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	<title>BeppeBlog &#187; Biografie</title>
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	<description>Chi vuol fare trova i mezzi, chi non vuole trova le scuse!</description>
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		<title>&#8230;E il naufragar m&#8217;è dolce tra le onde della vita e del sentimento di Messer Giacomo Leopardi!!</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 06:33:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è un Uomo che più di altri congiunse il tempo dell&#8217;anima con il tempo poetico. C&#8217;è una Creatura lacerata ma fortissima, che non si piegò ai malanni fisici, ma spinse il suo spirito oltre le lagnanze, i limiti e il sarcasmo più inevitabili. C&#8217;è un Poeta che cantò come un Usignolo il più struggente e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2008/07/ridimensiona-dilusignolo-della-poesia-mondiale-giacomo-leopardi.jpg' title='Lâ€™Usignolo della Poesia Mondiale: Giacomo Leopardi!!'><img src='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2008/07/ridimensiona-dilusignolo-della-poesia-mondiale-giacomo-leopardi.jpg' alt='Lâ€™Usignolo della Poesia Mondiale: Giacomo Leopardi!!' /></a></p>
<p>C&#8217;è un Uomo che più di altri congiunse il tempo dell&#8217;anima con il tempo poetico. C&#8217;è una Creatura lacerata ma fortissima, che non si piegò ai malanni fisici, ma spinse il suo spirito oltre le lagnanze, i limiti e il sarcasmo più inevitabili. C&#8217;è un Poeta che cantò come un Usignolo il più struggente e ininterrotto acuto poetico, che mai lettere e parole abbiamo potuto udire e raggiungere: quell&#8217;Uomo si chiama Giacomo Leopardi e, la sua poesia è di statura mondiale, poichè è sempre una scoperta positiva e costruttiva della grandezza dell&#8217;Animo umano, che la fine, il nulla e il destino non riescono ad infrangere; sia che il poeta riviva, commosso, le speranze e i sogni della giovinezza, commisurati al ritmo, senza confini della vita interiore, sia che si erga contro il destino nell&#8217;affermazione della propria invincibile nobiltà: perchè certamente siamo uomini destinati a finire, ma il Cuore ci rende infiniti.<span id="more-3046"></span></p>
<p>Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e dalla Marchesa Adelaide Antici. La famiglia era la più cospicua del paese, ma il suo patrimonio era dissestato e, per ricostruirlo, la madre impose una rigida economia domestica per decenni. Queste ristrettezze, congiunte ai pregiudizi nobiliari dei genitori- che, fra l&#8217;altro, l&#8217;avevano destinato alla carriera ecclesiastica, furono per Giacomo causa d&#8217;infelicità. Gli impedirono, infatti, di crearsi una libera sistemazione, costringendolo a macerarsi, per gran parte della vita, nell&#8217;atmosfera stagnante di un piccolo borgo di provincia, posto in uno degli stati italiani più retrogradi, tagliato fuori dalle correnti vive del pensiero e della cultura europea. Né migliore era l&#8217;ambiente familiare, rigido e compassato: Monaldo era un erudito, conservatore e d&#8217;idee reazionarie, la madre era rigida e spiritualmente gretta. Mancò così all&#8217;adolescenza del poeta, pervasa di sogni e di ansie romantiche, ogni possibilità d&#8217;espansione e quel calore d&#8217;affetti, ove s&#8217;escluda quello tenerissimo per il fratello Carlo e la sorella Paolina, di cui la sua indole aveva particolare bisogno.</p>
<p>Dopo una prima educazione ricevuta dal padre e da due sacerdoti, appena decenne, il precocissimo giovinetto s&#8217;immerse nella ricca biblioteca paterna e consumò &#8220;sette anni di studio matto e disperatissimo&#8221;, che fu la causa prima della sua prematura e irreparabile decadenza fisica. Acquistò ben presto una conoscenza eccezionale delle lingue classiche, studiò l&#8217;ebraico e le lingue moderne, compose opere erudite di grande impegno. Sono di questi anni la &#8220;Storia dell&#8217;astronomia&#8221;(1813), il &#8220;Saggio sopra gli errori popolari degli antichi&#8221;(1815), discorsi su scrittori classici, traduzioni poetiche, molti versi, persino in greco e, due tragedie, la &#8220;Virtù indiana&#8221; e il &#8220;Pompeo in Egitto&#8221;.</p>
<p>Tutta questa operosità (anche i lavori poetici che sono, sostanzialmente, esercitazioni retoriche), appare frutto di un&#8217;erudizione sterminata e puntigliosa, di una cultura ormai sorpassata, cui si univano, in politica, tesi reazionarie, sull&#8217;esempio del padre. E tuttavia in quegli studi il Leopardi cercava un&#8217;evasione dalla sua vita uggiosa, alimentando sogni di gloria, ai quali lo portava l&#8217;indole solitaria e sognatrice. Ma, nel contempo, si astraeva dalla realtà, consumava senza vera gioia la sua vita e, minava irrimediabilmente la sua salute. Alle soglie della giovinezza si trovò, fisicamente, rovinato: il mal d&#8217;occhi, una malattia nervosa, una deviazione della spina dorsale e, altri malanni, che lo tortureranno, per sempre, lo misero in condizioni di avvilente prostrazioni fisica: mentre l&#8217;Animo, quello sempre inattaccabile, prorompeva in cascate di Poesia universale e meravigliosamente perfetta.</p>
<p>L&#8217;angoscia della giovinezza stroncata approfondì in lui una crisi spirituale da tempo latente. Fra il &#8217;15 e il &#8217;16, aveva abbandonato gli studi eruditi per quelli della lirica, meglio adatta ad esprimere la sua ansia di gloria e d&#8217;azione magnanima, il suo bisogno di uscire dalla solitudine e, di stabilire un contatto vivo con gli uomini. Seguirono le letture appassionate di autori moderni, importanti, soprattutto, quelle della &#8220;Vita&#8221; dell&#8217; Alfieri, dell&#8217;Ortis del Foscolo, del &#8220;Werther&#8221; di Goethe, attraverso le quali maturò la sua sensibilità romantica. Nel &#8217;17 aveva avuto inizio la corrispondenza epistolare con Pietro Giordani, che, avendo letto la sua traduzione del II libro dell&#8217;Eneide, aveva intuito la grandezza di quel giovane solitario, lo aveva incoraggiato, aveva ascoltato con animo commosso gli sfoghi contenuti nelle sue lettere, l&#8217;espressione della sua infelicità e della sua ansia di vita e di gloria.</p>
<p>Infine nel &#8217;18, il Leopardi aveva partecipato alla polemica classico-romantica, come scudiero dei classici, ma rivelando un&#8217;originale sensibilità romantica, nel &#8220;Discorso di un italiano sulla poesia romantica&#8221; e, aveva composto due canzoni civili, &#8220;All&#8217;Italia&#8221; e &#8220;Sopra il monumento di Dante&#8221;, di spiriti liberali e, protese ad un ideale di vita eroica. La gravissima prostrazione fisica del 1819, che si rivelò irreparabile e, privandolo persino del conforto dello studio, gli fece sentire ancor più tragicamente il vuoto e la solitudine della sua vita, lo spinse a porsi, con urgenza appassionata, le domande sul perchè della vita. E&#8217;– quello che il poeta chiamò, in seguito, il passaggio dalla poesia alla filosofia, l&#8217;approdo a una concezione disperata della vita che non sarebbe mutata mai più.</p>
<p>Tuttavia il pessimismo leopardiano non deve essere considerato un episodio strettamente personale e legato, fatalmente, come una conseguenza necessaria, alla sua malattia. Fin dall&#8217;inizio la meditazione del poeta aspira a un carattere universale e s&#8217;intreccia, strettamente, alla crisi europea, filosofica, ideologica e politica, che segna il passaggio dall&#8217;Illuminismo al Romanticismo. Inizialmente la problematica leopardiana è assai simile a quella del Foscolo, anche se ritrova poi svolgimenti e soluzioni originali. Come il Foscolo, il Leopardi rigetta decisamente le primitive convinzioni cattoliche e abbraccia le concezioni sensistiche e materialistiche, con un&#8217;adesione che non esclude un&#8217;ansia romantica delle &#8220;illusioni&#8221; e dell&#8217;&#8221;infinito&#8221;. Però il pessimismo leopardiano appare più radicale di quello foscoliano.</p>
<p>Il tumulto di pensieri e di drammatici sentimenti del &#8217;19 culminò nel tentativo di fuga, peraltro scoperto subito e reso vano, dalla casa paterna. Fu un fatto, questo, assai significativo, in quanto espresse l&#8217;intolleranza sempre più tormentosa, che il Leopardi sentiva nei confronti del mondo chiuso di Recanati e, l&#8217;ansia di vita e d&#8217;azione, che travagliò tutta la sua esistenza. Solo nel &#8217;22 il padre gli concesse di recarsi per qualche mese a Roma, presso gli zii Antici, ma era troppo tardi. L&#8217;incontro col mondo fu una delusione e, non fece che ribadire lâ€™amarezza senza conforto del poeta. Ritornò stanco, avvilito, sentendo inaridita anche la vena della sua poesia che, dal &#8217;18 al &#8217;22, aveva conosciuto la sua prima grande stagione creativa, a Recanati e, qui, nel &#8217;24, compose le &#8220;Operette Morali&#8221;, in prosa, la prima sintesi delle desolate conclusioni del suo pensiero.</p>
<p>Gli anni dal &#8217;25 al &#8217;28 furono caratterizzati dalle peregrinazioni del poeta per varie città italiane, nell&#8217;ansiosa e vana ricerca di una sistemazione che gli consentisse di lasciare per sempre Recanati. Accettò, dapprima, l&#8217;offerta dell&#8217;editore Stella di Milano, di sopraintendere a un&#8217;edizione delle opere di Cicerone e, per lui compilò due &#8220;Crestomazie&#8221;, o antologie, una della poesia e l&#8217;altra della prosa italiana e, un commento al Petrarca. Ma le precarie condizioni fisiche lo obbligarono a lasciar Milano e, gli impedirono di crearsi una vita indipendente. Con l&#8217;assegno mensile dello Stella e i proventi di lezioni private potè vivere qualche tempo a Bologna, poi a Firenze, dove entrò in contatto coi cattolici liberali, riuniti intorno al Vieusseux e alla rivista Antologia (Capponi, Poersio, Colletta, Giordani) e infine a Pisa, dove il suo animo si ridestò alla poesia ed, ebbe inizio, coi canti &#8220;Il Risorgimento&#8221; e &#8220;A Silvia&#8221;, la seconda stagione della sua poesia, che si concluse nel &#8217;30.</p>
<p>Nel &#8217;28, perduto l&#8217;assegno mensile dello Stella, prostrato dalla miseria e dalle sofferenze fisiche, fu costretto a tornare a Recanati, dove visse, fino all&#8217;aprile del &#8217;30, &#8220;sedici mesi di notte orribile&#8221;, immerso in una cupa disperazione. Eppure proprio allora compose i grandi &#8220;Idilli&#8221;, alcuni dei suoi maggiori capolavori. Nell&#8217;aprile del &#8217;30, grazie alla generosità degli amici toscani, potè uscire per sempre da Recanati. Fu dapprima a Firenze, dove, nel &#8217;31, curò un&#8217;edizione dei suoi &#8220;Canti&#8221;, prese parte a convegni dei liberali fiorentini, sebbene scettico e polemico nei confronti dei loro ideali e, strinse un&#8217;affettuosa amicizia col giovane esule politico napoletano Antonio Ranieri. Qui concepì anche una veemente passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti, vissuta con pieno abbandono e conclusasi con una cocente delusione, dopo la quale si rinchiuse di nuovo in una non rassegnat disperazione. Questi ultimi anni furono caratterizzati da un nuovo atteggiamento poetico e umano. La definitiva evasione da Recanati significò per il poeta un impegno più deciso nei confronti della realtà del suo tempo. Essa si concretò in un dialogo polemico, in cui recisa è l&#8217;affermazione della propria dignità e del proprio pessimismo incrollabile, ma virile e combattivo, che anela a trasformarsi in un messaggio di solidarietà  umana.</p>
