Klimt, Kokoschka e Schiele: i geni scandalosi della Secessione viennese.

Egon Schiele Seated Woman

Gustav Klimt, Oskar Kokoschka, Egon Schiele, ovvero la Triade magistrale più rappresentativa dell’età d’oro austriaca, agl’inizi del secolo scorso, capaci di scuotere l’arte europea, oltre ogni convenzione, oltre ogni steccato di stile, forma e contenuto.

Gustav Klimt, capofila della Secessione, affida a simboli dell’antichità greco-latina, il nascente fermento del Modernismo viennese. Disegna, nel manifesto concepito per l’esordio del gruppo secessionista, nel 1897, il prode eroe mitologico Teseo, vittorioso sul feroce Minotauro, sotto l’occhio protettore di Pallade Atena, la saggia dea virginale che assiste la devota “polis” di Atene. E poco dopo l’instancabile Klimt compie uno schizzo “storico”, per il primo numero di “Ver Sacrum” (“Sacra Primavera”), la rivista del movimento, ossia una filiforme fanciulla, svestita, i lunghi capelli sui piccoli seni, due fiori che le spuntano ai piedi: è la “Nuda Veritas”, in atto di levare uno specchio allo sguardo dell’uomo moderno, talchè possa vedervi in esso il suo vero volto. Sono, sopra ogni cosa, due forti emblemi di rivolta e di affrancamento. Teseo libera la gioventù ateniese da un sanguinoso tributo; la figuretta femminea preposta alla “Sacra Primavera” invita, con il suo “speculum animae” (“specchio d’anima”), a quell’inedito viaggio interiore, da cui nascerà “l’homo aesthetico-psychologicus”, molto Narciso e molto disgraziato, in balia di un mondo relativistico, alla deriva, ormai senza centro. Perchè la modernità rifiuta, da sempre, l’ordine sereno dei padri e scopre il disordine sofferente dei figli. Anche Klimt pare allinearsi alle teorie di Freud, suo contemporaneo, officiante in Bergasse n°19 a Vienna, tra le acque torbide dell’Acheronte e, in una capitale austriaca ingessata, entrambi innescheranno lo scandalo.

A lasciare i farisei accademici di stucco provvede per primo, per l’appunto, proprio il nostro sofisticato Klimt, affermato artista della “Ringstrasse”, il grandioso anello urbanistico cui l’età  liberale del secondo Ottocento rimette il suo trionfo edilizio, nel segno progressivo di “Recht und Kultur”, nel ritmo mistilineo dello storicismo. Un florilegio di stili scorrono in città : classico il “Reichsrat”, gotico il “Rathaus”, rinascimentale l’”Universitat”, barocco il “Burgtheater, ovvero tutte scenografie magnifiche e false, nel contempo, che Adolf Loos, il monacale mago del “trompe l’oeil” nella Russia profonda di Caterina II, bollerà categoricamente, definendo Vienna su “Ver Sacrum” come una “città di Potemkin”. E’ dunque Klimt a dar fuoco alle polveri, ma non solo per distacco dai rappresentanti dell’ammuffita accademia “Kunstlerhaus”, ovvero non per quella Secessione più chiassosa, che erige il suo tempio laico, firmato da Olbrich e gli marca sopra il portale il suo nuovo credo, “Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà ”. Ebbene sì, il bel sacello modulare tuttora visibile sulla “Friedrichstrasse” diviene bersaglio di qualche sbeffeggio benpensantista. E’ però niente o quasi al confronto con l’uragano artistico, che di lì a poco sommerge lo stesso Klimt e, il suo già felice rapporto con la committenza imperiale.

Lo scandalo, virulento, esplode a rate, all’alba del Novecento, via via che Gustav presenta i suoi eccentrici lavori come “Filosofia”, “Medicina”, “Giurisprudenza”: immagini enigmatiche, visionarie, allegoriche, corpi che si attorcono ignudi, fluttuanti, dolenti, donne che sbalzano mantiche, terrificanti, attraenti. Tre dipinti concepiti per l’Ateneo universitario ubicato sul “Ring”: dipinti bocciati con sdegno, seduta stante, dai parrucconi accademici e, distrutti dalle fiamme nell’apocalisse del 1945. Tre opere che segnano il destino di Gustav e, la sua fuga consolatoria nell’aureo sogno di Bisanzio e dei suoi mosaici. Nel mezzo, in quel pugno d’anni, ritroviamo anche lo straordinario “Fregio di Beethoven”, ancora lì, nel palazzetto della Secessione, a testimoniare il genio provocatore di Klimt: oscuro e dorato, dionisiaco ed apollineo, erotico ed estetico; una fantasmagoria che sottende il dolore dell’uomo moderno e il suo regresso nel guscio rasserenante dell’arte.

