L’ultimo dei Romantici, il primo dei Moderni: Gustave Courbet!

Considerato il maestro del realismo ottocentesco, Gustave Courbet (Ornans 1819 – La Tour de Peilz 1877) concepisce l’arte come mezzo di trasformazione del mondo. Nato in Francia da un padre a metà tra il signorotto di campagna e il contadino laborioso e operoso, con un nonno materno fedele ai principi della rivoluzione del 1789, Gustave respira, fin da bambino, il clima infuocato della Franca Contea degli anni Trenta del XIX secolo, caratterizzato da ondate di scioperi e dal diffondersi degli ideali socialisti.

I suoi inizi sono oscuri: si sa solo che frequenta diversi atelier come allievo esterno. Sebbene la sua formazione non abbia seguito un iter tradizionale, il corpus del pittore è ricchissimo e costellato di diversi capolavori. La sua produzione artistica può essere divisa in tre periodi. Nel primo, dal 1824 al 1848, le sue opere, come l’ “Autoritratto col cane nero”, “Le guitarrero”, o “L’homme à la pipe” del 1846, possono essere definite,per tema e per stile, ancora romantiche, sebbene si stia già formando la sua ideologia ispirata alla corrente realista.

Il secondo periodo, che va dal 1848 al 1871, è il momento dell’invenzione e della militanza socialista e realista. L’artista si afferma al Salon del 1849 con sette tele, fra le quali il “Dopopranzo a Ornans” è una vera novità. Come decreta il critico Champfleury, con questo quadro “Courbet esiste” e paragona il dipinto alle “grandi assemblee di borgomastri di van der Helst”. Evidentemente, il viaggio in Olanda compiuto da Courbet nel 1847, con lo studio delle opere di Rembrandt, di Bartholomeus Van der Helst e di Frans Hals, aveva lasciato il segno. “Un viaggio come questo fa apprendere più di tre anni di lavoro”, aveva infatti commentato il pittore.

Con “Funerale a Ornans”, esposto al Salon parigino del 1850-51, oggetto al contempo di scandalo e di successo, nasce la fama di Courbet. L’opera sbalordisce sia per il suo verismo: è un insieme di ritratti per cui hanno posato molti abitanti di Ornans, dal sindaco al becchino. Courbet viene tacciato di trivialità e definito “L’apostolo del brutto”. Ma c’è anche chi, come il critico Pual Mantz, intuisce la sua grande forza dirompente e definisce l’opera: “Le Colonne d’Ercole del realismo”. La terza fase artistica di Courbet va dal 1871 al 1878 ed è caratterizzata da una sorta di panteismo naturalistico, caratteristica che già si era manifestata negli anni Sessanta nelle marine e in alcuni.

Come osserva il critico Jules Castagnary: “Egli sente, con poesia e forza estrema, la natura e la vita come densissimo magma di materia, a cui poi le modulazioni dei valori e dei colori danno varietà di roccia, vegetazione, carne”. Definito con disprezzo “pittore socialista” da un certo Monsieur Gardin, Courbet risponde: “Accetto ben volentieri questa denominazione. Io sono non solo socialista ma ancor più democratico e repubblicano e, in una parola, partigiano di ogni rivoluzione e sopra ogni cosa realista. Realista significa amico sincero della vera verità”. Ostile al Secondo Impero di Napoleone III, Courbet frequenta l’opposizione intellettuale rappresentata dal filosofo Pierre-Joseph Proudhon, di cui condivide le utopie umanitarie, dal cugino scrittore Max Buchon, e dall’editore Poulet-Malassis. Courbet polemizza poi con il Sovrintendente alle Belle Arti di Napoleone III, Emilien de Nieuwererke, che spesso rifiuta l’acquisto delle opere del pittore da parte dello Stato.

Nel 1870 Courbet rifiuta la Legion d’Onore dichiarando che: “Lo Stato è incompetente in materia d’arte, quando tenta di premiare, invade il gusto del pubblico”. Dopo la caduta di Napoleone III, sconfitto dai Prussiani a Sedan, Courbet è eletto presidente della Federazione degli artisti, con l’incarico di proteggere le opere d’arte. Nel 1871 viene delegato alla conservazione del Louvre e mentre la situazione a Parigi precipita, con i Prussiani alle porte della città, Courbet adotta misure speciali per proteggere musei e monumenti. Avventatamente si lascia però sfuggire, durante una conversazione in un caffè, alcune frasi sulla necessità di demolire la Colonna Vend?me, emblema dei trionfi di Napoleone III. Il 24 maggio 1871, durante i tumulti della Comune, Courbet viene accusato di quella distribuzione e condannato a sei mesi di carcere. Il pittore, ammalato, sconta la sua pena, prima nel carcere parigino di Sainte Pélagie e poi nella clinica di Neully. Durante la sua detenzione esegue un “Autoritratto in prigione” e diverse nature morte, soggetti che continuerà ancora a dipingere fino alla fine dei suoi giorni.

Nel 1873 si riapre il processo a suo carico e Courbet viene condannato a pagare un’ingentissima somma per le spese della riedificazione della Colonna Vend?me. Il pittore assilato dai problemi del processo e prostrato dalla malattia, è costretto a fuggire in Svizzera. Non smette, però, di lottare e lavorare fino alla morte, che lo coglie, all’età di 52 anni, a La Tour de Peilz, in Svizzera, assistito dalle cure dell’amatissimo padre. L’accordo che contraddistingue la tavolozza di Gustave di toni spenti, scuri, terrosi, grigio-brunastri, le resa palpitante dell’immediatezza reale delle cose fanno del pittore francese il rappresentante centrale dell’arte ottocentesca, lo spartiacque che segna la fine del romanticismo lirico e letterario per un’interpretazione diretta, forte e, a tratti perfino scandalosa della vita.

Il termine “realismo” può semplicemente indicare la traduzione puntuale della realtà nell’opera d’arte. Ma Courbet, la cui pittura scura e greve con soggetti spesso scabrosi o perfino osceni crea continui contrasti con i critici più sofisticati e con gl’ideali borghesi, non propone una mera imitazione esteriore, ma il tentativo d’immedesimarsi in tutte le componenti della vita, in modo vero e autentico. La pittura realista si pone, quindi, in contrasto con gli ideali moralistici, che avevano caratterizzato l’arte accademica. Adesso vengono portati sulle tele i poveri, i lavoratori e i derelitti: non a caso, il realismo trova successo e diffusione in Europa dopo i moti del 1948. I temi cari al romanticismo, come l’esotismo, il sublime e la spiritualità, vengono sostituiti da situazioni più vicine alla durezza e alla spietatezza della quotidianità.

Il maestro ritrae contadini e borghesi di una comunità campagnola con un’attenzione, che capovolge quella che sino ad allora poteva considerarsi una scena di genere in un quadro di storia. E’ anche caratteristico di tali opere, rispetto al successivo modo di dipingere dell’artista (che impiega ampie superfici ora levigate, ora bituminose e usa generosamente la spatola per creare una sorta di evidenza plastica), la tranciata nettezza delle figure, che si sottrae a ogni suggestione o misticismo patetico e romantico, per dare corpo ad una più pregnante rappresentazione della realtà. Vostra Elena P.

2 pensieri su “L’ultimo dei Romantici, il primo dei Moderni: Gustave Courbet!”

  1. Oh Mio Capitano, è sempre un piacere immenso ricomporre per TE e per il pubblico del nostro BeppeBlog!! :-) Elena P. :-)

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