“Dolomitando” tra le vette più spettacolari del mondo: dall’Isarco al Piave.

Pelmo e Pelmetto

Ben ritrovati miei carissimi lettori, inizierò questa mia conversazione “virtuale” sull’amata montagna, altro universo prediletto dal mio cuore, partendo paradossalmente dal mare. Vi potrà sembrare strano, ma non è così, credetemi: le fantastiche Dolomiti sono legate all’acqua marina, per motivi generativi. Giacché fra le Alpi e l’Adriatico, cioè fra la Mitteleuropa e Venezia, porto ed ingresso verso l’Oriente fin dalla notte dei tempi, si estende un patrimonio inestimabile di montagne straordinarie e disordinate, che sono note nei quattro angoli del pianeta, con il nome di Dolomiti ed, è proprio di loro che intendo narrarvi, sorretta dall’amore sconfinato, nutrito per questo scrigno di rocce e di punte. Montagne che non sono nate dal cuore pulsante della terra come il granito o il porfido, ma direttamente dall’acqua. Uniche, se non le più belle, che esistano al mondo.

Ecco, quindi, svelato l’arcano paradosso che lega le Dolomiti all’orbe acquatico: sono affiorate dal mare circa 230 milioni di anni fa, come sofferte barriere di corallo, quando il continente emerso era praticamente unico: la cosiddetta Pangea. In questa s’insinuava un golfo chiamato Tetide, il cui fondo coincideva con la zona tropicale dove ora si trovano le Dolomiti. Nate e vissute, dunque, come una leggenda. Dal mare hanno avuto in dono i colori: quelli infuocati del tramonto e rosati delle albe, il pallore del grigio nelle notti di plenilunio, le sfumature di mille tavolozze durante il giorno. Dal mare hanno ereditato anche la conformazione di arcipelago, in netto contrasto con le linee severe ed uniformi delle Alpi, tanto che le Dolomiti, più che incollate al suolo della madre Terra, sembrano galleggiare come zattere alla deriva fra valli ed altopiani, in eterna circumnavigazione esplorativa.

Questi scogli audaci di un arcipelago, dotato di un fascino superbo, si chiamano Marmolada, Antelao, Civetta, Pelmo, Sassolungo, Cristallo, Odle, Tofane, Sorapis, Tre Cime, Catinaccio, Brenta, Marmarole, Popèra e molti altri, ugualmente o ancora più arditi, architettonicamente indisciplanti, geologicamente rari, esteticamente da mozzare la favella, all’istante, per monumentalità e perfezione. Difficile stilare una classifica, ma ad onor del vero tra gli Amori rocciosi più spiccati della vostra Elena rimane imbattibile il Pelmo e, accanto al maestoso “gemello maggiore” per dimensioni, il Pelmetto, “gemello inferiore” solo per proporzioni: sono un’autentica Divinità dolomitica, ribattezzati i “Gemelli” dal Nikonista infallibile, alias Beppe, che li ha onorati più volte con scatti, a dir poco immortali nella loro rara limpidezza di forme e di contorni, come si può ammirare nell’immagine clamorosamente bella ed inconfondibile, scelta quale introduzione visiva di quest’articolo.

Le pareti delle Dolomiti sorprendono per la loro arditezza, per la loro vertiginosa verticalità, per quel loro sprezzo assoluto verso le regole della stabilità, per il disordine equilibrato di picchi e guglie, per l’equilibrio disordinato (passatemi il gioco di parole, grazie!) costruito millimetro su millimetro attraverso milioni e milioni di anni di lavorìo continuo, artigiane di se stesse, limate, corrose dal vento e dalle intemperie, sfregiate dai fulmini nei millenni, smembrate, ferite, lacerate dal ghiaccio, percosse dai flutti che hanno creato cenge, diedri, fessure, terrazzini e, tanti piccoli giardini pensili con fiori dai mille colori intensi. Dolomiti dure e cortesi nello stesso tempo. Non solo sassi di speciale suggestione. Ma anche conchiglie bellissime, alghe giganti, arcaici coralli marini.

