…E scelsi di vendere l’Anima ai Led, ai leggendari Led Zeppelin!!

I fantastici Led Zeppelin nel 1968!

Un’intensità devastante, selvatica, libera, sferzante, per un suono corrosivo, bruciante, pregnante, come la Storia della musica moderna aveva visto di rado: questo pensai, all’alba di più di un anno fa, ammirando alcune performances artistiche di suprema bellezza sonora ed espressiva. Che cosa stava succedendo? Dove ero vissuta, musicalmente, fino ad allora? Chi erano queste Divinità che squarciavano il mio Medioevo acustico e mi conducevano fuori dalla caverna verso gli orizzonti di un Cielo immenso? Stavo staccando il biglietto per un viaggio incredibile, dentro l’essenza e il midollo dell’Arte musicale contemporanea; stavo salendo su un Dirigibile, da cui, adorati BeppeBloggisti, non sono, in verità, più scesa…Ebbene sì: stavo vendendo l’Anima ai LED!!

Senza dubbio il miglior regalo Rock del XX secolo e degli anni a venire è quest’eccellente Band a forma quadrangolare, un Quadrato dai Superquattro Vertici di Diamante in fatto musicale, che deve il proprio nome a un gioco di parole inventato dall’amico Keith Moon, batterista degli Who: ovviamente, vi stiamo presentando i Led Zeppelin, il Dirigibile d’Acciaio battente bandiera britannica, guidato da Robert Anthony Plant alias The Cry-L’Urlo (20 agosto 1948), Mister Jimmy Page, al secolo James Patrick Page, alias The Guitar Magician (9 gennaio 1944), John Henry “Bonzo” Bonham alias Il Martello dei Led (31 maggio 1948, sempre tra noi spiritualmente e ritmicamente, ma passato nell’Olimpo dei Batteristi il 25 settembre 1980) e John Paul Baldwin Jones, bassista e tastierista (3 gennaio 1946).

Nati sulle ceneri degli Yardbirds, mitica formazione dove era cresciuto Jimmy Page, i Led affrontano nel 1968 la responsabilità del debutto sulla scena musicale con la disinvoltura e la sicurezza dei Predestinati. Cominciano a frasi conoscere come supporter dei Vanilla Fudge nel tour americano e, poi sfornano una memorabile collezione di canzoni Rock-Blues (un paio agguantate dal patrimonio di Lillie Dixon) da K.O. scioccante nel loro primo lavoro discografico, dal titolo “Led Zeppelin”. L’esordio avviene al Marquee di Londra nell’autunno del 1968; il gruppo suona subito a mille e Peter Grant, il manager, non fatica a trovare un ingaggio presso la potente etichetta Atlantic. In breve esce un album strepitoso, sovraccitato, che diventa storico e leggendario negli Annali del Rock e viene registrato in economia (trenta ore di studio!). Nel disco i Led indicano felicemente la loro strada, citando Dixon e i maestri del Blues, ma abbandonandosi anche a digressioni e fantasie di ottima memoria psichedelica. Con un aggressivo blues elettrico di grande potenziale e gli splendidi duetti tra la voce di Plant e la magnifica chitarra di Mister Page, gli Zeppelin colmano il vuoto lasciato dall’opera incompiuta dei Cream e si propongono come ponte ideale tra il beat blues dei Sessanta e l’hard Rock dei Settanta. Brani come “Dazed and Confused”, “Comunication Breakdown”, “Babe I’m gonna leave you” rimarranno a lungo tra i classici dell’epoca e non solo.

Ottenuto subito uno straordinario successo, consolidato con numerosi concerti di qua e di là dell’Oceano, appena otto mesi più tardi, nel 1969, in evidente stato di grazia collettivo, i Led licenziano il secondo album, “Led Zeppelin II”, che ribadisce le splendide sollecitazioni sprigionate con il loro avvento. Si bissa e si supera il grandissimo riscontro degli esordi: il pubblico mostra di apprezzare l’energica “Whole Lotta Love” e la tirata batteristica, oltre 15 minuti di travolgente assolo percussionistico di “Moby Dick”. Raggiungono il primo posto delle classifiche angloamericane: un fenomeno destinato a ripetersi per dieci anni, alla pubblicazione di ogni album. Page alla chitarra e Plant alla voce sono un fulmine di bravura a ciel sereno nell’universo Rock: dimostrano di aver imparato la lezione del Blues delle radici, alternando sortite elettriche esplosive a più raccolte ballad acustiche. “Whole Lotta Love”, “Heartbreaker”, “Bring it on home” sono sigilli da capiscuola! Ė l’inizio di una trionfale carriera che porterà altri sette album al numero 1 e farà della Band inglese una delle più grandi leggende della musica internazionale, di ogni tempo.