<p>Nel 1833, il Leopardi prese stabile residenza a Napoli, aiutato da un piccolo assegno mensile, concessogli finalmente dalla famiglia e, amorosamente assistito dal Ranieri e, dalla sorella di questo, Paolina, coi quali conviveva. Sempre più grave diveniva il suo disfacimento fisico. Non rinunciò, tuttavia, a condurre a fondo la sua lotta ideologica contro le nuove tendenze spiritualistiche e cattoliche e, a ribadire il proprio messaggio doloroso e pur magnanimo agli uomini. Lo attestano le poesie satiriche di questi anni: &#8220;Palinodia&#8221;, &#8220;I nuovi credenti&#8221;, satira contro l&#8217;ottimismo del secolo e la sua fede nel progresso, i &#8220;Paraliponemi della Batracomiomachia d&#8217;Omero&#8221;, in cui, come continuando un antico poemetto greco da lui tradotto, sotto l&#8217;ironica favola di una guerra fra granchi, rane e topi, satireggia Austriaci, liberali e Pontifici e, i loro atteggiamenti nei moti napoletani del &#8217;20-&#8217;21. In questo periodo scrisse anche &#8220;La Ginestra&#8221; che unisce ai toni polemici un&#8217; esortazione agli uomini, affinchè si uniscano fraternamente contro l&#8217;ostilità della natura. Morì nel 1837. Alle opere che ho citato vanno aggiunti lo &#8220;Zibaldone&#8221; (un diario spirituale di una modernità eccezionale), i &#8220;Pensieri&#8221; e l&#8217;&#8221;Epistolario&#8221;, nei quali, come nei &#8220;Canti&#8221;,abbiamo l&#8217;immagine di una vita, volta costantemente a un&#8217;indagine sulle ragioni dell&#8217;esistenza che, se non giunse mai a una conclusione serenatrice, fu tuttavia vissuta con vigorosa tensione, con ammirevole coraggio e con infinita dignità . </p>
<p>Ecco perchè Giacomo non è solo il Poeta dell&#8217;&#8221;Infinito&#8221;, ma è la voce illimitata di un Cuore puro e incorrotto, che le sventure e il Fato avverso non riuscirono, in alcun modo, a convertire al cinismo e all&#8217;aridità. Era e rimane il POETA della Felicità, eternamente sognata e rincorsa!! Continua a volare Usignolo nell&#8217;Olimpo poetico, che non conosce pregiudizi, limti e confini!! Vostra Elena P. </p>
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		<title>Un Viaggio dove nascono le emozioni universali della Scrittura: la vita sbranata di Mister Papa, alias Ernest Hemingway!</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 21:22:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Se il 2 luglio del 1961 non si fosse sparato una fucilata in faccia, senza pietà per i suoi milioni di lettori, ma con molta pietà per se stesso, se fosse sopravvissuto alle sue crisi maniaco-depressive, Ernest Hemingway, Mister Papa, avrebbe compiuto, il 21 luglio del 2009, centodieci anni. E&#8217; stato un mito per più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2008/09/ridimensiona-dihemingway460.jpg' title='The Great Ernest Hemingway!'><img src='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2008/09/ridimensiona-dihemingway460.jpg' alt='The Great Ernest Hemingway!' /></a></p>
<p>Se il 2 luglio del 1961 non si fosse sparato una fucilata in faccia, senza pietà per i suoi milioni di lettori, ma con molta pietà per se stesso, se fosse sopravvissuto alle sue crisi maniaco-depressive, Ernest Hemingway, Mister Papa, avrebbe compiuto, il 21 luglio del 2009, centodieci anni. E&#8217; stato un mito per più generazioni, attraversando indenne guerre e rivoluzioni. La sua eccellenza letteraria resta indiscussa: &#8220;Fiesta&#8221; è un libro, ad esempio, che comunica l&#8217;identico malessere trasmesso dai libri di Dostoevskij e Kafka; &#8220;Per chi suona la campana&#8221; è il &#8220;Guerra e Pace&#8221; del Novecento; &#8220;I quarantanove racconti&#8221; riassumono da soli, l&#8217;arte narrativa americana, da Twain a Norman Mailer.<span id="more-3556"></span> </p>
<p>Ernest si uccise nel 1961, come aveva giò fatto suo padre trentatrè anni prima; lo scrittore, vincitore del Nobel nel 1954, era nato ad Oak Park, nell&#8217;Illinois, nel 1899. La sua maestria giornalistica rimane insuperata. E, dal punto di vista esistenziale, ci sono forse biografie del Novecento più affascinati della sua? Per non parlare della sua bravura nel fare pubblicità a sè stesso. Eppure la sua festa di compleanno, l&#8217;estate prossima, rischia di scatenare i pruriti polemici dei soliti &#8220;bastian contrari&#8221; di professione. Già molti colleges americani propendono per metterlo sotto accusa, in nome delle ipocrisie del politicamente corretto.</p>
<p>I primi ad avventarsi, immaginiamo, saranno i verdi, i naturalisti, gli animalisti. Parleranno in difesa dei tori, dei leoni, dei cervi, dei rinoceronti, dei marlin, dei dorados: imputeranno Hemingway per strage. Toccherà poi, si presume, ai pacifisti che, sfogliando &#8220;Addio alle armi&#8221; (giammai, quel titolo che da subito tradisce un chiaro rimpianto per gli arsenali bellici), gli daranno di guerrafondaio. Si alzeranno strepitando anche i non-violenti che si battono per l&#8217;abolizione del pugilato: la noble art che Ernest non si limitò a guardare e raccontare (non è forse &#8220;Cinquanta bigliettoni&#8221; la storia più bella scritta sul mondo della boxe?) ma pure praticò da focoso dilettante. Subito dopo, in questa festa alla rovescia, si faranno avanti gli alcolisti anonimi e i salutisti in genere, che rimbrotteranno l&#8217;uomo che celebrò il Daiquiri, il Monito, il vino spagnolo (da bere direttamente a garganella dalla fiasca) e il Martini (ricetta personale di Mister Papa: versare gin e ghiaccio in un bicchiere, prendere la bottiglia di vermouth, svitarne il tappo, passarla velocemente sul bicchiere badando bene a non lasciarne cadere nemmeno una goccia, l&#8217;importante è catturarne l&#8217;aroma, il profumo, riavvitare il tappo, sedersi e bere).</p>
<p>Ernest, sommariamente l&#8217;etilista, sostenitore di teorie ardite e fervide come la sua creatività, come quella che lo champagne, il Dom Perignon in particolare, si poteva consumare, tranquillamente, a fiumi, perchè bevanda assolutamente analcolica. Ma, in realtà, Ernest non era un ubriacone, reggeva l&#8217;alcol molto bene e, spesso, posava a gran bevitore per alimentare la sua leggenda. E&#8217; quanto conferma il capitano Gregorio Fuentes nelle sue memorie. Nell&#8217;ultima parte della sua vita Hemingway soffriva di complessi di persecuzione, indotti dalle sue crisi esistenziali: innocui commessi viaggiatori, vestiti di scuro per esigenze personali, venivano da lui scambiati per agenti dell&#8217;Fbi con in tasca mandati d&#8217;arresto contro di lui. Ma quei deliri sono nulla rispetto ai nemici che attendono impazienti di sferzare i loro strali velenosi, durante la data del suo anniversario di nascita.</p>
<p>Non mancheranno tra le voci ostili quelle delle legioni che in nome della New Age, la più grande circonvenzione d&#8217;incapaci nella storia del pianeta, si scaglieranno contro l&#8217;autore della preghiera più antispiritualista mai composta: l&#8217;invocazione al &#8220;nada&#8221;, al niente, lo sconfortato e blasfemo &#8220;Padre nostro&#8221; che comincia col verso &#8220;Nada nostro, che sei nei cieli&#8221;. E alla fine, a completare la festa arriveranno le post-femministe a processarne il vieto machismo. Questo vituperato Scrittore-maschilista (attenzione, giochiamo sul filo di un&#8217;ironia beckettiana!!) convinto che l&#8217;uomo vero, non solo è cacciatore ma è anche pescatore. Come dimostrano con frequenza da ossessione, con pignoleria da monomania, i suoi libri (non vinse forse il Nobel con il racconto delle sevizie ad un incolpevole pescespada? Non celebrò in tutte le sue novelle i buana bianchi e i loro cruenti safari?). Lui che quando si trattò di definire la morte, non trovò frase migliore della seguente: &#8220;La morte? E&#8217; una sgualdrina come le altre&#8221;. Ernest fu un viscerale appassionato di pesca. A Cuba si assegna ancora, ogni anno, un premio per pescatori, intitolato allo scrittore americano.</p>
<p>Combattivo Ernest, che compleanno cruento ti aspetta. Il mondo in cui vivevi, sembra sfumare nell&#8217;indistinto dei mediocri tempi di oggi. Le cose in cui credevi sono diventate negative, agli occhi dei &#8220;Falsi Profeti&#8221; della modernità. Le tue passioni sono oggi considerate perversioni machiste. Fortunatamente, qualche amico di un tempo ha deciso di passare al contrattacco, ristabilendo la verità sull&#8217;Uomo e sullo Scrittore. Nel 1998, il vecchio Gregorio Fuentes, il capitano del Pilar, la barca di Ernest, ha raccontato i suoi ricordi a Fernando Izquierdo e Marcelo Gorajuria in un libro, &#8220;Hemingway e il capitano&#8221;, pubblicato dalla casa editrice &#8220;Baldini e Castoldi&#8221;, corredato da una serie di foto per le quali è il caso di usare l&#8217;aggettivo struggente. L&#8217;amicizia tra Mister Papa e il Capitano Fuentes, il marinaio che ha deciso di raccontare le sue memorie di pesca e di vita, caratterizza il periodo cubano dello scrittore. Se si dovesse suddividere la vita di Hemingway in periodi (sulla falsariga dei periodi di Picasso), verrebbe fuori una mappa geografica.</p>
<p>Esiste, infatti, un periodo americano che va dalla nascita allo scoppio della Grande Guerra, un periodo italiano (Grande Guerra e dintorni), poi un periodo parigino, uno spagnolo, uno cubano più gli intermezzi africani. Di certo a Cuba, assieme a Gregorio, Hemingway visse anni felici. Le memorie di Gregorio, che ripercorrono le stagioni cubane dello scrittore, coprendo un arco di tempo, che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta, ci restituiscono un Hemingway in carne e ossa, con il suo camminare leggero e saltellante da pugile, la sua gentilezza che incantava, le sue permalosità (guai a toccargli i capelli pettinati tutti in avanti in un ingegnoso, quanto evidente e disperato, riporto), la sua munifica ospitalità, la sua generosità . Una commovente testimonianza di devozione e amicizia. Gregorio fu il suo capitano e il suo cuoco. Così gli cucinava a bordo del Pilar gli spaghetti durante le partite di pesca d&#8217;altura: &#8220;Io preparavo gli spaghetti secondo una ricetta diversa da quella italiana- racconta Gregorio- mettevo nel soffritto un pò di pancetta, poi facevo friggere per bene un pollo e quand&#8217;era cotto lo toglievo dalla padella e nel condimento rimasto buttavo la pasta; nel soffritto aggiungevo anche un pò di soppressata allega, il pomodoro e altri ingredienti&#8221;. Buon appetito, Mister Papa. </p>
<p>Gregorio fu il suo amico più fedele (assieme a Black Dog, lo spaniel che gli si accucciava ai piedi mentre scriveva) e ancora oggi sarebbe pronto a ribadire ogni cosa, per proteggerne il buon nome. Gregorio è il suo avvocato difensore contro ogni insinuazione femminista: &#8220;Non era un donnaiolo, al contrario, non era il tipo che si metteva a parlare di donne come fanno tanti. Se faceva qualche commento era comunque discreto, in segreto, non l&#8217;ho mai visto fare nessuna scorrettezza o parlare a sproposito di qualche donna&#8221;. Per Gregorio, come per tanti altri, Ernest fu un padre. &#8220;Devo dire anche un&#8217;altra verità- scrive Fuentes- Hemingway fu un vero amico per me. Me lo dice il cuore. Quell&#8217;uomo per me fu come padre&#8221;. I pescatori che si vedono nelle foto al ristorante &#8220;La terrazza&#8221;, quando lui morì vennero a chiedermi di andare a parlare con un mio amico scultore, per fargli fare un busto, che poi è stato messo nella piazzetta di Cojimar. E il costo della statua lo pagarono quei poveri pescatori, che adoravano Ernest&#8221;.</p>
<p>Uno scrittore è veramente grande quando diventa un aggettivo. Cioè uno stile di vivere (e non solo di scrivere), una maniera di vedere il mondo. Tra i sacramenti l&#8217;arte di scrivere somiglia a quella del battesimo: si tratta di dare un nome alle cose. Hemingway ha dato il suo nome (in termini laici, di marketing, si direbbe il marchio, l&#8217;etichetta, la griffe) a tante cose: certe Fotografie dotate di un fascino  e di un&#8217;intensità inimitabili  come lo Scatto meraviglioso che spicca nella Presentazione di Patron Giuseppe Borsoi; certi pomeriggi spagnoli; certi arrivi a Venezia, certe insonnie a Parigi mentre intorno la città brucia; certi rimorsi che non sembrano avere nè padre nè madre; certi torrenti di primavera, certi silenzi in un&#8217;arena; certi orizzonti sul mare; certe ferite inconfessabili di uomini; certe risate stridule come pianti di donne. Certe intere vite sono state hemingwayane: quella di Orson Welles, quella di John Huston, quella di Graham Greene, quella di Valerio Zurlino. E per stare alla cronaca italiana, hemingwayana è stata anche la parabola esistenziale di Raul Gardini. Ogni generazione ha avuto il suo Hemingway. Manlio Cancogni ha racconti affascinanti ed esaltanti sulla scoperta di Hemingway, sull&#8217;arrivo dei suoi libri in Italia.</p>