I cacciatori del Mesolitico non erano nati lassù. Venivano dalla pianura ad inseguire stambecchi e camosci, o qualcosa di simile che laggiù si erano estinti. I loro bivacchi di 8-10.000 anni fa, sul Colbricòn davanti alle Pale di San Martino, quelli vicino a Passo Gardena, la tomba istoriata e colorata di un guerriero in Val Rosna, il sito dell’Uomo di Mondèval ai piedi della Croda da Lago, stanno a dimostrare come lungo i millenni le Dolomiti fossero sempre state frequentate e traversate per scambi commercaili, per motivi di caccia e di pascolo, certamente anche per relazioni ed occasioni di conoscenza, seppur presumibilmente difficili. Mi piacerebbe anche poter immaginare che fossero visitate, già allora, per alpinismo ed escursionismo, ma sappiamo che queste due piacevolezze appartengono al mondo ricco di ier l’altro e di oggi, non certo ai tempi di sopravvivenza come quelli.

Nel 15 a.C. giunge in questi luoghi meravigliosi re Druso e con lui la guerra. Fra le “montagne sorte dal mare” abitano i Reti, che erano indigeni di queste valli e, altre genti sconfitte dai Romani; più tardi gli stessi discendenti dei Romani si stabiliscono in questo Paradiso, sconfitti dai barbari nel 612 d.C. Sul territorio si riscontrano ancor oggi frammenti di cultura retica: un castelliere fortificato sopra Màzzin in Val di Fassa e, una baita di tronchi dell’età del ferro in Val Gardena. La casa di legno a tronchi sovrapposti si dice ancora “tambra” che è termine celtico, o “baita” che appare retico: così possiamo apprendere dai testi specifici degli studiosi e noi ci crediamo, se la documentazione ci soddisfa per serietà!

E’ dei Romani la costruzione della Via Claudia Augusta Altinate. Questa, dopo aver toccato Feltre e Belluno, raggiungeva l’Ampezzano e la Pusteria (circa queste ultime località ci sono diverse scuole di pensiero; molti, infatti, dissentono dalla suddetta teoria e, per correttezza, mi pare giusto citare anche il loro disaccordo). Qui passarono i barbari. Le popolazioni romane si mescolarono a quelle retiche e si originarono i Ladini, attualmente radicati nelle valli della Badia, Fassa, Gardena e Livinallongo. In Ampezzo, Cadore e Comelico, non si stabilirono i retici, ma i norici (celti e paleoveneti). Il popolo ladino, che all’ombra delle Dolomiti ha vissuto i lunghi giorni della storia, è stato spesso invaso, diviso, spezzettato (anche oggi vive in tre province), ma ha saputo ugualmente costruire una sua cultura millenaria e una sua civiltà ben precisa, sorretto da un giusto equilibrio, pur senza riuscire a costituire mai uno “Stato ladino”. La storia di queste popolazioni, insomma, arriva da lontano ed, è stata costruita strato su strato, onda dopo onda, così come gli atolli corallini che sono poi divenuti le loro montagne.

Chi giunge nelle Dolomti partendo da una delle sue capitali: da Bolzano per la Val d’Ega o la Val Gardena, da Trento verso la val di Fassa o, da Belluno su per la Val del Piave e laterali, ha subito la sensazione di dirigersi verso un maniero incantato e mutabile, sommerso da antiche leggende e tradizioni. Qui la natura si unisce alla fantasia e rocce e favole si fondono con la storia orale delle popolazioni locali. Storia fatta d’immani fatiche quotidiane, dalle quali la gente ha saputo trarre spunti per arricchire fantasia, tradizioni, costumi e genuinità. La leggenda di Re Laurino, una delle più affascinanti, mito germogliato sulla sconfitta e sul tradimento perpetuato nei confronti dei Ladini, evidenzia chiaramente lo stretto ed inestinguibile rapporto fra genti e montagne.