In un gruppo dominato da due personalità di spicco, fisiologicamente accentratrici come quelle di Page e Plant, il rischio è di schiacciare i partner a ruolo di comprimari: ma John Paul Jones e John Bonham s’impongono con naturalezza per l’abilità musicale e la puntigliosa presenza nella tessitura della musica dei Led Zeppelin, contribuendo anche alla composizione di alcuni brani. Il nuovo test discografico con “Led Zeppelin III” è superato di slancio: album di eccellenza assoluta, annovera alcuni titoli intramontabili dei Led, “Immingrant Song”, “Since I’ve been loving You”, “Gallows Pole”, “Tangerne”. Incanta la duttilità con cui svariano tra atmosfere quiete ed accelerazioni veementi, che di fatto inaugurano il filone Heavy Rock. IL Gruppo effettua una mossa coraggiosa: anziché ribadire l’hard facile del disco precedente, sperimenta soluzioni originali, con largo uso di chitarre acustiche e sorprendente definizione di un nuovo genere (gli esperti parlano di “soft hard”), che offre inedite sonorità folk, illuminate da capolavori come “Gallows Pole”, “That’s the way”, “Hats Off” (omaggio al solitario folksinger Roy Harper) e soprattutto dal fantastico Blues di “Since I’ve been loving you”. La gentile “Tangerine” e la dura “Immingrant Song” saranno gli estremi di questo rinnovato “Zeppelin sound” anche nel nuovo decennio.

Nel 1971 i Led riescono ancora a stupire gli stessi fan, centrando con un paio di ballate irresistibili il bersaglio, come solo i mostri sacri e i fini strateghi sanno fare. “The Battle of eversore” è un omaggio al patrimonio folklorico britannico, che si avvale della voce di Sandy Denny, ma è soprattutto “Stairway to heaven”, così densa di simbologie magiche, di presenze esoteriche, a colpire l’immaginario collettivo, divenendo il passaporto ufficiale della Band. Il quarto capitolo della saga zeppeliniana rafforza il mito, anche grazie a una tambureggiante tournèe dal vivo in mezzo mondo. I Led infatti intraprendono un colossale tour internazionale (Giappone, Australia, Europa: non ottengono il visto d’ingresso in Cina per via delle folte chiome). Le esibizioni del Quartetto diventano leggendarie che fanno il tutto esaurito un po’ dovunque, in una vertiginosa crescita di popolarità, che li porterà ad essere la migliore live band di tutto il rock. Il 3 luglio passano anche per il Vigorelli di Milano, dove va in scena uno dei grandi disordini pubblici di quegli anni, giacché la protesta studentesca s’insinua nell’evento rock: la spettacolarità e la forza trascinante dei Led andrà sul palco solo per una ventina di minuti, prima dell’intervento massiccio della polizia. Gli Zeppelin intraprendono un lungo tour mondiale (Giappone, Australia, Europa: non ottengono il visto d’ingresso in Cina per via delle folte chiome).

Nel 1973, dopo un anno trascorso interamente in tour e in studio, esce “House of the Holy”, come il precedente in equilibrio tra brani hard e delicate ballate semiacustiche: i Led mantengono i medesimi toni epici, i due timonieri scelgono deliberatamente di deviare dalla formula così netta e filante, per accogliere tra i materiali del gruppo anche spruzzate di Reggae come nel brano “D’yer maker” e di Funky soul “The Crunge”, oltre alla consueta alternanza elettro-psichedelica, ma piacciono di più al grande pubblico le classiche ispirazioni folk metal di “Over the hills and far away” e di “The Rain Song”. Page sperimenta anche alcune collaborazioni con il cinema, ovvero registra le musiche di “Lucifer Rising”, una pellicola di Ken Anger. Nel 1974 nasce la Swansong, etichetta personale del complesso e del manager Peter Grant: nel cast fin dall’inizio anche la partecipazione e la presenza in catalogo di Bad Company, Maggie Bell e Pretty Things. Non si vive di solo rendita e il quartetto, nel 1975, allarga ancora più le maglie, pubblicando il primo doppio della carriera con un progetto ambizioso e potente, dal titolo “Physical Graffiti”. I Led si spalancano a sonorità ed influenze inusitate, come l’orientaleggiante e mistica “Kasmir”, oppure il funky metal di “Trampled Underfoot”.