<p>Chi è nato intorno agli anni Cinquanta, ricorda il cofanetto degli Oscar Mondatori che comprendeva &#8220;Fiesta&#8221;, &#8220;Addio alle armi&#8221;, &#8220;Avere e non avere&#8221;, &#8220;Verdi colline d&#8217;Africa&#8221;, &#8220;Per chi suona la campana&#8221;, &#8220;I Quarantanove racconti&#8221;. Era un cofanetto con disegni a colori di tori, di guantoni, di leoni, costava poche lire, ma dentro quelle pagine ti perdevi come nella biblioteca di Alessandria. C&#8217;è un romanzo di Moravia che mi sovviene quando affronto la vicenda umana ed artistica di Ernest. Si tratta de &#8220;Il disprezzo&#8221; e, a un certo punto vi si fa un paragone tra l&#8217;Ulisse di Omero, eroe degli spazi aperti che vaga per il Mediterraneo, contrapposto all&#8217;antieroe di Joyce che si muove dentro una Dublino claustrofobia e del quale viene perfino raccontato ogni più intimo e segreto dettaglio. Come siamo caduti in basso, diceva quel personaggio di Moravia, come è finita la cultura occidentale che prima raccontava peregrinazioni in alto mare e, poi si è chiusa a chiave per spiarsi in una stanza da bagno!</p>
<p>Hemingway è stato l&#8217;ultimo scrittore che ha cercato di tenere assieme i due Ulisse, di non separare il corpo dalla mente, l&#8217;azione dalla riflessione, la vita scritta (cioè pensata) da quella vissuta, ribellandosi all&#8217;idea che la vita può essere inventata solo nei romanzi e non anche nell&#8217;esistenza di tutti i giorni. Santiago, l&#8217;Achab senza Balena Bianca, il povero pescatore protagonista de &#8220;Il Vecchio e il mare&#8221;, ma è ancora un Ulisse omerico, o almeno la sua controfigura. Ma è anche l&#8217;Ulisse di Joyce. Alla deriva sulla sua barchetta si abbandona a un monologo interiore che è un&#8217;Odissea ridotta all&#8217;osso, come il pesce che ha catturato, di cui resterà alla fine del viaggio solo la nuda carcassa. &#8220;Il vecchio e il mare&#8221; è stato il romanzo più criticato di Ernest, fu detto all&#8217;epoca (1954) dell&#8217;assegnazione del Nobel che era il libro della sua crisi, il segno del declino di un grande narratore, il quale poteva ormai fare il verso a se stesso indugiando in un&#8217;imbarazzante prosa parabiblica. Il Nobel, come sempre, arrivava tardi. Eppure su quella barchetta persa nel mare dei Carabi che non aveva nemmeno lontanamente la possente struttura del Pilar (tutto costruito con tavole di legno intere, come ricorda nel suo libro, con orgoglio, Gregorio), Hemingway aveva imbarcato, come una specie di arca di Noè, tutto il suo mondo.</p>
<p>Li si corrompeva per gli effetti combinati e devastanti dell&#8217;acqua, del sale, del vento, del sole (degli agenti del mondo aperto di Omero), il mito che Ernest aveva edificato di se stesso. Il mito del ragazzo che pescava nei torrenti, il mito del buon soldato ferito in guerra, il mito dello scrittore che aveva fatto tutte le esperienze, il mito del capitano coraggioso. L&#8217;altro capitano coraggioso, sopravvissuto ad Ernest per molti anni (è morto a 104 anni nel 2003), se ne stava sovente vestito di chiaro, in testa un berretto blu con visiera (come quelli di moda tra i ragazzi d&#8217;oggi), nella sua casa (bianca, piccola, fresca), che si trovava nella parte alta del paesino cubano di Cojimar. Gregorio di solito stava seduto su una sdraio e riceveva volentieri i pellegrini, che vanno fin là in cerca di reliquie hemingwayane. Prima del tramonto faceva un giretto, si fermava alla Terrazza dove campeggiavano alle pareti, sopra l&#8217;alto bancone di legno, fotografie dello scrittore. Si poteva mangiare sulla veranda guardando il golfo, che sembrava una veduta di cartolina ed era proprio quello del &#8220;Vecchio e il mare&#8221;. Il Pilar esiste ancora, è attraccato nel giardino della Finca Vigia, la casa cubana prediletta dallo scrittore, il fasciame risplende al sole perfettamente lucidato e, dopo un po&#8217; che la si guarda ti coglie la stessa tristezza, che provi allo zoo quando guardi un leone in gabbia.</p>
<p>Gregorio era un vecchietto magro e gentile, di poche parole. Rispondeva volentieri alle domande su Mister Papa, poi di colpo si zittiva. Un silenzio di cui non si capiva l&#8217;esatta natura. Se fosse generato dal meccanismo della memoria, che s&#8217;inceppa o da una specie d&#8217;imbarazzo (il parlatore per eccellenza era Ernest, Gregorio badava alla rotta). Allora, nel silenzio, Gregorio si alzava o faceva un cenno invitando i visitatori a servirsi dei grandi album, che stavano su un mobiletto alla sua destra. Quando li si apriva, ci si accorgeva che raccoglievano le firme e una frase, un pensiero delle centinaia di persone, entrate in quella casa negli anni. Altri album, invece, contengono, come facevano le ragazze di una volta, ritagli di articoli su Ernest e Gregorio ai tempi della loro splendida giovinezza. Gregorio giurò e mantenne fedeltà  fino all&#8217;ultimo. E il Pilar, lo yacht che Tu, amato Ernest, ti facesti costruire in America con la stessa cura maniacale, che di solito riservavi alla scrittura dei tuoi libri, è sempre pronto per il mare! Che ne dici, salpiamo ancora Mister Papa? Adorerei veleggiare con TE, tra le onde del placido Pacifico e dentro la tua immensa genialità narrativa!! Vostra Elena P. </p>
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		<title>L&#8217;insolito, comune e tragico destino delle tre Sorelle Brontë!</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 21:37:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[“E&#8217; inutile dire che gli esseri umani dovrebbero accontentarsi della tranquillità: hanno bisogno di azione e se non la trovano, la fanno…Di solito si crede che le donne siano molto calme: ma le donne sentono tutto quanto sentono gli uomini; hanno bisogno di esercitare le loro facoltà e di trovare un campo per i loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2010/04/The-Bronte-Sisters.jpg" rel="lightbox"><img src="http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2010/04/The-Bronte-Sisters.jpg" alt="" title="The Bronte Sisters" width="320" height="370" class="aligncenter size-full wp-image-17587" /></a></p>
<p>“E&#8217; inutile dire che gli esseri umani dovrebbero accontentarsi della tranquillità: hanno bisogno di azione e se non la trovano, la fanno…Di solito si crede che le donne siano molto calme: ma le donne sentono tutto quanto sentono gli uomini; hanno bisogno di esercitare le loro facoltà e di trovare un campo per i loro sforzi, non meno dei loro fratelli; soffrono di costrizioni troppo rigide, di una stagnazione troppo assoluta, esattamente come soffrirebbero gli uomini; ed è meschino dalla parte dei loro prossimi più privilegiati dire che esse dovrebbero limitarsi alla confezione di budini o calze, o suonare il piano e ricamar borsette”. <span id="more-17580"></span></p>
<p>Questo è un brano tratto dal romanzo “Jane Eyre”: la sua autrice Charlotte Brontë, passò buona parte della sua pur non lunga vita in una canonica dispersa tra le brughiere dello Yorkshire a rammendar calze e a scrivere. E chi ha avuto la ventura di leggere “Cime tempestose”, dopo un avvio di lettura, non ha forse dovuto riporlo per attimo, assalita da una specie di repulsione e attrazione insieme, per poi riprenderlo con la meraviglia che un libro di tal fatta possa essere stato scritto da una donna? La sua autrice Emily Brontë, sorella di Charlotte, viene così descritta da Monsieur Héger, il direttore del collegio di Bruxelles presso cui le due sorelle soggiornarono per un periodo, per motivi di studio: “Aveva una testa fatta per la logica e una capacità di argomentare insolita in un uomo e rarissima in una donna. Avrebbe dovuto esser un uomo, un grande navigatore. La sua ragione potente avrebbe dedotto nuove sfere di conoscenza dalle antiche; e la sua forte, imperiosa volontà non si sarebbe lasciata scoraggiare da opposizioni e difficoltà. Ma sembrava esigente ed egoista in confronto a Charlotte, che era sempre altruista”. </p>
<p>Se Charlotte esprime vivamente la sua protesta, per non poter agire nel mondo, in quanto donna e non aver modo di godere dei piaceri della vita e dell’azione, Emily vi rinuncia in partenza e, anzi, arriva a soffocare ogni desiderio per le opportunità, che la vita le offre. Bella, altera, tenace, intollerante, scelse l’autoreclusione per dar forma a una vita vuota di tutto: di amicizie, di amore materno, di benessere materiale, di salute, Emily non ammetteva separazioni, della sua brughiera fece il paesaggio della sua anima e ogni volta che se ne allontanava si ammalava di consunzione. Morì due settimane dopo la scomparsa del fratello Branwell, dedito all’alcool e alla cocaina, rifiutando ogni cura. Charlotte era altruista, come dice di lei Monsieur Héger, aperta al mondo e vogliosa di vincere, nonostante la reclusione e la lontananza dalle grandi tangenti della vita. </p>
<p>Fu lei a curare la pubblicazione dei suoi romanzi e di quelli delle sorelle; fu lei la coscienza di quel genio dell’immaginazione, che aveva allignato con tanta abbondanza nella sua famiglia e a fare progetti di lavoro per guadagnarsi di che vivere; fu lei a sognare qualcosa che non somigliasse solo all’indigenza. Il suo occhio acuto, attento a cogliere i segreti della sua immaginazione, era però rivolto anche al mondo, quel poco che aveva conosciuto o che veniva man mano conoscendo, per denunciarne i vizi e l’ingordigia, ma anche per affermarvi la sua presenza dissenziente. Da dove veniva questa passione per il gioco del’immaginazione, unico lusso che le sorelle Brontë poterono permettersi in vite segnate da lutti, stenti e malattie? Da quali fonti attinsero la materia incandescente dei loro romanzi e delle loro poesie? Figlie di un pastore protestante, il reverendo Patrick Brontë, trascorsero la loro vita in un presbiterio dello Yorkshire, situato nei pressi di Haworth, un borgo di poco meno di 5000 anime, sperduto tra le brughiere e i pascoli delle cime settentrionali dei Monti Pennini.</p>
<p>La canonica sorgeva sulla vetta di una landa desolata battuta dai venti. Qui il reverendo Bront? si trasferì nel 1820, con sei figli e una moglie stremata dalle gravidanze e da una grave malattia, che la porterà alla morte l’anno dopo. La signora Maria Branwell aveva dato alla luce Maria nel 1813, Elizabeth nel 1815, Charlotte nel 1816, Patrick nel 1817, Emily nel 1818 ed Anne nel 1820. La prima mancanza di cui i piccoli Bront? soffrirono fu quella della madre. Negli ultimi tempi della sua malattia la signora Brontë evitava di avere con sé i bambini anche per brevi momenti della giornata, perché la loro presenza le destava emozioni troppo forti. Il reverendo Brontë era senz’altro un uomo singolare e, a suo modo, di genio. Irlandese di nascita, lasciò la sua terra a 25 anni per laurearsi a Cambridge e ottenere gli ordini ecclesiastici. Uomo di forti passioni, era umorale in politica: accanitamente conservatore, grande ammiratore dell’ammiraglio Nelson, portava con sé regolarmente la pistola dopo essersi guadagnato le antipatie degli operai luddisti di Heartshead, che lo videro prendere posizione per la repressione del loro movimento.</p>
