La caparbia Peggy Guggenheim: chi era costei?

La vestizione della sposa

Temperamento da vendere, rovente ed aspra, di una sincerità devastante per gli altri e per sé stessa, considerata a pieno titolo l’ultima dogaressa in Laguna, sorprendente talent scout, collezionista venerata, musa trasgressiva ed amante libertina di alcuni tra i più geniali cervelli del secolo scorso. Un personaggio, di certo, Mrs Peggy Guggenheim, classe 1898, ereditiera americana dalle fortune altalenanti, fiuto spiccato per le eccellenze artistiche, rapace capacità di ascolto.

Della sua vita divisa tra New York e Venezia, Parigi e Londra (tra una moltitudine di tele e lenzuola, di lutti ed onori, di colpi di genio ed astuzie piccanti, giacché Peggy divorava ed aggrediva ogni esperienza, ma dal canto suo, la vita non le risparmia colpi sinistri), è stato scritto di tutto e di più. Una sorta di “feuilleton” hollywoodiano. “Un terzo d’amore, un terzo d’arte e il resto in soldi” come ricordava lei stessa, la mecenate in sottoveste che in tanti volevano ricca e capricciosa, volubile e debordante. Pettegolezzi, creati ad arte dalla concorrenza sciocca ed erosa dall’invidia. Di fronte ai quali Peggy, come tutte le persone dotate di autostima e d’intelligenza, reagì con l’unica “arma” che si può brandire contro ignoranza e gelosia, ovvero la verità, servita dalla scrittura secca, netta e provata. Stanca di voci su voci, di bisbigli, di dicerie, ad ufficializzare la leggenda, capelli argentei e lingua tagliente, ormai ottantenne, ad un certo punto, ci pensò lei, in persona. Direttamente e con un ulteriore guizzo. Un gesto tipico di Peggy-naso-a-patata-occhiali-a-farfalla-Guggenheim, donna che non ha mai rinunciato ad osare.

Ne nacque una biografia-diario, dal titolo “Una vita per l’arte”: passione, fughe, intuizioni, tragedie, affari, mariti, amanti, figli, vanità e piccoli vizi. Quattrocento pagine, piene d’amore e di disinganno per il mondo dell’arte, ora in ristampa per le edizioni Rizzoli, in occasione dei centodieci anni dalla nascita di Peggy. A breve anche le sedi espositive di New York e di Venezia, facenti riferimento, insieme ai musei Guggenheim di Bilbao, di Berlino, di Las Vegas, alla Solomon R. Guggenheim Foundation, si appresteranno a renderle omaggio, con iniziative e mostre speciali, ma ancora in via di definizione. Il tributo di maggior spicco giungerà dalla Laguna, da Palazzo Venier dei Leoni, sulle rive del Canal Grande, in quella casa-scrigno, dove Peggy, la scomoda, ha trascorso gli ultimi suoi trent’anni di vita, in compagnia di otto pechinesi color crema, degli ultimi numerosi amanti e dei suoi capolavori d’arte moderna: una collezione nutrita e selezionatissima, che spazia dal Cubismo all’Espressionismo, senza dimenticare i maggiori esponenti del modernismo americano e dell’astrattismo europeo.

Buon anniversario, quindi, intramontabile Lady! Una donna forte, incapace di accettare compromessi con la banalità e il conformismo, la nostra Peggy Guggenheim, in Vail, poi in Ernst, solo per citare due dei suoi legami affettivi, ufficializzati dal vincolo matrimoniale. Per taluni insopportabile. Per altri generosa. Un’esistenza dolente ed eccessiva, fuori dagli schemi, trascorsa a scoprire, lanciare e salvare artisti, talvolta alquanto ingrati. Senza mai sfruttarli, pagandoli con puntuale onestà, lasciandoci in eredità una delle collezioni d’arte di maggior pregio di tutto il Novecento. Quella che galleggia in Laguna, dove Peggy acquista nel 1949 quell’elegante palazzo dalla facciata classica e dalle linee morbide, in pietra bianca d’Istria, noto come Palazzo Venier dei Leoni. La marchesa Casati, la precedente proprietaria, alquanto bizzarra, vi teneva un leopardo, lei preferirà una statua sensuale ed erotica di Marino Marini: sarà il suo “biglietto da visita” veneziano, ovvero una sentenza per il mondo, “Io sono così e mi piace quest’Arte”. Una sorta d’incipit lagunare che non lascia posto a mezze misure: Peggy ama scioccare e stupire, sempre con acume e con argomentazioni di spessore, giammai facendo sfoggio di volgarità banale e vuota.