Il doppio disco lascia prefigurare un immenso potenziale compositiva ed espressivo della Band, anche oltre le barricate Rock Blues, anche se i critici più ottusi cominciano a parlare di logorio e stanchezza. Ebbene, alle perplessità della critica Page e compagni rispondono sul palco: a Earl’s Court, Londra, suonano cinque concerti in cinque giorni, tutti rigorosamente “sold out”, esauriti. Dopo la pubblicazione di “Physical Graffiti”, Plant rimane seriamente ferito in un incidente automobilistico in Grecia e la sua convalescenza costringe il gruppo a un lungo stop artistico. E’il periodo in cui Page e Plant scrivono materiale per “Presence”, che diventerà nel 1976 il primo disco di platino del gruppo. Ottimi spunti, esecuzioni scintillanti , di particolare pregio la chitarra lacerante di Page, ma sembrano attenuarsi i picchi estasiati del passato, poiché, registrato in Germania, si tratta di un lavoro musicale prevedibilmente d’alta quota,pur risultando comunque emozionante. Caratteristica della band, da questo momento, sarà una ferrea autoregolamentazione di esibizioni e di pubblicazioni discografiche.

Alla metà del decennio i fantasmagorici Quattro iniziano a lavorare al progetto di un film, parzialmente biografico sulla vita del gruppo, montato con spezzoni live del 1973, registrati al Madison Square Garden di New York. La pellicola trova posto nella colonna sonora di “The song remains the same”, che diventa quindi l’ossatura live dell’omonimo film, contorto, alchemico, destinato a fini quasi diaristici, ma anche ad esorcizzare fantasmi ed inquietudini esistenziali del Gruppo. Nove lunghe canzoni in un crescendo artistico, che tocca l’acme con le esibizioni chitarristiche di Page, travolgente alle corde, capace di compiere incantesimi sonori con un archetto e con gli acuti sferzanti e metallici di Plant. La pellicola diventa una delle piùnote in ambito rock, assieme a “Woodstock” e al “Last Concert” dei Cream. Nonostante sia l’unico live ufficiale non è molto amato dai fans, che gli preferiscono montagne di “bootlegs” (il leggendario e quadruplo “Destroyer”, per esempio) che offre qualità più incerta, ma danno il vero senso di un’esibizione dei Led. Sempre nel 1976 Page e Plant suonano con i Bad Company, Jones coi Pretty Things. Nel 1977 uno spiacevole incidente rovina i rapporti del gruppo con il pubblico americano. Ad Okland, il manager Peter Grant, il batterista John Bonham e alcune guardie del corpo percuotono membri del servizio d’ordine di Bill Graham: il fatto, amplificato dalla stampa e collegato ad altri episodi precedenti, provoca una cattiva reputazione al gruppo e porta a multe e guai con la polizia.

Inizia quindi un lungo periodo di crisi interna: muore il figlio di Plant per infezione virale, Bonham si rompe un polso in un incidente d’auto, Page e Plant si “scontrano” più volte su questione artistiche e di repertorio. Dopo altre un anno, nel 1979, i Led tornano in studio a Stoccolma, negli studi degli Abba, partorendo un lavoro “In through the out door” frastagliato e a tratti nervoso, tra fughe nuoviste e freni inibitori: una sorta di bazaar, che raggiunge in un batter d’occhio la top ten, come gli otto che lo avevano preceduto, ma rappresenterà anche l’ultima espressione della Band originaria. Per la prima volta, dopo quattro anni, i Led riprendono le esibizioni dal vivo, con esiti straordinari, nella madre patria, a Knebworth. Alla fine dell’anno Plant, Jones e Bonham partecipano al benefit-live per la Cambogia, di cui alcune tracce le possiamo trovare in “Concert for the people of Kampuchea” che uscirà due anni più tardi, nel 1981; nel frattempo Plant, da parte sua, si va vedere spesso con altri artisti, soprattutto Dave Edmunds e i Rockpile.