<p>Quella pistola risuonava in colpi a rapida successione, quando qualcosa andava per il verso sbagliato nel ménage familiare: la gentile Maria Branwell, sua moglie, sempre disposta a vedere le cose dal lato migliore, diceva: “Come potrei non provare gratitudine per un uomo che non mi ha ma rivolto una parola irosa?”. Nell’ambito casalingo imponeva uno spartano modo di vivere: ai bambini era concesso solo di mangiar patate e le frivolezze del vestiario non erano concepite. Per meglio asserire questo concetto austero della vita, arrivò anche a bruciare anche degli stivaletti colorati dei figli e a tagliare in fini striscioline un vestito di seta della moglie. Insofferente della numerosa prole e degli inconvenienti della vita quotidiana, passava buona parte del tempo rinchiuso nel suo studio a scrivere sermoni e poesie e, misantropo per natura, evitava contatti frequenti con i suoi simili e il suo gregge che, peraltro, apprezzava il relativo disinteresse del curato.</p>
<p>Gli abitanti dello Yorkshire non amavano i ficcanaso e i loro costumi alquanto pagani e poco riducibili alla pacifica convivenza non richiedevano moralizzatori di sorta. Di lontana ascendenza vichinga, conservavano la tradizione della vendetta come dovere ereditario che si tramandava di padre in figlio. Il bere era considerato atto altamente virile e i passatempi preferiti erano le corse dei cavalli nella brughiera, le partite di calcio con le pietre, i combattimenti dei galli, colossali bevute e zuffe. I piccoli Brontë, soli per buona parte della giornata e liberi di disporre del loro tempo, isolati dagli altri bambini e privati della spensieratezza dell’infanzia, inventarono un mondo a parte, in cui le saghe nordiche si mescolavano ai racconti spesso orridi delle domestiche, alla cronaca politica del tempo e al folclore locale. Rinchiusi in una stanzetta della canonica, iniziarono a inventare storie che prima Charlotte e Patrick, poi anche gli altri, trascrivevano in una calligrafia minutissima su foglietti di carta grandi un palmo.</p>
<p>I personaggi originari di queste storie erano dei soldatini che il padre aveva regalato a Branwell (così usavano chiamare il figlio maschio dopo la morte della madre) e tra i quali ciascuno si era scelto il proprio eroe. Il gioco dell’immaginazione creò vincoli strettissimi tra di loro e fu fonte di grande ispirazione per la scrittura delle tre sorelle, Anne, Emily, Charlotte. Il reverendo Bront? amava parlare coi figli di politica e di tutto quanto lo interessasse al momento. Per ottenere dai bambini la massima spontaneità di giudizio, escogitò uno stratagemma che si rivelò quanto mai efficace; li invitava a indossare delle maschere ogni volta che la loro opinione era richiesta sui più svariati argomenti e le risposte che riceveva erano a volte sconcertanti, considerata l’età degli interlocutori. Una volta li mise in fila e cominciò col chiedere ad Anne cosa mancasse principalmente in una bambina della sua età. Rispose: “Gli anni e l’esperienza”. Chiese poi ad Emily cosa convenisse fare con Branwell che a volte si comportava male; rispose “Farlo ragionare e, se non vuole dare retta, frustrarlo”. A Charlotte chiese quale fosse il miglior libro del mondo; rispose: “La Bibbia e Il libro della natura”.</p>
<p>Charlotte fece senz’altro tesoro di questi due grandi libri cui spesso affidò le sue pene nel succedersi continuo di lutti, difficoltà economiche, degradazione fisica e morale, che caratterizzarono la sua insolita famiglia. Una famiglia mimata dalla tisi, che si portò via dapprima Maria ed Elizabeth, a causa delle privazioni subite nel collegio di Cowan’s Bridge, nel 1825. Charlotte prese allora il posto di Maria nella funzione di vice-madre dei fratellini e, in parte, anche del padre, con cui fu sempre premurosissima. Gli anni successivi furono un continuo viavai tra la canonica e i collegi per fanciulle dei paesi dei dintorni dove le ragazze Brontë ricevettero un’educazione sommaria, interrotta spesso dalle malattie dell’una o dell’altra. Charlotte in collegio riusciva a intessere amicizia durature e intense, anche se evitava di affezionarsi troppo perché le sue speranze di una vita felice erano molto esili e quel fondo di misantropia ereditato dal padre così presente, che non poteva sciogliersi in rapporti così calorosi del consentito. </p>
<p>“Era abitudine delle sorelle, quando si trovavano riunite a casa, cucire fino alle nove di sera: riponevano il lavoro e incominciavano a passeggiare su e giù per la stanza, dopo aver spento le candele…; avanti e indietro, avanti e indietro, messe in luce un istante dalla brace del caminetto, e subito riassorbite dall’ombra. Era il tempo della giornata in cui parlavano delle difficoltà passate, delle preoccupazioni presenti; facevano progetti per l’avvenire e ragionavano sui loro piani. Negli anni successivi fu l’ora e il modo in cui discussero l’intreccio dei loro romanzi”. Così Elizabeth Gaskell, nel suo bellissimo “La vita di Charlotte Brontë”, descrive quel fertile rapporto tra le sorelle che le porterà a scrivere i loro romanzi, a essere ognuna lo specchio per l’altra, solidali congiurate dell’immaginazione. Il fratello Branwell, nel frattempo, si era perso per strada e del suo tesoro fece un pessimo uso, diventando intrattenitore prima e bevitore usuale poi, all’osteria del paese. Le sorelle, che lo avevano considerato il vero genio della famiglia, dovettero accollarsi il suo lento e precoce declino di ubriacone. In particolare Emily, che lo definì “un essere senza sperana”, gli si mise accanto: lo assistette, lo trascinava a letto la notte, lo salvò dal fuoco che aveva appiccato alle coperte…</p>
<p>Charlotte venerava Emily; nelle sue lettere alla sorella iniziava con “Amore mio…”, ma di lei scriveva: “Su quello spirito solo il tempo e l’esperienza avevano presa: all’influenza degli altri intelletti non era sensibile”, ammettendo la sua impossibilità di penetrarla. Anne, mite e dolce, la più riservata e forse la più “costretta” al gioco dell’immaginazione e della scrittura, nei suoi romanzi “Agnes Grey” e “The Tenant of Wildfell Hall” descrive con efficacia i terribili effetti di un ingegno del male impiegato e dell’abuso delle sue facoltà, con evidente riferimento al fratello. Dice di lei Charlotte: “L’indole sensibile l’inclinava al riserbo e alla depressione; quello che vide la penetrò profondamente nella mente; le fece male…Era una sincerissima cristiana praticante ma la componente di religiosa malinconia gettò una triste ombra sulla sua breve vita senza macchia”.</p>
<p>Anne, come le sorelle, lavorò anche in qualità di governante presso ricche famiglie dei dintorni e le umiliazioni subite sono efficacemente descritte nei suoi romanzi che, in sintonia con quelli di Charlotte, sono vere e proprie denunce. I caratteri maschili dei romanzi delle sorelle sono spesso rozzi, brutali, quasi ai limiti dell’irrealtà. Ma quali occasioni avevano avuto per avere una dimensione più umana del maschio che non fosse quella dei loro conterranei così poco inclini alla misura o dei loro famigliari, altrettanto eccessivi? Come molte scrittrici dell’epoca, anche le Brontë pubblicarono i loro lavori sotto pseudonimi maschili: Currer, Ellis e Acton Bell (i tre pseudonimi corrispondono rispettivamente a Charlotte, Emily e Anne). Tra il 1846 e il 1848 escono le loro opere più importanti: “Cime Tempestose”, le poesie, “Jane Eyre”,”Agnes Grey”, “The Tenant of Wildfell Hall”. Il successo dei loro romanzi le tocca ben poca, in particolare Emily, che rifiuta con ostinazione di scoprire la sua vera identità. Durante la malattia di poco precedente la morte, Charlotte, per distrarla, le legge una critica apparsa sulla North American Review, dove Emily è descritta come “un uomo di un talento fuor dal comune, ma ostinato, brutale e cupo”. Emily risponde con un sorriso ironico.</p>
<p>A Charlotte tocca la dura sorte di accompagnare le amate sorelle e il fratello alla fine delle loro brevi vite, per poi continuare da sola un cammino aspro e limpido di coerenza con se stessa. Tra il 1848 e il 1849 muoiono Branwell, Emily e Anne. Forse la ferma convinzione che certuni erano destinati al dolore e a molte delusioni prima di nascere e che non toccava a tutti, di avere il proprio sentiero tracciato in modo piacevole la sorresse nell’accettazione di tanta pesantezza di vivere. La scrittura continuò ad essere il suo filo conduttore, tanto che pubblicò ancora due romanzi:”Shirley e Villette” nel 1853. Ebbe anche la forza di andare contro se stessa e di concedersi il piacere di qualche mondanità, soggiornando a Londra per brevi periodi, nella “grande Babilonia” desiderata e immaginata della sua gioventù. Della difficoltà di assaporare i piaceri della vita leggiamo in una sua lettera: “Posso vedere il Pozzo della Vita in tutta la sua limpidezza e in tutto il suo fulgore. Ma quando mi chino per bere le sue pure acque, esse si ritraggono alle mie labbra come se io fossi Tantalo”</p>
<p>La compagnia del vecchio padre e qualche breve visita alle amiche erano l’unico sollievo alla sua solitudine, spesso rattristata dal ricordo di chi non c’era più. Charlotte ebbe infine anche il coraggio di sposarsi, andando contro la volontà del padre, contrario per principio al matrimonio, e di rimanere incinta. Purtroppo questo progetto di vita, forse,finalmente sua, non ebbe esito: il 31 marzo 1855 morì, portata via anche lei dalla malattia, che riuscì ad averla vinta su un corpo esile da sempre sorretto dalla forza di una mente straordinaria! Vostra Elena P.</p>
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		<title>Il Premio Nobel che diede voce ai Poveri d&#8217;America: John Steinbeck!</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 20:06:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Figlio di un tesoriere del comune di Monterey e di un’insegnante elementare di origine irlandese, John Ernst Steinbeck nacque a Salinas, California, il 27 febbraio 1902. Dopo un’infanzia vissuta a contatto con la natura, frequentò la Salinas High School, dove ebbe modo di rivelare la sua vena di scrittore, collaborando al giornale della scuola. Diplomatosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2010/03/Steinbeck.jpg" rel="lightbox"><img src="http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2010/03/Steinbeck.jpg" alt="" title="John Steinbeck" width="309" height="370" class="aligncenter size-full wp-image-16386" /></a></p>
<p>Figlio di un tesoriere del comune di Monterey e di un’insegnante elementare di origine irlandese, John Ernst Steinbeck nacque a Salinas, California, il 27 febbraio 1902. Dopo un’infanzia vissuta a contatto con la natura, frequentò la Salinas High School, dove ebbe modo di rivelare la sua vena di scrittore, collaborando al giornale della scuola. Diplomatosi nel 1919, prima d’iscriversi all’università di Stanford per frequentarvi i corsi di biologia, lavorò per un anno come aiuto chimico presso uno zuccherificio. Durante gli studi universitari scrisse novelle e poemi satirici per alcuni periodici locali: nel 1925 lasciò l’università senza aver dato esami. <span id="more-16383"></span></p>
<p>Dopo tale movimentata e incompleta educazione scolastica, esercitò i mestieri più umili e disparati: visse per qualche tempo di pesca sulle rive della Monterey Bay, lavorò in una pescheria e a Madison Square Garden come sterratore; ebbe modo così di avvicinare i poveri, di capirne profondamente le esigenze e i problemi, e di trarne spunti per gli ambienti e i personaggi dei suoi futuri romanzi.</p>
<p>Nel 1926 partì per New York, dove fece, tra l’altro, il giornalista. Ma non ebbe fortuna; tornò in California e, dopo un breve periodo passato nella Sierra Nevada fra la stesura del suo primo romanzo, “Cup of Gold” (La Santa Rossa), e la professione di amministratore, si stabilì a Pacific Grove; qui conobbe il biologo Edward Ricketts, la cui amicizia ebbe notevole influsso sulla sua personalità: a lui s’ispirò infatti per i personaggi di alcuni notissimi romanzi, quali “Cannery Row” (Vicolo Cannery) nel 1945 e “Sweet Thursday” (Quel fantastico Giovedì) nel 1954. </p>
<p>In essi la vicenda è incentrata sulla figura dello studioso di scienza, rappresentato come un uomo sensibile e vivo, che il sapere non ha ripiegato aridamente su se stesso, ma ha dischiuso ai problemi esistenziali. La vita di Steinbeck a Pacific Grove coincide con l’inizio di quella feconda e fortunata produzione letteraria, che lo avrebbe condotto al successo, dopo lunghi anni di oscurità.</p>
