, letteralmente, un dissenso popolare, di massa, che ha messo l’America nel dubbio.

Anche se quell’ondata di protesta e di fantasmagorica creatività, accesa dai romanzi di Ernest che era nato per provocare i benpensanti e mandare in bestia i borghesi, pur essendo stato egli stesso figlio dell’America agiata, sembra essersi spenta poi nella desolazione degli anni Ottanta, quando alle giovani generazioni non è restato più nulla in cui credere, dopo che il mito dell’America, invincibile difensore della libertà e dei popoli oppressi, si era infranto nelle paludi sanguinose del Vietnam, la paladina Nanda continua, instancabile ed imperterrita a coltivare il sogno della sua vita: il sogno di una vita libera, piena, poetica ed intensa, come avrebbe voluto l’adorato Mister Papa, che fa innamorare di sé e della sua scrittura ancora milioni di giovani, in tutto il mondo.

Senza Ernest, senza i suoi dettagliati e superbi resoconti giornalistici, anche la sottoscritta oggi non “ricamerebbe” parole con un amore così totalizzante e sconfinato, appreso ed imparato dalla penna coraggiosa del magistrale romanziere. Un “Grazie, Fernanda”, la voce biografica vivente del Maestro autentico di libertà e di stile, ti arrivi da questa umile “spacciatrice di illusioni verbali”: a Te dobbiamo la memoria puntuale e preservata di una meravigliosa Amicizia, l’emozione di un verso, la scoperta di un libro, l’incontro struggente e la conoscenza “privata” di un Autore, che aveva voglia di sognare, che desiderava un mondo migliore, che affidava alla sua scrittura la provocazione di un’utopia. Un Uomo capace di eterni slanci affettivi, che a Cortina, sempre nel 1948, si fece fotografare in assoluta serenità, al caffè “La Genzianella”, con accanto la “sua” Nanda: un’immagine simbolo che riporta tale dedica…”For Nanda with Love, from Mister Papa”…Possiate, miei cari lettori, contrarre quanto prima il “vizio” della Libertà alla Hemingway: una Libertà da leggere, da amare e, sopra ogni cosa, da vivere!!! Vostra Elena P.

Un pensiero su “Mister Papa e la “sua” Nanda: gli inseparabili Amici Ernest Hemingway e Fernanda Pivano.”

  1. Articolo lunghissimo dove chi ha avuto pazienza di leggerlo, si sarà arricchito di aneddoti e di chicche che poche persone conoscono! Brava Elena, la tua passione per la scrittura di porterà sicuramente ad una meta! :-D

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