Salvate il Sergente Niland: la storia del vero soldato Ryan

Non sparò ltre le linee nemiche e, nessun Tom Hanks, alias il Capitano John Miller del capolavoro cinematografico di Spielberg, Salvate il soldato Ryan, corse a salvarlo. Ma la vicenda reale e documentata del sergente “Fritz” Niland, americano medio, è tragica e straordinaria, nel contempo: eroe per caso, Frederick Niland non ha solo colpito, in modo indelebile, il mio immaginario e la mia spiccata dedizione ai fatti storici del D-Day, ma ha anche ispirato il kolossal di Spielberg.

Ragazzo solare e pieno d’entusiasmo, era l’unico ad apparire senza divisa, su quella pagina-memoriale del quotidiano “Buffalo Evening News” di New York. Gli altri tre indossavano tutti il loro regolare berretto militare, appoggiato in testa e, mostravano quell’espressione facciale un po’ intimorita, tipica delle foto ufficiali. Solo lui, il “nostro” Frederick, sorrideva davvero, spensierato, in camicia e pullover. Era quello in basso a destra, sotto Edward e Preston ed, accanto a Robert, ovvero i quattro fratelli Niland. Quattro ragazzi come tanti, in America. Almeno fino al giorno prima della pubblicazione di quelle foto. Perchè, quella sera dell’8 luglio del 1944, quando il giornale arrivà in edicola, sopra le foto c’era il titolo che raccontava una storia d’eccezione: “Tre figli dispersi dopo l’assalto in Normandia, informati i genitori”. E poi, in caratteri più piccoli: “Only the youngest is safe”, solo il più giovane è salvo. E il più giovane era lui, il “nostro” Frederick, senza cravatta e con un sorriso radioso.

Tre fratelli rubati dalla stessa guerra. Un quarto, Fritz, ficcato in qualche angolo lontano della Normandia. E un ordine di servizio, chiaro e forte, parte da Washington ed arriva fino ad Omaha Beach, sulle coste normandesi, dove un mese prima, il 6 giugno, erano sbarcati i Marines: scovatelo. E portatelo a casa, perchè la guerra sarà pure una bestia feroce, ma nemmeno ad essa e, per nessun tipo d’ideale, si può permettere di strappare quattro figli ad una madre. Vi sembra una storia già vista, miei perspicaci ed affezionati Lettori? Avete ragione: è la trama di Salvate il soldato Ryan, film toccante, realistico, disperato, che trasse l’essenza dei fatti proprio dalla vita del sergente Niland. Una pellicola che sbancò gli Oscar, ma soprattutto che prima di giungere sullo schermo, è stata una storia vera, fatta di carne e sangue: la vicenda di Frederick, “Fritz” Niland, 24 anni, sergente paracadutista, 101esima divisione aerotrasportata, Compagnia H, ossia il vero soldato Ryan, come compare in uniforme militare, nell’immagine che introduce il mio articolo.

I Niland erano una famiglia normale, in quell’America di provincia anni Quaranta, fatta d’isole urbane felici, tutte uguali, villini a due piani, cassetta della posta color rosso ed, aiuole inondate di rose. La loro, d’isola, si chiamava Tonawanda, Stato di New York. E’ lì che abitavano papà Michael, operaio in ferriera, mamma Augusta, casalinga e, i sei ragazzi: due femmine e quattro maschi. L’ orgoglio di casa, specialmente da quando era scoppiata la guerra. E i fratelli Niland, da classici americani, si erano arruolati. Tutti e quattro. Edward 31 anni, era nel Pacifico, cannoniere sui B-25. Preston, 29, sergente paracadutista nella 82esima divisione. Robert, 25, sergente in fanteria. Fritz aveva scelto i parà.

Il primo anno di guerra, a Tonawanda, passò in fretta. Lettere, telefonate. E ogni tanto, a turno, uno dei quattro tornava in licenza. Poi arrivò il D-Day. E cambiò ogni cosa: la storia, la guerra, la vita della famiglia Niland. Il 6 giugno del 1944, nelle stesse ore dello sbarco in Normandia, a mamma Augusta venne recapitato il primo telegramma: il ministero della Guerra le annunciava che Edward, il primogenito, era “missing in action”, disperso in azione, da due settimane: il suo aereo era caduto in Birmania. Il giorno stesso, durante lo sbarco, a Utah Beach cadde anche Robert: falciato da una raffica. Ventiquattr’ore dopo toccò a Preston. Una bomba e la sua vita si spezzò, per sempre. Tre disgrazie in un lampo; tre coltellate al cuore di Augusta. Prima aveva quattro figli. Adesso solo un pensiero straziante: e Frederick? Il “mio” Fritz dov’è?

Anche Fritz si trovava in Normandia. E il ministero doveva saperlo, giacchè qualche giorno più tardi spedì, prontamente, qualcuno a riportarlo a casa. No, non era Tom Hanks con la sua task force, come succede nel film di Spielberg; a dare conforto al ragazzo c’era solo un cappellano militare, padre Francis Sampson. Lo stesso sacerdote, che aveva aiutato Fritz a cercare il corpo del fratello Robert e, che, dopo un giorno passato a controllare cadaveri, gli aveva detto: “Non c’è. Nella lista c’è solo un Niland, ma si chiama Preston”. Fritz aveva scoperto, così atrocemente, di aver perso anche l’altro fratello. Quando vide di nuovo il cappellano che gli si avvicinava, sentì la gola seccarsi e il cuore fermarsi. “Fritz, dobbiamo parlare”. Fosse stato per lui, Frederick Niland, non se ne sarebbe andato: voleva restare in Normandia, coi suoi ragazzi. Ma poi pensò al dolore immenso della madre: una settimana dopo, era a Tonawanda, finalmente a casa.