<p>Il primo riconoscimento di pubblico e di critica raggiunse lo scrittore nel 1935, quando leditore newyorkese Pascal Covici gli pubblicò il suo quarto romanzo:”Tortilla Flat” (Pina della Tortilla). Rifiutato precedentemente da altre case editrici, divenne un successo internazionale degli anni Trenta. Seguirono, nel ’37, il celebre “Of Mice and Men”(Uomini e Topi), lo stesso autore ne curò la riduzione teatrale, e, nel ’39, “The Grapes of Wrath” (Furore) per il quale Steinbeck conseguì il premio Pulitzer: dal soggetto del libro fu tratto un film l’anno successivo. </p>
<p>Durante l’ultimo conflitto mondiale fu in Europa e in Africa, corrispondente di guerra per il “New Herald Tribune”: a quell’epoca, 1942, risale”The Moon is down (La luna è tramontata), un romanzo ispirato alla Resistenza norvegese, l’unico dedicato da Stainbeck alla guerra; anche da quest’opera l’autore trasse un dramma di livello eccelso.</p>
<p>Tornato in America, alternò la sua attività di scrittore pubblicando ancora numerosi romanzi, con una serie di lunghi viaggi nei paesi più lontani (fu anche in Italia e in Russia), durante i quali ebbe modo di raccogliere materiale per opere di narrativa, reportages, libri di viaggi. A questo genere appartiene il suo ultimo lavoro “Travels with Charlie: in search of America”, del 1962. </p>
<p>In esso Steinbeck ha descritto con semplicità persone, cose, animali incontrati nel corso di un viaggio in compagnia del suo barboncino Charlie, alla riscoperta degli Stati Uniti degli anni Sessanta. Nel 1962 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Colpito da un attacco cardiaco, si è spento a New York il 20 dicembre del 1968: aveva sessantasei. Sposato tre volte, ha lasciato due figli nati dal secondo matrimonio.</p>
<p>Dopo il suo primo romanzo “La Santa Rossa” del 1929, d’ispirazione romantica, Steinbeck pubblicò nel ’32 una serie di racconti, “The Pastures of Heaven” (I pascoli del cielo), ambientati nella comunità agricola di una valle californiana: in essi e nel romanzo dell’anno successivo, “To a God unknown” (Al Dio sconosciuto), si rivela la devozione dell’autore alla terra natale e alla campagna, il suo interesse per la gente umile che vi abita e per i problemi ad essa legati. </p>
<p>Ma il pensiero dello scrittore si manifesta più compiutamente nella prima opera di successo, “Pian della Tortilla”: nella vivace e lineare rappresentazione di un gruppo di “paisanos” di Monterey, trasognati e divertenti perdigiorno ai margini della società e, n  egli episodi di vita vissuta trasferiti su un piano fantastico e leggendario, si scopre a un tempo l’umorista arguto, in grado di cogliere il lato comico di ogni situazione e lo scrittore polemico, preoccupato dei problemi sociali.</p>
<p>Affiorarono apertamente in queste pagine e nel romanzo successivo “In Dubious Battle” (“La battaglia”), 1936, i due sostanziali motivi della narrativa di Steinbeck: da un lato, una vena sottilmente umoristica, che sembra ereditata da un tradizionale mondo espressivo picaresco e fantasioso, adattato al particolare ambiente della California (Come in Vicolo Cannery e in Quel fantastico giovedì); dall’altro una vena di realismo aspro, socialmente risentito, culminante nella descrizione della lotta senza quartiere tra ricchi e poveri. </p>
<p>Quest’ultimo è il tema dominante dei romanzi e racconti migliori, nei quali la rappresentazione della miseria, dello squallore, della ribellione e della solitudine umana è pervasa da una sorta di lirismo quasi furioso e da una forza drammatica così potente, che trasforma il tessuto narrativo in vera e propria denuncia sociale. </p>
<p>E’il caso di “Uomini e topi” e “Furore”. Nel primo la figura di due diseredati, l’homo brutus e l’homo sapiens, complementari l’uno dell’altro, è pretesto per un quadro fedele degli ambienti agricoli dell’Ovest, della vita dei braccianti eternamente condannati a vivere privi di una casa e di una terra. “Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese…”: questa la desolata constatazione di uno dei personaggi protagonisti. </p>
<p>Le leggi economiche e sociali, gli uomini e la natura stessa sembrano accanirsi con furore quasi selvaggio contro gli eroi di Steinbeck, che si vedono cacciati a viba forza del paese d’origine e banditi dalla società. Come accade in “Furore”, il romanzo definito molto propriamente “epopea dei poveri”, dove si descrive il lungo disperato cammino di una famiglia dell’Oklahoma che, privata della propria terra, viaggia senza sosta in cerca di lavoro e di un luogo ospitale dove poter vivere. Sulla denuncia delle misere condizioni umane si sovrappone in queste pagine una componente epica: la lotta dell’uomo contro i suoi simili e contro gli elementi naturali.</p>
<p>Steinbeck ha ripreso i suoi temi preferiti in due romanzi brevi del 1947: “The wayward bus” (La corriera stravagante) e The Pearl (La Perla), nei quali propone un giudizio morale e sociale del suo tempo; ma l’opera migliore e la più ambiziosa, dopo “Furore”, è East of Eden (La Valle dell’Eden) del 1952: una lunga saga di due famiglie americane in California dal 1860 alla prima guerra mondiale. Il libro, che ebbe grande popolarità anche per il film omonimo di Elia Kazan interpretato da James Dean, fu definito dalla critica un a “strana e originale opera d’arte”, nella quale una vicenda di prostituzione si è trasformata in una “fantasia di storia e di mito”. Poesia, realismo e humour sono di volta in volta i toni dominanti della narrazione, dove, come disse lo stesso autore, “ci sono dolore ed eccitazione, sentimenti buoni o cattivi e pensieri cattivi e pensieri buoni, il piacere di disegnare e un po’di disperazione e l’indescrivibile gioia della creazione”.</p>
<p>Dopo “The short Reign of Pippin IV” (Il breve regno di Pipino IV), 1957, una satira divertente della politica francese, Steinbeck ha pubblicato nel 1961 l’ultimo lavoro, “The winter of our discontent”(L’inverno del nostro scontento), dove rivela con tutta la forza del suo stile realistico il conflitto dell’animo umano tra coerenza ai principi morali e smodato desiderio di successo. </p>
<p>Il libro è una denuncia spietata dal capovolgimento dei valori, dell’ipocrisia, della crudeltà e dell’apatia morale che caratterizzano la moderna civiltà del benessere. Ancora una volta lo scrittore è tornato ai temi sociali prediletti, mutando però il punto di partenza: non più la massa con le sue vicende e le sue lotte, ma l’individuo-personaggio, nella cui storia è riflessa la storia stessa della società. Vostra Elena P. </p>
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		<title>Politico, poeta, grande Mecenate, Uomo del Rinascimento: Lorenzo de&#8217; Medici!</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 15:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Fra i centri umanistici di maggior rilievo nel Quattrocento figura Firenze e, anima del fervore di cultura e di arte che la caratterizza è Lorenzo de&#8217; Medici, detto il Magnifico: &#8220;signore&#8221;, mecenate, scrittore, uomo di attività multiforme, la cui importanza e il cui significato storico sono non solo nelle opere che scrisse, ma nell&#8217;attività  varia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/03/lorenzo-demedici-detto-il-magnifico.jpg' title='Lorenzo il Magnifico!'><img src='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/03/lorenzo-demedici-detto-il-magnifico.jpg' alt='Lorenzo il Magnifico!' /></a></p>
<p>Fra i centri umanistici di maggior rilievo nel Quattrocento figura Firenze e, anima del fervore di cultura e di arte che la caratterizza è Lorenzo de&#8217; Medici, detto il Magnifico: &#8220;signore&#8221;, mecenate, scrittore, uomo di attività multiforme, la cui importanza e il cui significato storico sono non solo nelle opere che scrisse, ma nell&#8217;attività  varia che svolse e, che con termine moderno definiremmo di promozione e organizzazione della cultura.<span id="more-5235"></span></p>
<p>Nato a Firenze nel 1449, successe ancora giovanissimo al padre nella direzione della famiglia e della cosa pubblica, dando subito prova di un&#8217;abilità politica che, in quegli anni difficili, ebbe molte occasioni per manifestarsi: la congiura detta dei Pazzi, durante la quale Lorenzo venne ferito mentre fu ucciso il fratello Giuliano (1478); la guerra che ne seguì con il Papa; l&#8217;alleanza che riuscì a stringere con Ferdinando d&#8217;Aragona; l&#8217;equilibrio che promosse fra i vari Stati italiani. Per questo egli venne definito &#8220;l&#8217;ago della bilancia d&#8217;Italia&#8221; e, storici e politici quali il Machiavelli e il Guicciardini scrissero che la sua morte, nel 1492, segnò l&#8217;inizio di una fase nuova di storia e, fu tra le cause maggiori delle sciagure che presto seguirono.</p>
<p>Educato da insigni umanisti, il Landino, l&#8217;Argiropulo, il Ficino, amante sinceramente delle arti e, nello stesso tempo, incline a sfruttarle per calcolo politico, si circonda di letterati e artisti, realizzando nella sua persona la figura ideale del principe rinascimentale: alla sua corte, o in qualche modo legati a lui, prestano esercizio culturale Marsilio Ficino e l&#8217;Accademia platonica, Angelo Poliziano, Luigi Pulci, una miriade di umanisti, poeti, pittori, architetti, scultori. La stessa varietà d&#8217;interessi che abbraccia nel privato, permea la sua opera, che èquella, forse, nella quale più si avverte lo sperimentalismo proprio del tempo e, che appunto per questo è stata accusata spesso di dilettantismo, a definire una mobile curiosità che lo induce a interessarsi di tutto, tentando i generi e i toni più diversi, senza fermarsi mai su un motivo sentito congeniale e preminente.</p>
<p>Non scrisse in latino e, del volgare fu difensore non solo con l&#8217;esempio delle sue opere, ma anche con una sua attività di rinfrescatore delle glorie della nostra letteratura nella sua prima fase comunale. Sua, infatti, è la &#8220;Raccolta aragonese&#8221; (1476-1477), cioè una scelta di poeti delle origini che invia in dono a Federico d&#8217;Aragona e alla quale è premessa una lettera, quasi certamente di mano del Poliziano, che è, dopo il &#8220;De vulgari eloquentia&#8221; di Dante, un primo abbozzo di storia della lirica delle origini. E nella sua lirica, oltre agli spunti dottrinali che gli vengono dalla consuetudine con Marsilio Ficino, sono molti echi stilnovistici; anzi nelle &#8220;Rime&#8221; (sonetti, canzoni e sestine, divise in due parti, nella seconda delle quali è inserita una quarantina di componimenti in un &#8220;Comento del Magnifico Lorenzo sopra alcuni dei suoi sonetti&#8221; di evidente sapore dantesco) è possibile cogliere una linea evolutiva che, partendo dalla presenza del Tetrarca, si evolve verso un rinnovato stilnovismo intimo di cultura neoplatonizzante.</p>
<p>Gli stessi echi dottrinali, sempre di sapore neoplatonizzante o ficiniano, sono in altre opere, come &#8220;L&#8217;Altercazione&#8221; giovanile e le &#8220;Selve d&#8217;Amore&#8221;; mentre altre palesano una volontà evidente di rifare, umanisticamente, moduli classici. Tale l&#8217;&#8221;Ambra&#8221;, un poemetto in ottave, composto dopo il 1486, in cui, sulle orme dell&#8217;Ovidio delle &#8220;Metamorfosi&#8221; e del Boccaccia del &#8220;Ninfale fiesolano&#8221;, narra la storia mitica di una ninfa, Ambra, che, per sfuggire all&#8217;amore di Ombrone, il fiumicello vicino, sarebbe stata mutata in pietra. Tale il &#8220;Corinto&#8221;, un&#8217;egloga pastorale in cui, in mdi evidentemente desunti dai greci (Teocrito) e dai latini (Virgilio e la tradizione post-virgiliana), è cantato l&#8217;amore del pastore Corinto per la ninfa Galatea.</p>