E già qui c’è tutto il percorso creativo di Klimt, il suo vaso di Pandora scoperto e richiuso, la rivolta edipica contro la cultura dell’apparenza e il rifugio dell’ego ferito, nel giardino dell’edonismo. Il fatto è che Klimt dipinge una “Filosofia” che non rassicura, una “Medicina” che non risana, una “Giurisprudenza” che non risplende. Dipinge il regno cosmico del caos, non l’auspicato trionfo positivistico della luce sulle tenebre. Il fatto è che il grande Klimt, allo specchio della “Nuda Veritas”, comincia a vedere le proprie (e le altrui) ossessioni, quelle che il perbenismo ritiene inguardabili. Istinti, angosce, insicurezze, incubi di sesso e di morte, donne sinuose, serpentine, chiomate, donne snelle, esibite, invitanti, “femmes fatales”, che accendono il desiderio dell’uomo e lo riducono alla paralisi ipnotica. Donne svelte di lama come Giuditta, donne come Erinni ieratiche, donne come Gorgoni anguicrinite.

Almeno fino al ripiegamento successivo al bruciante dileggio, quando, folgorato in San Vitale a Ravenna, Klimt s’incammina sulla via di Bisanzio, lastricata d’oro e di gemme e, volge a tutto campo verso quell’opera d’arte totale, che promana dal barocco asburgico, da Richard Wagner e dalla Ringstrasse e, che trova nella “Wiener Werkstatte” la sua artigianale fucina per l’Art nouveau e dèco. Un marchio di classe per la società colta ed influente, curiosa di modernità, desiderosa di bellezza: arredi, oggetti, tessuti, vestiti per il bel mondo che aspira a case e chalet tutti “Sezessionstil”, o per gli Stoclet di Bruxelles, committenti del palazzo-emblema della Wiener, dove Klimt esegue un “Albero della vita” musivo, di rutilante splendore.

Ritrattista, Gustav colloca le dame di quel ricco “milieu” molto israelita su fondi astratti, dorati, intarsiati. Ritrae Margaret Stonborough-Wittgenstein, figlia di Karl, grande mecenate della Secessione e, sorella di Ludwig, il logico d’acciaio che per lei creerà in architettura, progettandola a Vienna, un’algida dimora ultra-loosiana. Ritrae Adele Bloch-Bauer con effetto d’icona, quasi come un’abbagliante imperatrice Teodora. E ritrae, in una fluida veste alla Paul Poiret (il sarto francese che sta liberando, in quegli anni, le donne dal corsetto ed influenza l’èlite viennese), anche la bella, fulva, slanciata Emilie Floge, sua compagna e sua musa per un ventennio, nonchè creatrice di moda in contatto con gli ateliers parigini di Worth e Vionnet e, poi di Chanel e Schiaparelli. Indossano insieme, l’artista e l’amica, stilizzate tuniche in puro stile secessionista e, vanno in vacanza sull’Attersee, dove lui si dedica a quiete pitture di paesaggio, talune sull’onda dell’Impressionismo…E’ il canto del cigno dell’inimitabile Gustav!!

Oskar Kokoschka, più giovane, è un artista che cerca ed istiga lo scandalo e, si compiace di lasciar attoniti e secchi i borghesi. Esordisce alla “Kunstschau” del 1908, il leggendario evento pensato dall’ingegno inesausto di Klimt e dal collega Carl Moll, patrigno di quell’Alma Schindler che rovinerà l’esistenza del roventissimo Oskar. E’, la “Kunstschau”, la mostra della pubblica reintrance di Gustav, che vi si presenta convertito all’oro di Bisanzio, ad un erotismo armonioso ( si pensi ai quadri “Danae” e “Il bacio”), ad allegorie (“La morte e la vita”), senza più traccia d’inquietanti, indecenti inferni. E’ la mostra-apogeo dello stilismo eretto a pilastro di vita e, della Wiener Werkstatte che ne è la griffe polivalente. Ma è anche la mostra, appunto, in cui un guastatore sconosciuto, tale Oskar Kokoschka, al soldo della Wiener, mette simbolicamente un ordigno nel leggiadro giardino e manda tutto all’aria. Debutta Oskar da pittore-poeta, con un’ambigua fiaba in versi: disegni decorativi esotico-naifs, ma testo dissonante, allusivo alle turbe psico-sessuali dell’adolescenza. Replica l’anno dopo, sempre alla “Kunstschau” che celebra l’avanguardia europea, con un psicodramma per il teatro (manifesto sanguigno), dedicato ala guerra assassina tra l’uomo e la donna. Cose irritanti che destano un certo scalpore. Lui ci marcia, esagera, insiste. Da “rompergli le ossa”, dirà il marziale erede al trono Francesco Ferdinando e, l’oltraggioso Oskar perderà per questo un paio di posticini da insegnante.