La vita ricominciò! Anche in casa Niland, dove a tavola c’era sempre un posto in più, apparecchiato per Ed. Ufficialmente disperso, ma forse ancora vivo da qualche parte. “Il nonno aveva fatto un sogno quasi premonitore- racconta oggi nelle sue dichiarazioni alla stampa Pete Niland, 56 anni, figlio di Edward: “C’era l’aereo. C’era lo schianto. Ma poi, dall’incendio, sbucava mio padre. Vivo. Il nonno gli chiedeva: come stai? E mio padre: I am allright, dad, sto bene papà”. Era andata proprio così, come aveva sognato il nonno. Ma i Niland lo seppero solo un anno dopo, quando il postino bussù ancora e, mamma Augusta si ritrovò in mano un altro telegramma. Medesima intestazione, “The secretary of war”. Stesso foglio ingiallito, ma il testo, stavolta, era profondamente diverso. “Il disperso Edward Niland è vivo. E’ fuggito dal campo dove era prigioniero dei giapponesi”. Quando Ed fece ritorno a casa, pesava 35 chili in meno. La sua stanza, su al primo piano, era rimasta come l’aveva lasciata: mamma Augusta non ci aveva più messo piede. La sua famiglia, invece, non sarebbe più stata come prima. Ad aspettarlo, con mamma, papà e le sorelle, c’era solo Fritz e lo abbracciò, senza proferire alcuna parola.

“Papà era un uomo gentile. Buono e sensibile” rammenta nelle sue memorie Cate, 53 anni. E’ la figlia maggiore del soldato Fritz, nata quando Niland aveva già lasciato la divisa, i ricordi e Tanawanda. Aveva sposato Marilyn, fidanzata dai tempi della “High School”. Si era laureato in medicina, a Georgetown. E si era ritagliato una vita media da americano medio, tutto casa, figlie e lavoro da inseguire, spostandosi da una costa all’altra dell’America e non solo: Niagara Falls, Washington, Guam, San Francisco. Ogni volta un po’ più inquieto. Ogni volta un po’ più chiuso. E sempre rispondeva con un garbato “no, grazie”, quando un vecchio commilitone della Compagnia H lo invitava ad una rimpatriata tra reduci o, a qualche cerimonia ufficiale. “Della guerra- precisa la figlia Cate- non parlava mai, per lui c’era poco da celebrare”.

Il soldato Fritz se n’è andato in silenzio, il primo dicembre del 1983. Infarto. Sipario molto ordinario e consueto, che scendeva su una storia straordinaria. Che sarebbe rimasta un ricordo per pochi, se lo storico Steven Ambrose non ne avesse parlato ad un altro Steven, quello Spielberg dal talento indiscusso, a cui non sfugge la potenza della verità e la forza di un dramma universale, pur nella sua matrice individuale. Fatto sta che alla prima del film, a Hollywood, nel 1998, tra gli ospiti voluti e graditi da Spielberg c’erano, al completo, i parenti del sergente Frederick. Chissà se Fritz, stavolta, avrebbe accettato l’invito. E chissà cosa avrebbe pensato del film. Crudo come la guerra, certo. Spietato come la morte. E sorprendente come la realtà in alcuni suoi sviluppi sa essere, se è vero che anche dopo la morte, nella vicenda del soldato Niland ci sono state almeno un paio di “scene” significative, che un regista non taglierebbe mai.

Eventi emblematici dell’esistenza autentica di Niland, che consegno alla vostra riflessione più intima. Il funerale, in primis, dove Fritz aveva chiesto di ricordare gli uomini che avevavo combattuto con lui: per sua espressa volontà la figlia Cate lesse, ad alta voce, i nomi di tutti i ragazzi della Compagnia H. E poi, una frase lapidaria di Cate rivolta all’ufficiale, il quale le diceva che no, proprio non si poteva trasferire la salma del padre nel cimitero militare di Fort Richardson, Alaska, perch è non c’era “spazio”; ebbene Cate replicò in tal modo…”Capitano, mio padre un posto per lei l’avrebbe trovato sull’aereo per la Normandia. Sempre che lei avesse avuto il coraggio per salirci…”. Un’ora dopo, lo “spazio” era “prodigiosamente” comparso.

Ora il soldato Niland riposa sotto una lapide di marmo bianco, uguale a tutte le altre di Fort Richardson. Una croce. Due date. E il nome: sergente Frederick W Niland, Seconda guerra mondiale. Quella del vero soldato Ryan. Quella di milioni di ragazzi, morti per la nostra Libertà di oggi: non dimenticatelo e non dimentichiamocelo!!!

Dedico questo mio accorato dossier alla memoria di “Julian”, ragazzo sorridente con la chitarra, impegnato come giovane medico durante la Resistenza, nell’ex-Jugoslavia. Il suo sorriso splendido vi attende nel Castello di Skofja Loca, città magnifica da scoprire nella brillante e verde Terra Slovena. A presto! Vostra Elena P.

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