<p>Accanto a queste opere, nelle quali, anche se la fattura non è mai di alta eleganza, è evidente la volontà di una letteratura di tono &#8220;alto&#8221;, ve ne sono altre, le sue più famose, nelle quali invece sono evidenti temi e modi della poesia popolare; i &#8220;Beoni&#8221;, un poemetto in terzine, ricco di caricature di contemporanei; l&#8217; &#8220;Uccellagione di starne&#8221; o &#8220;Caccia col falcone&#8221;, poemetto in terzine, che descrive in modi realistico-giocosi una caccia col falcone; canzoni da ballo; canti carnascialeschi, cioÃ¨ canti carnevaleschi posti in bocca alle maschere che sfilavano su carri allegorici. Liriche, queste, composte per lo più da autori popolari, &#8220;intonate&#8221;, cioè musicate, sui metri e sui motivi musicali delle laude, scopertamente sensuali, ricche di doppi sensi e di tratti vibranti di una gioia sfrenata di vivere: un canto carnascialesco è quella &#8220;Canzone di Bacco e Arianna&#8221;, nella quale si è sempre visto il capolavoro del Magnifico.</p>
<p>Partecipe di quest&#8217;ispirazione è anche un poemetto rusticane in ottave, il metro dei cantiori e dei rispetti, intitolato &#8220;Nencia da Barberino&#8221;, sulla cui attribuzione si è molto disputato, in quanto è stato attribuito, ma senza prove convincenti, a un Bernardo Giambullari. L&#8217;autore pone in bocca a un pastore, Vallera, una serie di rispetti d&#8217;amore, si dicevano rispetti continuati, per una pastorella, Nencia da Barberino, per cantare, su uno sfondo rusticano e in una lingua contesta d&#8217;idiotismi del contado toscano, le bellezze della donna, la passione dell&#8217;uomo, la sua malinconia. Ma non scende mai, come fu poi in tanta altra letteratura del genere, a una satira scoperta e superficiale del &#8220;villano&#8221;, mentre però nasconde (non poteva né voleva nasconderlo) il distacco dell&#8217;autore da quel mondo che ai suoi occhi di cittadino e di uomo colto non poteva non apparire rozzo, tanto nei sentimenti quanto nel modo di viverli e di esprimerli.</p>
<p>La &#8220;Nencia&#8221; perciò, appunto perchè è un capolavoro di equilibrio, mostra evidente il carattere subalterno che la lirica popolare e, dietro di essa, il popolo, avevano agli occhi del letterato umanista. Un fatto, questo, che aiuta a capire un atteggiamento mentale che si protrasse per secoli, mentre sfata tante leggende sul &#8220;populismo&#8221; sentimentale o sulla &#8220;popolarità&#8221; letteraria di questi nostri scrittori. Lorenzo e, così negli stessi anni il Poliziano, negli anni seguenti tanti altri, si divertivano a studiare e a rifare un&#8217;umanità  inferiore, cioè che essi consideravano inferiore, i cui modi di sentire e di esprimersi inserivano intatto nella propria opera, con elegantissimo divertimento umanistico, in uno sfoggio di spericolata abilità. La letteratura popolare, dunque, fu assunta nelle opere di Lorenzo come degli altri umanisti con la coscienza precisa del suo carattere subalterno e, quindi, della possibilità di accostarsele solo considerandola materia di divertimento elegante: un prontuario di temi e di toni da mettere assieme a quelli che offrivano la tradizione classica da una parte, quella romanza dall&#8217;altra. Una scelta, nelle opere di Lorenzo, dei motivi e dei toni &#8220;maggiori&#8221; o &#8220;poetici&#8221; non può essere, proprio per la varietà di quell&#8217;opera, che una scelta di gusto, un fatto soggettivo. </p>
<p>Il che spiega come alcuni abbiano additato il Lorenzo migliore nei suoi momenti realistici, altri in certi moti di distacco malinconico dalla città  e dagli affari, altri ancora in una diffusa atmosfera di sensualitàe di malinconia, venata dal pensiero della caducità delle cose. In realtà, questi motivi si ritrovano presenti e intrecciati in tutte le opere del Magnifico, a qualsiasi gruppo esse appartengano; mentre in ognuno di quei gruppi si trovano liriche o momenti maggiormente riusciti. Come alcuni passi della &#8220;Nencia&#8221; o la &#8220;Canzona di Bacco&#8221; e &#8220;Arianna&#8221; sono le sue cose meglio riuscite nei modi popolari, così la fine del &#8220;Corinto&#8221;, con il tema tipicamente rinascimentale della caducità delle cose e della vita, costituisce il vertice della sua poesia classicheggiante, mentre passi sparsi qua e là, per esempio la descrizione dell&#8217;Inverno nell&#8217;&#8221;Ambra&#8221;, denotano quale capacità egli avesse di guardare e rendere realisticamente la modesta realtà quotidiana, mentre, infine, alcuni sonetti o la seconda delle &#8220;Selve d&#8217;Amore&#8221; rivelano la sua abilità  nel rifare i motivi della malinconia, della caducità delle cose, del desiderio di solitudine e di evasione. Vostra Elena P.</p>
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		<title>Lingua tagliente, scrittura salace, personalità dissacrante: ecco a Voi il libellista Pietro Aretino!</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 22:55:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Pietro Aretino nacque ad Arezzo nel 1492. Si dedicò, giovanissimo, alla pittura a Perugia, poi passò a Roma, dove divenne celebre per le sue &#8220;pasquinate&#8221; (brevi componimenti satirici e scandalistici, scritti in persona di &#8220;Pasquino&#8221;, cioè di una statua mutila, situata in una piazza di Roma, alla quale essi venivano appesi). Dal 1527 all&#8217;anno della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/03/portrait_of_pietro_aretino-400.jpg' title='Ritratto di Pietro Aretino, firmato dal Gigante TIZIANO!'><img src='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/03/portrait_of_pietro_aretino-400.jpg' alt='Ritratto di Pietro Aretino, firmato dal Gigante TIZIANO!' /></a></p>
<p>Pietro Aretino nacque ad Arezzo nel 1492. Si dedicò, giovanissimo, alla pittura a Perugia, poi passò a Roma, dove divenne celebre per le sue &#8220;pasquinate&#8221; (brevi componimenti satirici e scandalistici, scritti in persona di &#8220;Pasquino&#8221;, cioè di una statua mutila, situata in una piazza di Roma, alla quale essi venivano appesi). Dal 1527 all&#8217;anno della sua morte (1556) visse a Venezia, dove, allora, si poteva godere di maggiore libertà di parola. Qui intrecciò una fervida amicizia culturale con Tiziano, che gli dedicherà uno splendido ritratto nel 1545 (oggi conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze) ed insieme al Sansovino e al Vecellio diede vita ad un brillante circolo artistico.<span id="more-5053"></span></p>
<p>La sua figura interessa anche la storia del costume. Egli fu infatti uno scrittore libellista e ricattatore, che fece della sua penna un&#8217;arma temuta, vendendola al maggior offerente. Sovrani come Francesco I, Carlo V e il re d&#8217;Inghilterra, principi e cardinali compravano da lui una lode per sé e biasimi per i loro avversari ed, egli li serviva con spregiudicato cinismo, che a volte presentava come difesa della pubblica moralità e giustizia. Le sue &#8220;Lettere&#8221;, che egli stesso pubblicò fra il 37 e il 56, erano lette pubblicamente e da tutti ammirate (l&#8217;Ariosto gli diede il titolo, di cui egli si vantava, di &#8220;flagello dei principi&#8221;), e bastavano, com&#8217;egli dice, a fare spesso la fortuna o la disgrazia d&#8217;un uomo.</p>
<p>Questa attività non fu propria soltanto dell&#8217;Aretino, in quel tempo, ma di altri letterati libellisti di professione, quali Niccol Franco e Antonfrancesco Doni, per i quali lo scrivere fu mezzo di affermazione nella vita. Il loro successo attesta l&#8217;onore in cui erano tenuti allora lo scrittore e la parola scritta; che, inoltre, in quell&#8217;età d&#8217;incipiente assolutismo, svolgevano un&#8217;opera di propaganda politica, alla quale la stampa consentiva uno sviluppo ben più vasto e rapido di un tempo, cosa questa che spiega l&#8217;interesse dei sovrani nei loro confronti. La professione di libellista e, per così dire, di giornalista politico e scandalistico spiega i pregi e i limiti dell&#8217;opera dell&#8217;Aretino.</p>
<p>Fu uomo di vasta cultura, anche se non profonda, d&#8217;intelligenza e di sensibilità acuta, dotato di una vena nativa di scrittore, capace di esprimersi in modo concentrato ed incisivo. Il carattere della sua produzione gl&#8217;imponeva la ricerca non di classica compostezza, ma di uno stile &#8220;parlato&#8221;, rapido, fonato sulla frase acuminata e intelligente, sulla violenza polemica, sul sarcasmo sottile. Continui, per questo, e quasi sempre efficaci sono i suoi attacchi contro i letterati verbosi e magniloquenti, contro i pedanti, di cui egli schizza briose caricature. Mancano, d&#8217;altra parte, all&#8217;Aretino, la concentrazione e l&#8217;impegno del grande scrittore. La sua opera resta episodica e frammentaria, anche se comprende alcune fra le pagine più vivaci del secolo.</p>
<p>Oltre alle &#8220;Lettere&#8221;, l&#8217;Aretino scrisse anche una tragedia, &#8220;Orazia&#8221; e delle commedie (&#8220;Marescalco&#8221;, la &#8220;Cortigiana&#8221;, l&#8221;"Ipocrito&#8221;, la &#8220;Talenta&#8221;, il &#8220;Filosofo&#8221;), che sono fra le più briose del tempo. Interessanti sono anche i &#8220;Ragionamenti&#8221;, immaginari dialoghi di meretrici, nei quali, a parte la soverchia e compiaciuta insistenza sull&#8217;osceno, si trovano pagine che rivelano nell&#8217;autore autentiche capacità d&#8217;artista. Alla prova dei fatti, l&#8217;Aretino racchiudeva il proprio equilibrio di mestierante diffamatorio, entro una più vasta cerchia di equilibri politici. L&#8217;appoggio dato all&#8217;uno e poi all&#8217;altro dei numerosi contendenti europei (in specie tra Carlo V e Francesco I) segna il variare della sua posizione pratica rispetto all&#8217;uno e all&#8217;altro e, il modificarsi delle sue opportunità, ma vi si può scorgere una ragione tra quelle di un più generale equilibrio europeo.</p>
<p>Nell&#8217;Aretino si riflettono le necessità dell&#8217;uomo medio italiano (dalle più elevate alle più infime e, non sposta il problema il fatto che nel nostro scrittore le seconde prelevassero di gran lunga sulle prime) a che l&#8217;Europa fosse ben bilicata tra le varie forze politiche, senza che l&#8217;una predominasse sull&#8217;altra. Mentre solo la lotta di Roma contro Lutero tocca un fatto intimo nell&#8217;Aretino (le sue opinioni religiose  per meglio dire il suo sentimento religioso), la restante parte delle valutazioni politiche che segue i fluidi percorsi dell&#8217;equilibrio europeo nel Rinascimento. Allo stato grezzo, come un nudo bisogno dell&#8217;esistenza quotidiana, vediamo nell&#8217;Aretino l&#8217;alternarsi di una forza e dell&#8217;altra. E in questo il nostro scrittore riflette una necessità di sopravvivenza dei ceti medi italiani, un mezzo (per quanto infamante) di elementare difesa.</p>
<p>L&#8217;Aretino non pensa mai che nei suoi attacchi a quel potentato o a quello Stato ci sia un proposito di offensiva totale, di conquista di un potere. L&#8217;Aretino si difende su quello stesso fronte (certo facendo uso dei più proibitivi mezzi guerreschi) su cui si difendeva tutta la media classe italiana, quella che non deteneva il potere per nobiltà di sangue o per potenza di denaro e di milizie. Si direbbe la media borghesia, quella che comprendeva in sè tutti gli artisti del Rinascimento e, non il &#8220;popolaccio&#8221;; ché l&#8217;Aretino, se conservava i più autentici e ricchi motivi della sua bassa nascita, conduceva una vita e viveva in una società che non era affatto popolare.</p>
<p>L&#8217;Aretino è il primo uomo pubblico tra gli artisti del Rinascimento che poggi la propria vita su tutta l&#8217;Europa. Quando si leggono le sue corrispondenze con l&#8217;Imperatore e con il Re di Francia, con la Regina di Svezia e con il Re d&#8217;Inghilterra, con il Papa o con i Principi italiani, scorre davanti agli occhi un caso di autorità di un letterato, così come nemmeno Voltaire saprà ripetere. Questa Europa dell&#8217;Aretino non è un&#8217;ipotesi fittizia, ma è la concreta Europa del Cinquecento, considerata e rivista in tutti i suoi menomi trasalimenti sociali e in tutte le traversie politiche. Lo sguardo dell&#8217;Aretino non perde nulla e, tutto è alla portata del suo gioco pratico. Sa tutto e, vede tutto. Pronto a profittare di un lieve passo di una Potenza, ma pronto anche a sacrificare una forte amicizia se dall&#8217;abbandono può derivare una maggiore elasticità.</p>