Il teatro di posa, definiamolo così, è il Catinaccio, che i tedeschi con fine intuizione chiamano Rosengarten, ovvero Giardino delle rose, dove Re Laurino condusse l’avvenente Similide dopo averla rapita al re della Stiria. Per farla felice creò, fra le rupi e le cenge della montagna, un meraviglioso giardino rosato. Ciò attirò l’attenzione di Teodorico, re dei Goti, quel terribile “castigamatti” dei Romani, che decise di visitarlo. Laurino non gradì la cosa e dette battaglia. Furono giorni epici. Laurino perse la guerra e fu fatto prigioniero a Bolzano, mentre le rose del suo giardino incantato appassirono per le troppe violenze. Anche Similide gli era stata sottratta. Allora Re Laurino, che aveva poteri magici, trasformò il giardino delle rose, abbarbicato lassù fra le nuvole cariche di pioggia, in una moltitudine di guglie rocciose che dovevavno restituire il colore di quei bellissimi fiori, soltanto nelle ore tristi del tramonto, in ricordo della libertà perduta e del suo sogno d’amore infranto.

Un’altra storia molto poetica racconta che il figlio del re di Ladinia aveva un sogno: arrivare sulla Luna scalando le pallide pareti delle montagne di casa. Durante una notte ci riuscì, arrampicando lungo le ombre spettrali prodotte dalle rocce dolomitche, che si allungavano fino alla Luna. Qui giunto, trovò un castello e, dentro, una fanciulla bellissima di cui subito s’innamorò. Ripetendo la scalata in senso inverso portò l’amata sulla Terra, al suo villaggio. La ragazza lo amò, ma, nonostante le stupende montagne tutt’attorno e la bellezza del luogo, ha nostalgia del silenzio notturno della sua Luna. Anche il giovane, quando va a trovarla lassù ed ad amarla, diventa prigioniero di una struggente malinconia, si sente quasi morire e deve far ritorno ai colori gagliardi e lucenti della sua Terra. Così i due amanti decidono di lasciarsi e si scambiano un fiore, in modo che ognuno serbi dell’altro un caro ricordo: una stella alpina bianca e un rododendro rosso. Poi l’amore finisce e i sogni si spengono, ma non prima di aver trasmesso alle rocce il segreto lunare, cioè quel pallore notturno che ha dato alle Dolomiti un altro nome fantastico: i “Monti pallidi”. Le leggende, dunque, sono tutt’uno con la storia delle Dolomiti ed ogni valle, ogni paese coltiva la sua speciale versione.

La dolomia, roccia costitutiva di questi monti, invece, fu scoperta da un “nobil homo” francese, un certo Dieudonnè-Sylvain-Guy-Tancrède de Gratet de Dolomieu (1750-1801), avventuroso quel tanto da essere in viaggio nel 1788, in piena rivoluzione, fra Bolzano e Trento dove raccolse alcuni campioni di roccia calcarea che presentava, a differenza della calcite, una scarsa effervescenza se trattata con acido cloridrico. Spedì i campioni al geologo ginevrino Nicholas de Saussure (figlio di Horace, uno dei primi scopritori del Monte Bianco) proponendo di chiamare il nuovo minerale col nome di “saussurite”. Il geologo ritenne giusto, invece, di battezzare la scoperta col nome di “dolomite”, in onore di Dolomieu, cosa che fu unanimemente accettata. (La frase: “Andiamo ad arrampicare in saussurite” ha rischiato di entrare di diritto nel dialogare degli sportivi). La dolomia, dunque, tecnicamente è una roccia carbonatica di origine marina, derivata da sedimenti di organismi invertebrati come alghe, molluschi, coralli, carbonato doppio di calcio e magnesio, le cui particolari qualità determinano l’aspetto strutturale delle Dolomiti.

La lotta di Teodorico contro Re Laurino appartine alla leggenda, ma vere furono le battaglie fra Venezia ed il Tirolo, vere le invasioni napoleoniche, la rivoluzione di Andreas Hofer (Dio, Patria, Famiglia, il suo motto), tragicamente vere le lotte sui fronti dolomiti nel primo conflitto mondiale. Qui Alpini e Kaiserjager (giovani del Kaiser), disperatamente abbarbicati sulle creste delle Dolomiti del Cadore, dell’Ampezzano, dell’Agordino ed altrove, difesero con il loro sangue le rispettive sacre rocce. Anche nella seconda guerra mondiale, le Dolomiti furono teatro di guerra e di resistenza, anche se in forma minore.