Racconta la nipote Karole Vail in alcuni brani della biografia, “Peggy è stata una donna simbolo del Novecento. A torto, per molto tempo è stata considerata una persona dissacrante e scandalosa. Era solamente libera. Anzi liberata dal piattume di etichette e di preconcetti. Sicuramente egoista, nel senso che il suo ego non accettava di restare in sordina o dietro le quinte. A volte indossava una maschera costruita per nascondere i molti lutti che avevano segnato ed accompagnato la sua vita”. Peggy conobbe, infatti, molto presto il senso della perdita e della solitudine: perse il padre, figura centrale nella sua vita, nel 1912 nella tragedia del Titanic. Perse la sorella Benita, la figlia Pegeen e il suo secondo compagno. La Guggenheim, inquieta ed errabonda, non si proclamò mai una madre ideale, per le frequenti ed inaspettate assenze pare, alcune volte, prediligesse aste ed esposizioni, rispetto alla crescita e all’educazione dei figli. Non desiderava parlare del suo passato, se non con toni epici, talvolta persino ingenui, come tutti i nostalgici.

Come collezionista era insuperabile ed imbattibile: fosse vissuta nel Cinquecento, si sarebbe accorta della superiorità del Caravaggio in un lampo, proprio come la sua Luce, solo guardandolo dentro quegli occhi-fucina di meraviglie. Non regalava complimenti, né risparmiava sciabolate nei commenti e nelle valutazioni, che sapeva sfornare con una rapidità d’intuito eccezionale. Di Kandinsky ripeteva che “assomigliava per la sua affettazione borghese più ad un agente di Wall Street che ad un artista”; il celebre drammaturgo irlandese Samuel Beckett appariva ai suoi occhi come “uno scrittore frustrato, un puro intellettuale, i suoi occhi straniti e sfuggenti non ti guardavano mai in faccia”; per il suo “pupillo” Jackson Pollock coniava espressioni al limite del culto idolatrico, “il più grande pittore, una forza della natura, dai tempi di Picasso”. Una donna vulnerabile, perché scoperta e disarmata nella sua intensa espressività emotiva, che attirava le frecce avvelenate di cinici e sarcastici. Capace di amministrare, però, il suo patrimonio con il piglio di una manager del Terzo Millennio. Donna vanitosa e curata, che trovava il tempo di trascorrere molte ore davanti allo specchio. Incorreggibile Peggy.

Tra gli artisti del suo “vivaio”, amici e protetti, sfilava il meglio delle avanguardi cubiste, astrattiste, surrealiste del Novecento, Pablo Picasso e Piet Mondrian, Vassily Kandinsky, Salvador Dalì, Magritte, Jackson Pollock sino allo sfortunato Tancredi, lanciato, amato e divorato dalla sua brama di originalità e di fermento creativo. Tra gli amanti: Laurence Vail, colto e rissoso bohémien parigino, il torvo e presto disinteressato Beckett, sino allo sfrontato Max Ernst, suo secondo coniuge amatissimo, ma, ahinoi, folle e stravagante nelle passioni per le fanciulle-modelle che frequentavano il suo atelier e per i viaggi sempre più avventurosi. Se la moralità latita, sul fronte della pittura Ernst è dotato di un estro artistico inesauribile e davvero unico, tant’è che Peggy ne rimane ammaliata ed avvinghiata emotivamente. Ecco perché per raccontarvi visivamente al meglio Peggy, da un punto di vista iconografico, non ho scelto il solito ritratto-identikit delle immagini d’ordinanza, bensì uno straordinario olio “La vestizione della sposa” realizzato da Max nel 1940, ricco di figure visionarie e metamorfiche, che lei amava, oltre ogni limite critico e che voi, miei devoti Aficionados d’Arte, apprezzerete quale introduzione pittorica “sui generis” a questo articolo.

Del “suo” Ernst Peggy, illuminata dalla sua genialità, diceva “mi seguono ovunque, negli occhi e nella mente, i suoi capelli bianchi, gli occhi azzurrissimi, il naso che ricorda il becco aguzzo di un uccello e quelle braccia possenti, che si allungono all’infinito, quasi come a cingere tutta l’arte universale”. Una squallida infedeltà inferta da Max al cuore di Peggy e fu l’addio. E’ il 1943: lui si tenne la gloria, Peggy conservò qualche sua opera, di notevole pregio. Già. Peggy e l’Arte, altro nodo cruciale e decisivo della sua esistenza. Le cronache narrano che l’avida Guggenheim comprasse, tra gli anni Trenta e Cinquanta, un quadro al giorno. “Tutti mi offrivano arte di qualità. Persino nel mio letto”, ribatteva con franchezza nella sua biografia. “Ho comprato moltissimo. E quando non ero del tutto convinta, non sussisteva alcun problema: regalavo ai musei”. Sfacciata ed impertinente, fino all’ultimo.