<p>Se, poi, ha l&#8217;occhio continuamente rivolto al popolo minuto, se i suoi più carezzati personaggi provengono dai ceti più bassi, anche questo ha una ragione: una ragione che non sia soltanto conseguenza della sua natura d&#8217;uomo portata a viver bene con quelli delle sue origini, o relazionata dai generosi scatti del suo umore. Il popolano del Rinascimento non avrà miglior amico e dipintore del nostro scrittore, né alcuna artista (anche tra coloro che sovrastano l&#8217;Aretino) realizzerà  più di lui in questo campo. Non è certo un pensiero sociale. E chi l&#8217;aveva nel suo tempo? Ma è una passione sociale, nutrita di un profondo senso del reale, di un&#8217;accalorata esperienza delle condizioni di una forza sociale ancora &#8220;in fieri&#8221;. Con quanta compiaciuta benevolenza segue l&#8217;Aretino i propri popolani quando tentano di arraffare un bene materiale. E se lo fanno rubando la borsa ai padroni, l&#8217;occhiata del nostro scrittore non è meno lieta e incoraggiante.</p>
<p>Però il campo della sua passione sociale è un altro, o meglio si svolge assai più coscientemente che non nei riguardi delle masse piccolo-borghesi e proletarie del Rinascimento. Ed è verso gli scrittori ed artisti come ceto sociale. L&#8217;Aretino intende l&#8217;essenza sociale dello scrittore, le sue proprie finalità e i suoi interessi nel generale ambito della società  contemporanea, tendente ad uscir fuori dalla vita degli studi, ad entrare nel vivo della vita nazionale e anche europea, a costituirsi n un&#8217;unità più organica, con le necessità pratiche non meno erompenti e legittime di quelle di un Principe. Si guardi i consigli che dà ad uno scrittore o ad un pittore. Si sente, oltre che segretario del mondo, segretario delle lettere. Potremmo dire, per celia, che egli è il primo organizzatore sindacale degli artisti e professionisti dell&#8217;arte. E, mescolandosi nella massa, egli è uscito fuori dell&#8217;immagine umanistica dell&#8217;Homo interior .</p>
<p>Tutti i suoi atti di scrittore sono pubblici: rende a tutti nota la propria corrispondenza epistolare, non solo per documentare e rafforzare il prestigio della sua penna, ma per la continua comunicazione che c&#8217;è tra lui scrittore e il mondo. Non vi sono memorie intime, non vi sono confessioni che servano di puro sfogo morale, non vi è intento di tener per sé i suoi motivi d&#8217;arte: tutto è al di fuori, tratto alla luce perché deve vivere alla luce. Da Petrarca all&#8217;Aretino si è prodotto uno iato amplissimo. L&#8217;Aretino è il vero Rinascimento tizianesco e raffaellesco: ogni cosa nasce perché stia davanti agli occhi del mondo e vi viva, subito appena creata. Sopra quest&#8217;intenzione si potrà ricercare (come si tenterà di fare in appresso) la poetica e il linguaggio dell&#8217;Aretino, i quali si formano e si sviluppano non secondo un processo di teorizzazione interiore, ma secondo i modi e le figure della realtà  oggettiva.</p>
<p>Il Rinascimento, d&#8217;altro canto, rinviene nella complessità della vita aretinesca elementi e realtà di fatto che trascendono la pura considerazione dell&#8217;arte. A differenza di artisti e scrittori di lui tanto più grandi (i suoi pittori veneziani, il conturbante amico Michelangelo, il &#8220;divino&#8221; Ariosto), il nostro mostra un&#8217;adesione al Rinascimento non soltanto per le ragioni dell&#8217;arte e del sentimento. Per esse, ma anche per altri motivi. L&#8217;ambiente sociale lo relaziona secondo tutte le sue leggi ed, egli agisce al cristallizzarsi di norme sociali con la stessa passionalità, con cui polemizza verso i colleghi di mestiere. Si veda come si spinge avanti nel tempo, rischiando di sopravanzare empiricamente tutti i tentativi conciliatori del Cinquecento, la sua idea del &#8220;denaro&#8221;, la sua percezione del valore anti-medievale dell&#8217;economia. Il valore economico per sé stante. Il desiderio di guadagno che è una forza pari a tutte le altre forze morali e spirituali impossibilitata ad essere sottoposta allo scopo etico della vita. </p>
<p>Per l&#8217;Aretino, tra il guadagno e la vita morale non ci sono vie di soluzione. Si tratta di campi remoti. Non si potrebbe chiedere nulla di tutto questo ad un Ariosto a ad un Michelangelo. Il nostro Aretino tende ad interessare campi che non sono più della pura letteratura, così allineato com&#8217;è con i più coscienti trattatisti economici del Rinascimento. Un&#8217;altra prova di libertà non soltanto infamante, è questa. Ed altre se ne potrebbero trovare in quell&#8217;uso cosiddetto della &#8220;stampa&#8221;, ossia della sua scoperta del potere della carta stampata, tanto che, dal Chalses in poi, si è sempre ritenuto (e a ragione) l&#8217;originalità dell&#8217;Aretino &#8220;giornalista&#8221;, dell&#8217;Aretino cronista spavaldo della vita pubblica e privata. Immagine suggestiva cui lo stesso Aretino credette, allorché scriveva al Marchese di Mantova: &#8220;La stampa mi premierà e, non i Principi&#8221;. Vostra Elena P.</p>
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		<title>Il vigore e lo slancio della Famiglia Brontë ha il volto di Charlotte!</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2009 09:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;La messe di Haworth&#8221; Harworth Harvest è il titolo di una biografia complessiva della famiglia Brontà, curata da Brysson Morrison) fu in realtà  una tragica fioritura di vite incalzate dalla malattia e dalla morte. Dei sei figli nati dal matrimonio del pastore anglicano, l&#8217;irlandese Patrick Brontë con Maria Brandwell, i primi due, Maria ed Elizabeth, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/02/charlottebronte1.jpg' title='Charlotte BrontÃ«'><img src='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/02/charlottebronte1.jpg' alt='Charlotte BrontÃ«' /></a></p>
<p>&#8220;La messe di Haworth&#8221; Harworth Harvest è il titolo di una biografia complessiva della famiglia Brontà, curata da Brysson Morrison) fu in realtà  una tragica fioritura di vite incalzate dalla malattia e dalla morte. Dei sei figli nati dal matrimonio del pastore anglicano, l&#8217;irlandese Patrick Brontë con Maria Brandwell, i primi due, Maria ed Elizabeth, morirono nel 1825, poco più che decenni, per una tisi contratta in una scuola per figlie di ecclesiastici poveri,a Cowan Bridge (e questo tragico evento tornerà in uno dei più toccanti episodi di Jane Eyre). <span id="more-4920"></span></p>
<p>La morte era già entrata in casa quattro anni prima, troncando la vita della madre; altre due sorelle, Charlotte ed Emily, sono dimesse dalla scuola dove la scarsità del vitto e la durezza del trattamento hanno già minato irreparabilmente la loro salute e, si riuniscono alla piccola Anne e la fratello Patrick Branwell, che tutti chiamano col secondo nome Haworth, che allora contava poco più di quattromila &#8220;anime&#8221;, è una cittadina dello Yorkshire, a ridosso di una collina su cui soffia implacabile il vento del &#8220;moor&#8221;, la vasta e ondulata brughiera interrotta di tanto in tanto da spunzoni rocciosi e rigagnoli d&#8217;acqua. Nella casa &#8211; parrocchia Brontà, con le finestre tutte sul cimitero, i quattro bambini conoscono forse il periodo più felice della loro vita; la natura è indolore e suggestiva, la morte troppo familiare per essere temibile, la vita un racconto, una finzione immune da ipocrisia. </p>
<p>Il gioco prediletto dei fratelli, la loro maniera di comunicare, consisteva nell&#8217;inventare storie che prima si raccontavano e poi trascrivevano su minuscoli fogli di carta, con grafia microscopica. Figli di genitori non banali, il padre, il cui vero nome era Brunty, di origine contadina e laureato a Cambridge, era uno stravagante erudito, autore di scritti che cominciò a firmare Brontë; la madre era colta e non  priva di impulsi letterari; Charlotte (21 aprile 1816), Patrick Branwell (1817), Emily (30 luglio 1818) ed Anne (1820), in una vita totalmente emarginata dal fasto dell&#8217;incipiente periodo vittoriano, senza contatti col mondo esterno e lontani da suggestioni artistico letterarie (le letture serali con cui il padre li riuniva intorno a sé riguardavano opere di storia, di religione, di filosofia) svilupparono una loro primitiva genialità, scabra e morbosa, austera e fantastica, sostituendo alla vita un gioco di parole, una vera fantasia sceneggiata. </p>
<p>Presto si determinarono due filoni: Emily-Anne, Charlotte-Branwell, più intimista ed estraniato il primo, grandioso e battagliero l&#8217;altro. Finita l&#8217;età dei giochi, Charlotte e Brandwell, la linea forte, tentano di affrontare la vita, eludere lo iato fra quelle sceneggiate e la realizzazione del loro destino di uomo e donna: lasciano la casa, per completare gli studi e trovarsi un lavoro. Emily Anne, la linea debole, rimangono immobili, fallito il tentativo di lavorare come istitutrici e di aprire un pensionato per ragazze, a scavare l&#8217;una in un furore astratto, l&#8217;altra in un&#8217;esangue dolcezza, quel vuoto che sarà colmato solo dalla parola scritta. Il fratello esaurirà per primo quel conato battagliero: un amore disgraziato lo spingerà all&#8217;alcool e alla droga e tornerà a casa per morire (24 settembre 1848); Charlotte resiste e lotta contro tutto: piccola, fronte enorme, naso adunco, bocca irregolare, consapevole della sua apparente non graziosità, timidissima e nevrotica, affronta ogni mattina la giornata gelando i tremori interni con lunghe sorsate d&#8217;acqua fredda. </p>
<p>Diventa da alunna insegnante, s&#8217;innamora di un professore, il collega Héger, sposato con figli adulti, scrive agli editori per far pubblicare le poesie e i romanzi suoi e delle sorelle per cui sceglie ambigui pseudonimi, Currer (Charlotte), Ellis (Emily) e Acton (Ann), per difendere l&#8217;innata ritrosia, ma anche per difendersi dal pregiudizio contro le donne scrittrici: ed è l&#8217;unica a cogliere precocemente qualche successo con il romanzo &#8220;Jane Eyre&#8221;; i &#8220;Poems&#8221; sono totalmente ignorati: due sole copie vendute; &#8220;Agnes Grey&#8221;, di Anne e, &#8220;Cime tempestose&#8221; (Wuthering Heigths) di Emily, stampati in proprio, non hanno migliore accoglienza. L&#8217;opera di Anne non fu mai segnalata e quella di Emily definita &#8220;perversa, brutale e cupa&#8221;. La stoica Charlotte sembra attingere la forza di vivere proprio da una debolezza estranea all&#8217;altera solitudine di Emily o alla dolcezza profondamente religiosa di Anne. Ma queste supposizioni sono raccolte ormai dalle sole pagine dei libri: le pagine della vita registrano funerali e morti, ma sono ermeticamente serrate sulle vicende intime di queste tre donne, sui loro amori, cioè e, furori e disperazioni. </p>
<p>Anne amò forse un giovane curato, Willy Weightman; per Emily si è fatto un nome, Louis Parensell, dedicatario di una poesia (ma non è forse da leggere: Love&#8217;s Farewell = addio all&#8217;amore?) E, Philip Handerson, in uno studio premesso alla raccolta delle poesie complete ipotizza una visione misteriosa o forse una passione omosessuale, che l&#8217;immobilizzò in un ruolo di creatura segnata, sdegnosa del normale, insofferente di conforti religiosi; e Charlotte visse quell&#8217;amore forse mai corrisposto dal professor Héger. Ma tutte queste storie sono come vissute insieme e reciprocamente cancellate dalle tre sorelle, che ridono dei tradimenti subiti da Anne, mentre Charlotte distrugge ogni possibile carta rivelatrice della strana passione di Emily e, a sua volta, trova chi vanifica (l&#8217;amica Gastell) la scandalosa storia del suo amore con un uomo coniugato, persuadendo il professore a distruggere le lettere compromettenti (ma la figlia e la madre di Héger ne raccolsero i frammenti che sono conservati al British Museum). Le polverose soffitte di Haworth hanno consegnato a infaticabili curiosi e studiosi preziosi diari, abbozzi di drammi, tutta la produzione puerile e giovanile della famiglia Brontë, fra cui la lista delle opere di Charlotte composta da lei a tredici anni, che ne elenca ventidue. </p>