Ma un’altra invasione era in agguato: quella del turismo di massa. Invasione dagli indubbi risvolti positivi in termini di benessere per le popolazioni interessate, ma sconvolgenti in termini di sradicamento delle tradizioni, del deturpamento di quel paesaggio che fino agli anni Sessanta rappresentava una delle più pure e rispettate “wilderness”, ovvero zone selvagge, d’Europa. Le genti delle Dolomiti oggi sono di fronte ad una scommessa, che non potranno perdere: tutelare il loro ambiente in modo intelligente e senza estremismi e, soprattutto, saper offrire la loro storia intatta alle nuove generazioni come garanzia per un domani migliore. Una storia fatta di rispetto e di equilibrio fra uomo ed ambiente che sono, in definitiva, il concentrato della cultura Ladina.

Nell’Ottocento arrivano nelle Dolomiti i primi turisti, poi i primi alpinisti, che fanno conoscere al mondo attraverso entusiastici scritti e deliziosi disegni, le bellezze incontaminate dei luoghi. Cacciatori di camosci locali avevano già calcato qualche cima, ma non certo per diletto sportivo; era la fame e la passione a mandarli lassù. Era il bisogno, inizialmente che li obbligava ad accompagnare sulle vette i signori, per lo più benestanti inglesi. Ecco John Ball che scala il Pelmo nel 1857 ed inaugura ufficialmente l’era alpinistica di queste montagne. Ecco Paul Grohmann, viennese, a mietere vittorie su vittorie: in Marmolada nel 1862, al Monte Cristallo nel 1865, sul Sassolungo e sulla Grande di Lavaredo nel 1869. E’ da allora che le Tre Cime di Lavaredo sono diventate il simbolo mediatico della terra dolomitica. Ecco Maurice Holzmann, che si ricorda perché fu un bravo quanto sconosciuto gentiluomo tedesco-inglese, che negli anni Settanta dell’Ottocento vinse i colossi dolomiti del Popèra. Lo si ricorda anche, per sottolineare come la storia a volte sia cattiva con qualcuno e, fin troppo buona con altri. Holzmann aveva fatto cose egregie per quei tempi, con una delle guide più illustri, Santo Siorpaés, ma nessuno ne ha mai parlato. Forse il motivo stava in questo particolare: Holzmann era segretario personale del re e della regina d’Inghilterra, viaggiava scortato, quasi in segreto. Forse non se ne doveva parlare. E non se ne parlò.

Su questi scogli magnifici di resti marini, su queste forme bizzare che come evocano le immagini capolavoro di Beppe ricordano volti di fanciulla, ombre di cavalieri, mitici animali preistorici, l’alpinismo è arrivato ad ondate ardimentose, portato avanti dalle generazioni successive con il ritmo dell’infrangersi delle onde sulla riva rocciosa. Tra i massimi divulgatori ottocenteschi delle Dolomiti, spiccano due inglesi, anzi quattro visto che erano sempre accompagnati dalle rispettive consorti: Josiah Gilbert con la moglie Susanna Green e George Cheetham Churchill con la moglie Anna Maitland. Questi fecero lunghe peregrinazioni alpine nel 1861, 1862, 1863 dalla valle dell’Isarco e delle Dolomiti Occidentali fino alle Dolomiti Orientali, poi al bacino dell’alto Piave, alla Pusteria e nella valle del Gail, fino alle Alpi Carniche e alle Giulie. Nel 1864 Gilbert e Churchill pubblicano a Londra il grandioso e primo libro sulle Dolomiti:”The Dolomite Mountains” (Le Montagne Dolomitiche), per primi pubblicizzando il nome Dolomiti nel mondo. Poi Gilbert pubblica nel 1869 un’altra opera summa: “Cadore or Titian’s Country” (“Cadore la terra del Tiziano”), aprendo la porta ad una moltitudine di scrittori ed artisti, che in seguito decanteranno le Dolomiti come un vero e proprio Eden del Mondo intero.