E però intanto, messo a soqquadro l’hortus conclusus del panestetismo, la realtà espressionista entra in scena, con irruenza devastatrice. Quel giovanotto strafottente, che piace molto a Klimt, piace anche a Loos, a Karl Kraus, a Schonberg e, insomma alla pattuglia degli scontrosi, dei rigoristi, degli anti-ornamentali. Di chi propugna un nuovo, non compiacente ordine. E così a fondo Oskar incanta anche il protorazionalista Loos, da diventarne il pupillo, il protetto per eccellenza. Loos, terzo, con Wagner e Hoffmann, della grande triade d’architetti viennesi, procura a Kokoschka molte committenze per ritratti, dove spesso gli effigiati non ostentano atteggiamenti gargati e corretti. Volti che andranno anche dritto alla psiche, ma con un realismo non lusinghiero, tesi, febbrili, scavati, colore impastato, graffiato, sommesso, tela in vista. Non ne esce un granchè sul piano dell’armonia estetica, nemmeno Alma Schindler, vedova Mahler può dirsi ben ritratta: lei, l’epocale “allumeuse” (ruffiana) intrinseca all’intellighenzia, in fama di grande bellezza, in realtà soltanto belloccia; una mitomane di temperamento e, più tardi una dea matronale di un salotto viennese frequentato benissimo, odiata a morte dal futuro Nobel Elias Canetti. Soprattutto amante del focoso Oskar, che per lei stravede, considerandola l’”amour-passion”, che gli durerà l’ultranonagenaria esistenza. Alma diverrà una vera ossessione, la sua Euridice del Mito, l’eterno fantasma della sua vita.

Oskar, ad onor del vero, non può dirsi il primo espressionista viennese: il primo, di vibrante verità , è il parecchio perturbato Richard Gerstl, scoperto solo post portem, quello che forse introduce alla pittura Schonberg e, gli manda in tilt la vita, peraltro già agra. Capita che, mentre s’ingegna a rompere la tonalità, in parallelo con il “bombarolo” Oskar, il povero Arnold Schonberg si scopra marito tradito dalla scialba e spenta Mathilde Zemlinsky, madre dei loro due figli, che chissà come seduce il poco più che ventenne Richard Gerstl e con lui, scappa di casa. Finisce nel dramma, ovvero che lei ritorna in famiglia, il giovane Gerstl si suicida e Schonberg sfoga in pittura (oltre che in musica), occhi fiammeggianti, lacrime, petto ardente, il suo lacerante grido del cuore. Nel frattempo, Kokoschka impazzisce per l’abbandono di Alma e la sua ritrattistica si fa specchio struggente e straziante del suo profondo ed incontenibile dolore. E’ la Secessione dei cuori, oltre che dei colori, miei cari lettori!!

E veniamo all’indomito Egon Schiele, qualche anno meno di Oskar e come Oskar nei ranghi della Wiener, nato quando Klimt è già al lavoro sulla Ringstrasse e, dallo stesso Klimt sostenuto alla “Kunstschau” del 1909; morto infine come Klimt, nel 1918: Schiele è il più dannato e sregolato di tutti. Non se ne conoscono amori con donne più o meno celebri: gli si riconosce un ordinario “concubinaggio” con una modella, Wally e, un matrimonio borghese che sa di convenienza, con la più volte ritratta Edith Harms. Egon è il “peintre più maudìt”, il pittore più maledetto, l’iconoclasta per eccellenza (il distruttore delle immagini gradevoli), nato sotto il segno di “Eros e Thanatos”, ossia dell’”Amore e della Morte”. E’ il più tagliente, il più disperato, il più spoglio, il più visibilmente nevrotico. Anche il più anatomico: sul proprio corpo, maniacalmente riguardato e, sul corpo femminile, spudoratamente esposto.