Il 25 settembre 1980 segna l’inizio di un epilogo, che il caso fa giungere con inaudita crudeltà nelle vite dei Quattro e nell’amore sconfinato dei loro milioni di Fans. John Bonham, il Bonzo mansueto e mite degli esordi, il Funambolo inarrestabile della batteria, l’istinto divenuto ritmo, viene trovato morto nel suo letto per soffocamento, dopo una serata da abusi alcolici. Il 4 dicembre, con una decisione spontanea e sentita in maniera unanime, i compagni di Moby Dick annunciano l’irrevocabile separazione: Jones si ritira in studio a fare il produttore, Page sceglie una carriera di bassissimo profilo, Plant riscopre invece una propria dignità artistica, testimoniata da ottimi dischi. La morte di John Bonham, stimato e adorato visceralmente dal resto della Band, segna di fatto il capolinea dei Led Zeppelin, che respingono anche l’ipotesi più convincente ed allettante di continuare senza l’Amico: il disco “Coda” è l’ultimo atto, un puzzle di otto tracce con inediti, rarità, outtakes del periodo 1969-78. La storia di uno dei più gloriosi, innovativi, eccellenti, straordinari Gruppi inglesi termina con un annuncio di scioglimento che diventa, nel medesimo tempo, un commovente ed autentico ricordo e messaggio di affetto per l’indimenticabile compagno scomparso. Jimmy Page e Robert Plant prenderanno strade separate, ma torneranno a lavorare insieme negli anni Novanta con la sigla “Page & Plant”.

Il Dopo-Bonham mi astengo dal narrarlo: il sound Zeppeliniano è custodito e conservato nella formazione Quadrangolare degl’inizi e, rimane incastonato nelle esibizioni memorabili dal vivo, e nell’elaborazione di espressioni musicali dalla potenza espressiva e dalla varietà stilistica di portata cosmica. Il Dirigibile d’Acciaio, che secondo i critici ottusi avrebbe dovuto affondare già dopo pochi mesi dalla nascita, è riuscito a volare oltre l’arcobaleno del Rock, è riuscito a stupire i quattro angoli del Globo, è diventato un Tempio Sacro della Musica internazionale…Ebbene quel Dirigibile rispiccherà il volo ogni volta che udirete il grido primordiale e infinito di Plant, il fraseggio elegante ed intenso di Page, il “diapason” sincopato del basso di Jones e, sopra ogni cosa, quei quindici minuti di vertigine e spasimo percussionistico dello stupendo ed insostituibile Talento del caro ed incancellabile Bonzo…E permettetemi di concludere dicendo, non me ne voglia la Regina…GOD SAVE THE LED ZEPPELIN…FOREVER!! Vostra Elena P.

3 pensieri su “…E scelsi di vendere l’Anima ai Led, ai leggendari Led Zeppelin!!”

  1. …Per anni ascolti della musica, più o meno piacevole…Poi incontri QUALCUNO e cominci ad ascoltare LA MUSICA…Quest’articolo non ci sarebbe senza quel Qualcuno, a cui dedico ogni parola sui Led che avete letto…Buona Vita Naviganti, in qualsiasi Mare stiate veleggiando!! Elenina muy Led…”Lonely, Lonely, lonely…”!!

  2. Sono stato Io a far conoscere i Led Zeppelin a Elena…e adesso che gli ha venduto l’Anima come la mettiamo…? :-) Brava!!

  3. *______*

    ciao! mentre cercavo un’informazione sui Led mi sono imbattuta nel tuo blog..bellissimo post,bellissime parole..la nostra anima allora è molto più vicina di quanto pensiamo,non ci conosciamo ma è nello stesso posto..
    ne approfitto per chiedere anche a te la curiosità che stavo cercando,nella canzone All My Love,perchè il titolo è appunto All My Love mentre nel testo Robert canta All Of My Love?
    quale spiegazione sensata che io non colgo c’è dietro?

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