Nel 1862 viene aperta la ferrovia del Brennero fino a Bolzano. La Grande Strada delle Dolomiti è inaugurata nel 1909 e collegava Bolzano con Cortina d’Ampezzo, tre giorni di carrozza, tappe nei lussuosi alberghi della Belle Epoque. L’agenzia londinese Cook, fondata nel 1845, mandava qui i suoi turisti, inseriti nel Grand Tour in Italia, obbligo culturale prima ancora che turistico. Al centro del percorso fra Tirolo e Venezia stavano in posizione superba le Dolomiti e il Grand Tour le tagliave in mezzo: Cortina diventava una tappa d’obbligo. Madonna di Campiglio, ai piedi del massiccio del Brenta, stava nescendo. Un solerte imprenditore locale trasforma il vecchio ospizio dei Templari in uno “stabilimento alpino” e Franz Joseph Oesterreicher, che si diceva fosse figlio naturale dell’imperatore Francesco Giuseppe e, mandato lì, perché se ne stesse buono, sviluppa e lancia la zona come centro privilegiato di vacanze per la nobiltà ausburgica e, anche per lo stesso imperatore e, per l’imperatrice Sissi. E, come dimenticare Amelia Edwards, pure lei viaggiatrice audace e disegnatrice eccellente; e Leslie Stephen (padre di Virginia Woolf) che per primo definì le Dolomiti nel 1871, come “The playground of Europe”, il terreno di giuoco dell’Europa. Terreno di giuoco, quindi, non più luogo di miti e di leggende. Ma su questo non tutti sono d’accordo, la sottoscritta in primis.

Segue l’epopea del grande alpinismo, prima esplorativo, poi sempre più temerario e sportivo fino alle grandi vittorie degli anni Trenta e quelle sempre più evolute e difficili, degli anni a venire. Il resto della storia è alla portata di tutti. Il turismo elitario, aristocratico di un tempo è diventato, grazie a Dio, un bene per tutti. E’ esploso dopo il Sessantotto con l’abbattimento delle barriere ideologiche ed economiche ed, oggi le Dolomiti si sono trasformate, ahimé, in un concreto “terreno di giuoco” d’Europa, ovvero nell’area che comprende la maggior concentrazione, in assoluto, d’impianti di risalita: sono 460 e servono 1200 chilometri di piste. Il fenomeno Dolomiti ha resistito ancora una volta, anche sotto il profilo sociale. La scommessa ladina di cui parlavo all’inizio, cioè l’equilibrio fra l’uomo e la natura, non è stata snobbata tragicamente come molti vogliono farci credere. Sarebbe ancora più bella e reale, questa scommessa, se le Dolomiti fossero maggiormente rispettate, non solo “idolatrate” e poi dimenticate, sia dai Ladini (suoi figli naturali), che dagli amanti autentici di rocce e colori che qui vengono a ritemprarsi.

Dalle rudi e maschie fortificazioni dei profili dolomitici il mio sguardo scorge là in fondo, quasi evanescenti fra le brume azzurrine, le Prealpi Trevigiane, la mia terra natale. Le stesse che si vedono, ma da altra angolazione, dalle mura di Treviso in un vicino profilo montano dai contorni gentili, non tormentati da antichi sconvolgimenti marini: sono il Cansiglio, il crinale del Visentin col Monte Cesen inondato di narcisi nei mesi caldi, il Grappa con il Monfenera e il Tomba, i Colli Asolani, il Montello e tutte le altre morene dolcissime, che il preistorico ghiacciaio del Piave ha spinto qua e là, con forza e con un po’ di bizzarria geologica. Per questi monti non si può parlare di scoperta, di conquista, di ardimento alpinistico. Questo è un altro mondo, quello delle “Damigelle prealpine”, assai più abbordabile, ma assolutamente, non per questo banale. Perdersi nelle valli selvagge del Grappa, ad esempio, rappresenta un’esperienza da brivido, pari al perdersi nel canalone di Val Gravasecca, nelle Dolomiti di Auronzo. Non per niente, qui si sono risolte le sorti d’Italia nel 1918, complice una natura tutt’altro che benevola con chi non la conosceva a fondo. Ma se ti “accontenti” di una traversata come quella che dal Monfenera porta a Cima Grappa, sarai felice come sulla vetta della Tofana.