“Pornografo” del disegno, lo etichetteranno, a quel tempo, gli ultrarigoristi. Che pensano bene, è il 1912, di sbatterlo in galera per ventiquattro giorni: accuse pesanti, rapimento e corruzione, attentato alla pubblica decenza. Al fresco, il geniale ribelle, che vanta il segno elegante ripreso dall’adorato Klimt e la sua tavolozza policroma con intensi paesaggi d’impianto geometrico, cala di temperatura emotiva: passa da un espressionismo “elettrico”, che indaga la psiche e batte la fobia dei tabù, ad un tratto più disteso, meno radicale, meno autoreferente, a visioni più umanistiche e meno imbarazzanti, capaci di emanare un’acerba dolcezza come la “Donna seduta”, opera compiuta nel 1917, con cui ho scelto d’impreziosire questo mio articolo excursus, per introdurvi allo Schiele più soft e “politically correct”.

Rivoluzionario, Egon aspira anche alla fama, ai vestiti eleganti, ai patronati influenti: conquista la protezione dei Lederer, mecenati della Secessione come i Wittgenstein, i Bloch-Bauer, i Primavesi. Anela ad essere il nuovo Klimt e, come Klimt si atteggia ad essere il suadente “sacerdote dell’arte” che dipinge per allegorie e per simboli. Gli eventi lo condurranno a diventare una “prima donna”: sulla ribalta viennese, all’alba del 1918, Schiele è senza dubbio il più grande o, forse, sarebbe meglio dire, il solo. Klimt è stato appena colto da un ictus e Kokoschka è lontano da Vienna, in Germania. Ma il Fato incombe e dispone, secondo leggi crudeli. Il flagello dell’influenza spagnola porta via in tre giorni lui e la moglie incinta, a fine ottobre, mentre l’Austria imperiale affonda nella Grande Guerra, ormai perduta. Diventerà un mito, riscoperto, negli anni Sessanta, dalla folgorante gioventù contestatrice europea.

La grande stagione culturale battezzata da Klimt imbocca il viale del tramonto: la storia prende altre strade e Vienna sopravvive, instabilmente, fino alla diaspora del 1938. Klimt è volato verso i lidi celesti, insieme a Schiele; Kokoschka, sopravvissuto, al sicuro a Londra, non pensa soltanto ad Alma Mahler che fugge con Werfel in America, ma si cimenta con un nuovo dipinto, ricco di intensità, “Alice in Wonderland”. Nel 1945, il giorno in cui i sovietici sciamano per le vie di Vienna, un vecchio, fervido sostenitore di quel cerchio artistico che fece capo ai Secessionisti, si uccide: è il patrigno di Alma, il già citato Carl Moll, ritratto a suo tempo da Oskar, con delle sembianze fuastiane, simile ad un nazi entusiasta. Ebbene il nazi come il suono delle trombe secessioniste sceglie di tacere per sempre. Moriva la Vienna dello scandalo. Nasceva la Vienna della Triplice e Mitica Alleanza: Klimt, Kokoschka e Schiele. Alla prossima scorribanda, miei devoti lettori, a caccia di altri tesori pittorici. Vostra Elena P.

5 pensieri su “Klimt, Kokoschka e Schiele: i geni scandalosi della Secessione viennese.”

  1. Visto che gli articoli di Elena sono molto dettagliati e bel scritti, oltre che a leggerli non vi sembra il caso di lasciare qualche commento? :-) Brava Elena continua cosi!!

  2. Ottimo articolo, molto dettagliato,interessanti storie di tutti e tre gli artisti complimenti. La storia di Klimt mi ha catapultata nel DVD che ho visti circa un mese fà, mentre nella storia riguardante Egon, per mia opinione personale,ho notato qualche attegiamento, nel carattere, in comune con Caravaggio, entrambi erano ribelli,mentre la vita di Kokoschka l’ho trovata piuttosto intaressante.Brava Elena , la mia “scrittrice preferita” al tuo prossimo articolo by Dany

  3. Brava Elena , trovare chi entra nel vissuto, artistico ed umano della “mia triade”, non è affatto facile.
    Li ho amati sin da quando, li vidi, per la prima volta, a 19 anni in una piccola mostra con 3 lavori di ognuno di loro. Li ho adorati incontrandoli a Vienna e tu hai fatto rivivere la loro immagine e la loro grandezza, nei miei ricordi.
    Grazie

  4. Sono tornata da Vienna da qualche giorno e entusiasta delle opere ammirate al Belvedere cercavo delle informazioni sugli autori più famosi…è così che ho trovato e letto questo articolo ..faccio i miei complimenti ad Elena per l’esposizione chiara e dettagliata. Grazie per il lavoro accurato e così interessante che ci hai lasciato

  5. Congratulazioni vivissime ad Elena Pilato, per l’analisi precisa e la bellezza dell’esposizione critica.Grazie per la chiave di lettura innovativa offerta al lettore.
    Angela S.N.

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