Una donna con i pantaloni per usare un’espressione molto in voga ai giorni nostri, che sprezzava il femminismo stereotipato, Peggy Guggenheim. O, in altre parole, più fedeli all’indole di Peggy, una femminista ante litteram, che dei pantaloni non sapeva che farsene, poiché credeva nella forza dell’unicità e della specificità, non nell’appiattimento e nell’omologazione delle identità. “Li hanno inventati le americane i pantaloni, ma io non li ho mai portati. Ho invece portato il bikini. Ma solo quando era scandaloso e potevo ancora permettermi d’indossarlo”. Indomabile la nostra Peggy e sferzante nelle sue battute al vetriolo.

Racconta Philip Ryland, attuale direttore della Peggy Guggenheim Collection: “Ancora oggi Peggy Guggenheim esercita un fascino incrollabile. Con la sua missione nel mondo dell’arte ha rivestito un ruolo, decisamente maschile. Era molto indipendente. Eppure non rinunciava mai alla sua femminilità. Ai suoi piccoli vizi. Sapeva quello che voleva e non si faceva troppi scrupoli per raggiungere i suoi obiettivi”. Un esempio svetta su tutti: Jackson Pollock. Quando Peggy lo conobbe, aveva solo 32 anni. Sembrava un vagabondo, dedito all’alcol, insomma decisamente poco promettente sul piano sociale, eppure un Universo, senza confini, sul piano dell’originalità e dell’innovazione nel creare, nel dar luce a capolavori di dinamismo pittorico, senza pari. Peggy ne restò folgorata. Firmò assegni, a raffica; si attrezzò di pazienza per il suo carattere spigoloso ed iracondo; si consacrò devotamente alla potenza della sua Arte. Pollock divenne una star e fu libero di essere totalmente un Artista, fino alla morte. Magnanima Peggy! Dio solo sa, miei adorati Lettori, quante cose non si fanno e non si accettano, quando si è stregati dal Genio. Ne parlo con assoluta e felicissima cognizione di causa: dove giace il Talento puro, Elena recupera potenza e slancio vitali!!!

Nelle iniziative che si svolgeranno a New York, a testimoniare amicizia e riconoscenza dei molti che sono passati da casa Guggenheim, ci saranno per la prima volta i curiosissimi libri degli ospiti: firme e schizzi, disegni ed annotazioni musicali. Tra queste, quelle inedite finora di Jean Cocteau, protagonista dell’inaugurazione della galleria londinese Guggenheim Jeune, nel 1938. Verso il quale Peggy non risparmia i suoi strali taglienti, “Per parlare con Jean bisognava recarsi nel suo albergo e, cercare di discutere mentre era a letto che fumava l’oppio”. E senza tradire quel suo essere puntualmente ironica, ma anche altrettanto puntualmente americana, aggiungeva: “L’odore era piacevole, ma quel modo di trattare gli affari era quanto meno strano”. Buffa confessione di una donna che alla normalità preferiva l’eccesso. E che per i suoi primi centodieci anni torna ad essere celebrata nel tempio dell’arte di quei suoi lontani zii, che navigavano nell’oro. E che guardavano con diffidenza la troppo esuberante nipote/concorrente, la piccola-grande Peggy, affamata d’arte e di talento.

Ebbene per quello sparuto gruppo di Aficionados, temerari ed implacabili, che sono giunti a leggermi fin qui, innanzitutto il mio “Bravi!! Continuate così! Leggere (non solo i miei pezzi, chiaramente) è resistere agli attacchi prodotti sulla nostra fantasia dalla mediocrità, dalla velocità, dalla superficialità”. Che cosa avete vinto? Tutta la mia stima, per ora “virtuale” e, i recapiti essenziali, per scoprire in Laguna il tesoro pregiato della Peggy’s Collection: sede Palazzo Venier dei Leoni, Sestiere Dorsoduro 70, raggiungibile sia a piedi, direzione Accademia, che con i vaporetti 1-82, fermata “Madonna della salute”; orari, tutti i giorni, tranne il martedì, dalle 10 alle 18; costo del biglietto 10.00 €; info e prenotazioni tel. 041-2405411; e-mail info@guggenheimvenice.it; sito web www.guggenheim-venice.it. A presto! Vostra Elena P.

Un pensiero su “La caparbia Peggy Guggenheim: chi era costei?”

  1. Ieri suggerivo a mia figlia, che si trova a Bilbao x visitare il Palazzo dell’arte (Guggenhaim) che le prossime tappe dovranno essere Venezia e N.Y. ; ma ancor piu’ importante delle opere che avra’ modo di continuare a vedere, sara’ capire i “motivi pe cui” cio’ e’ stato realizzato. Quindi cercare di entrare nel pensiero dei Guggenhaim. A Lei grazie per le note sulla Peggy Guggenhaim.

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