Il Cansiglio mi appare più mite, più bonario, più avvolgente e rassicurante, boscoso e verdissimo. Regno di un escursionismo sano e rigeneratore, d’estate e d’inverno. Da lassù si scorge la piana divisa in lunghe fette di prati coltivati, di colore bruno-verde e, al tramonto si ammirano le ombre che si allungano e poi si stringono quasi in un abbraccio, verso la pianura e la città di Treviso. Voglio molto bene al Cansiglio, al suo poderoso e scabro Pizzoc, perché è stato il protagonista di un aneddoto a me caro: il primo incontro visivo con l’Arte di Beppe avvenne, ammirando una selezione folgorante di scatti sulla faggeta cansigliana…La vividezza di una tavolozza immortalata con maestria, fuori del comune; il dinamismo colto nel suo istantaneo rivelarsi sui dettagli della natura; i chiaroscuri, già resi (effetto tecnico prodigioso da rendere negli scatti a colori) con la forza di un Artista consumato: quelle foto ebbero il potere di trasformare la cornice che mi ospitava in uno sfondo indistinto e lontano, nessun colore, nessuna forma, nessuna essenza attorno; solo di fronte a me, Qualcuno che, dopo molta banalizzazione espressiva, mi regalava, con l’umiltà dei Grandi, l’unicità di un vero talento.

Dal Cèsen, o meglio, dall’Endimion fino al Visentin, la costiera meridonale è trevigiana. Terra aspra questa, come non sembra ad uno sguardo distratto. Dai dolci declivi a vitigno di Valdobbiadene, dai castagni di Combi e Miane, di Cison, di Revine e oltre, subito ci si inerpica faticosamente, per guadagnare la cresta. Ed è sudore questo, né più né meno di quello che spendi sulle Dolomiti.

Una processione di colli smussati e lirici si diparte da Onigo e termina ad Asolo, città leggendaria, dove ogni donna si sente principessa ed ogni uomo poeta, con la rocca di origini preromane e i suoi cento orizzonti, come amava decantare il famoso Carducci. Qui tenne corte per vent’anni Caterina Cornaro, regina di Cipro. Qui soggiornò la divina Eleonora Duse, poi sepolta nel cimitero che guarda il Grappa. E di Asolo s’innamorarono poeti e scrittori come Robert Browning, Pietro Bembo, Eugenio Benson. Asolo: sinonimo di storia, arte, cultura, bellezza, di trevigianità autentica, perché tutto ciò non è disgiunto dalla buona e sana abitudine del mangiar bene e del bere di qualità. Asolo, per la sottoscritta, anche sinonimo del giglio rosso di Francia che campeggia sulle uniformi dei Moschettieri, di dumaniana memoria…Ma questa è un’altra storia, troppo privata per condividerla con voi, miei adorati lettori…Non vogliatemene, ma sono un’incorruttibile “bocca cucita” sulla mia “privacy”.

E infine c’è il Montello, troppo piccolo per essere un monte, troppo grande per essere un colle, troppo vero per essere una semplice morena laterale. Il Montello è semplicemente tutto questo. Del monte ha i panorami e anche qualche pretesa svettante verso il cielo; del colle ha la foresta con i suoi prodotti; della morena ha le radici nella ghiaia e nei massi erratici. Il Montello, in definitiva, è la prealpe per antonomasia, sta appena fuori porta e tutti, ma proprio tutti, ci possono andare in questo labirinto di stradine; a piedi, in bicicletta, a cavallo…Purtroppo anche in auto!

Alla fine di questa carrellata emozionante, sgorga sempre più salda in me la convinzione che non baratterei la mia culla veneta con nessun tipo di residenza nazionale od internazionale, giacché come cantano i Belùmat, storico duo bellunese ed, è proprio vero…”Sto Veneto ne par un Paradiso”! Alle prossime escursioni! Vostra Elena P.

3 pensieri su ““Dolomitando” tra le vette più spettacolari del mondo: dall’Isarco al Piave.”

  1. Quando Elena si immerge nella sua adorata scrittura, escono sempre degli articoli molto interessanti ed io sono fiero che collabori per il mio e suo Blog! Grazie…

  2. Ottima e esauriente spiegazione delle nostre Adorate e Bellissime Dolomiti, le montagne,a mio avviso,più belle del creato. Grande Elena,se qualcuno non le conosceva,ora le conosce perfettamente, al tuo prossimo articolo by Dany

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