<p>Ma nessuno spiraglio si è mai aperto sulla vita amorosa delle tre sorelle e la Brontë &#8220;Society&#8221;, una fondazione che raccoglie biografie, saggi, articoli ed è sempre in attesa di nuove testimonianze e cimeli. Emily, la più misteriosa, inquietante e segnata da una certa bellezza, rimane, come dicono i suoi versi: &#8220;L&#8217;unica sul cui destino /non un labbro s&#8217;interroga, né uno sguardo si vela;/ da che son nata non ho svegliato/ un pensiero dolente, un sorriso di gioia&#8221;. La sua vita è trascorsa così deserta, &#8220;com&#8217;era sola nel giorno natale&#8221; si chiuse il 19 dicembre 1848; Anne, la più quieta, tenera edera avviticchiata alle due più geniali sorelle, muore il 28 maggio 1849, dopo aver scritto il secondo romanzo, &#8220;The Tenant of Wildfell Hall&#8221;. Rimane Charlotte, che sembra maturare nell&#8217;amputazione definitiva di quel plurale in cui si è coniugata la sua vita, una concretezza e continuità di scrittura: &#8220;Shirley, Vilette e The Professor&#8221;(uscito postumo) sono tutti posteriori al 1849. </p>
<p>E anche la sua vita privata sembra trovare maggiore pienezza: il suo successo dei suoi romanzi le procura nuove amicizie e notorietà; il piccolo villaggio di Haworth comincia a diventare meta di gite di persone curiose di conoscere il luoghi in cui Charlotte scrive, critici e scrittori non ritirano, nello stranito stupore dell&#8217;incontro con lo scrittore-donna, quel consenso che avevano tributato all&#8217;immaginato autore. E un uomo devoto, il curato Nicholls, le offre il suo amore e la chiede in moglie. Il destino di Charlotte si conlude però in maniera più emblematica e tragica, se è possibile, che non quello delle sorelle. Charlotte che ha accettato di vivere, che ha imparato a vivere, che ama ormai la vita al punto di generare lei stessa una nuova esistenza, muore dopo nove mesi di matrimonio, prima di dare alla luce il figlio, il 31 marzo 1855. Le sue ultime parole furono: &#8220;Sono felice&#8221;. Vostra Elena P.</p>
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		<title>Luigi Pirandello e la crisi dell&#8217;identità moderna!</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2009 19:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Luigi Pirandello nacque nel 1867, nella Valle del Caos, nei pressi di Girgenti e morì nel 1936, dopo avere conosciuto una rinomanza mondiale, sanzionata, nel 1934, dal premio Nobel. La sua attività letteraria può essere divisa in due grandi periodi creativi; nel primo, che giunge fino agli anni della grande guerra, predomina l&#8217; interesse per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/02/luigi-pirandello.jpg' title='Il geniale drammaturgo Luigi Pirandello'><img src='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/02/luigi-pirandello.jpg' alt='Il geniale drammaturgo Luigi Pirandello' /></a></p>
<p>Luigi Pirandello nacque nel 1867, nella Valle del Caos, nei pressi di Girgenti e morì nel 1936, dopo avere conosciuto una rinomanza mondiale, sanzionata, nel 1934, dal premio Nobel. La sua attività letteraria può essere divisa in due grandi periodi creativi; nel primo, che giunge fino agli anni della grande guerra, predomina l&#8217; interesse per la narrativa, nel secondo, quello per il teatro. <span id="more-4833"></span></p>
<p>Fra il 1901 e il 1914 scrisse, infatti, i suoi romanzi (tranne &#8220;Uno, nessuno e centomila&#8221;, pubblicato nel 1926): &#8220;L&#8217;esclusa&#8221;, &#8220;Il turno&#8221;, &#8220;Il Fu Mattia Pascal&#8221; (1904), &#8220;I vecchi e i giovani&#8221;, &#8220;Si gira&#8221; (rielaborato più tardi e pubblicato col titolo (Quaderni di Serafino Gubbio operatore) e &#8220;Suo marito&#8221; (che divenne, poi, Giustino Rondella nato Boggialo); e inoltre alcuni volumi di novelle. Altre ne compose negli anni successivi e, le raccolse tutte, verso la fine della sua vita, nei 24 volumi delle &#8220;Novelle per un anno&#8221;. Negli anni fra il 16 e il 36 compose quasi tutti i suoi drammi e, fondò anche una compagnia teatrale, intitolata al suo nome, che li diffuse con vivo successo in ogni parte del mondo. Ricordiamo fra essi &#8220;Sei personaggi in cerca d&#8217;autore&#8221;(1921), &#8220;Enrico IV&#8221; (1922), &#8220;Liolè, &#8220;L&#8217;uomo dal fiore in bocca&#8221;, &#8220;Così è (se vi pare)&#8221;, &#8220;Questa sera si recita a soggetto&#8221;, che sono i suoi capolavori e, ancora &#8220;Pensaci Giacomino!&#8221;, &#8220;Vestire gli ignudi&#8221;, &#8220;All&#8217;uscita&#8221;, &#8220;Ciascuno a suo modo&#8221;, &#8220;La nuova colonia&#8221;, &#8220;I Giganti della montagna&#8221;.</p>
<p>La produzione narrativa del Pirandello nasce in margine al Verismo, ma sin dallâ€™inizio se ne distacca per una nota polemica piÃ¹ violenta, per una visione amara e paradossale della vita e unâ€™ironia corrosiva, che rimarranno i tratti fondamentali della sua arte. PiÃ¹ che a una pittura dâ€™ambienti, il Pirandello Ã¨ attento allâ€™individuo, alla sua angoscia di uomo solo, umiliato e offeso dagli altri e dalla vita. I suoi personaggi sono prevalentemente piccoli borghesi, dallâ€™esistenza grama e soffocante, che oppongono allo sfacelo dâ€™una societÃ  ormai in piena decomposizione e al suo conformismo piatto e assurdo, la brama di vivere, di essere qualcuno. Ma questa brama, sempre insoddisfatta, sâ€™esaspera in gesti bizzarri, in allucinate stravaganze, in una o piÃ¹ lucida follia: nel riconoscimento, comunque, dellâ€™impossibilitÃ  di vivere e di ogni ribellione. </p>
<p>Allâ€™origine di questo atteggiamento câ€™Ã¨, nellâ€™autore, la consapevolezza dâ€™una frattura storica, della disgregazione totale della civiltÃ  romantica e borghese. Essa gli appare intesa a mascherare il crollo dei propri ideali dietro unâ€™enfasi astratta o dietro febbrili esaltazioni (come quella dannunziana), che rivelano il vuoto e la falsitÃ  dâ€™un mondo fondato sullâ€™apparire, non sullâ€™essere. Lâ€™abbandono alle correnti irrazionalistiche e ai falsi miti dellâ€™eroismo superumano aveva infranto il senso della continuitÃ  della storia, che si fonda sempre sulla possibilitÃ  di vera comunicazione fra gli individui. Ä– nata cosÃ¬ quella che noi chiamiamo â€œincomunicabilitÃ  o alienazione dellâ€™uomo modernoâ€, che si ritrova solo in un mondo di parvenze assurde, negato non solo al colloquio con gli altri e con Dio, ma anche con sÃ© stesso, dato che la persona si attua proprio nellâ€™armonico rapporto con gli altri e con il mondo.</p>
<p>Lâ€™arte del Pirandello Ã¨ la denuncia, lucida e, insieme angosciosa di questa crisi. Egli non ne indaga le cause sociali e morali, ma appunta il suo interesse sul dibattersi dellâ€™io, travolto dal caos della vita, anelante, ma invano, a essere, a ritrovarsi autenticamente vivo. Nellâ€™universo inspiegabile e nella societÃ  tutto appare relativo, anche la persona, ridotta a una molteplicitÃ  di atti e di gesti mutevoli, che Ã¨ impossibile cogliere e fissare per sempre in una forma. Ciascuno Ã¨ â€œunoâ€ e â€œcentomilaâ€ e, cioÃ¨, in pratica nessuno. Invano cerchiamo di sovrapporre al libero fluire della vita una forma, una coscienza, una personalitÃ  che serva a noi stessi e agli altri per definirci, per possederci: questi fragili schemi vengono di continuo travolti e, il nostro io, la realtÃ  quotidiana, sono soltanto unâ€™apparenza multicolore, diversa per ogni persona che ci guarda e anche per noi stessi; esse rivelano la loro reale inconsistenza soprattutto quando il dolore, la morte o il giuoco cieco del caso distruggono le illusioni e mettono a nudo la vera sostanza della vita.</p>
<p>La scoperta del vuoto, del baratro continuamente in agguato sotto di noi Ã¨ la situazione centrale dei drammi pirandelliani. Ma va aggiunto che la scelta dellâ€™espressione teatrale non fu un fatto estrinseco: il teatro fu per Pirandello il simbolo della vita, la scena irreale dove recitiamo, volta per volta, centomila parti, simili ad attori drammatici. Questa corrispondenza Ã¨ evidente in uno dei piÃ¹ bei drammi del Pirandello, i â€œSei personaggi in cerca dâ€™autoreâ€, dove i sei protagonisti, figure appena abbozzate da uno scrittore e poi abbandonate a se stesse, chiedono con angoscia che qualcuno completi lâ€™opera lasciata in tronco e, li faccia vivere autenticamente. Si protendono, cioÃ¨, nellâ€™attesa dâ€™una mente creatrice che dia loro una â€œformaâ€, una consistenza piena, che li saldi dalla dispersione nel relativo e dalla sofferenza senza nome e senza perchÃ©: ma invano, perchÃ© ormai sono stati travolti dal vortice caotico e oscuro della vita. Quei personaggi sono simili allâ€™uomo, anchâ€™esso creato da un autore che lo ha abbandonato nel relativo, costringendolo a recitare senza fine una parte priva di significato.</p>
<p>Lâ€™arte del Pirandello Ã¨ caratterizzata e spesso inquinata dal prevalere del gusto del paradosso, da un intellettualismo lucido ma a volte capzioso. I suoi personaggi si agitano, si dibattono, in una continua disputa con se stessi e con gli altri, denunciano, con ironia gelida, lâ€™artificiositÃ  di tutte le costruzioni spirituali, la vanitÃ  di ogni piÃ¹ salda certezza. Ä– unâ€™ironia dissolvente, perchÃ©, a ben guardare, dietro i falsi rapporti sociali e morali non câ€™Ã¨ che il nulla, lâ€™incomprensibile caos primigenio dellâ€™essere insondabile. E tuttavia, di lÃ  dalle negazioni dellâ€™intelletto, il Pirandello scopre nel nostro essere unâ€™insopprimibile ansia di vita, la nostalgia dâ€™unâ€™esistenza vera, naturale e pura. La tragedia dellâ€™uomo pirandelliano Ã¨ il suo essere per il nulla; il destino paradossale e angoscioso di chi porta in sÃ© una scintilla divina (ma si tratta di un Dio sconosciuto e inconoscibile), unâ€™ansia di veritÃ  e dâ€™eternitÃ , ma per vederla morire in un mondo futile dâ€™apparenze.</p>
<p>Il suo dramma consiste nel non riuscire a placarsi nellâ€™insensibilitÃ  che Ã¨ propria delle cose, nÃ©, dâ€™altra parte, a risalire dalla dispersione e dallâ€™esilio del relativo a una comunione con la realtÃ  vera dellâ€™essere, di cui il nostro protenderci, nellâ€™arte e nella vita, verso una â€œformaâ€ esprime il presentimento e il desiderio vano. In questa angoscia il Pirandello scopre la dignitÃ  vera dellâ€™uomo, che lo spinge a inchinarsi sulla sua pena con dolente pietÃ . La grande risonanza dellâ€™opera del Pirandello fu dovuta al fatto che essa coglieva una problematica spirituale, che sarebbe stata approfondita dalla filosofia dellâ€™Esistenzialismo nel travagliato periodo fra le due guerre mondiali. Inoltre essa fu rivoluzionaria non solo nei contenuti, ma anche per quel che riguarda le forme della rappresentazione teatrale, sÃ¬ che offrÃ¬ importanti suggerimenti a tutto il teatro mondiale contemporaneo, da Oâ€™ Neill ad Anouilh, da Jonesco a Beckett. Vostra Elena P.</p>
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		<title>Libero De Libero: poeta e &#8220;manager&#8221; artistico di altri tempi!</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 12:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti o almeno la gran parte dei poeti italiani, più o meno grandi, del secolo scorso, si sono sempre occupati della pittura dei loro contemporanei. Nel &#8217;900, un posto di rilievo spetta a Libero De Libero (1903-1981), il quale, però, aveva qualcosa di più degli altri: spiccate qualità di organizzatore o, come si direbbe oggi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/02/alberto-savinio-libero-de-libero.jpg' title='Ritratto di Libero De Libero ad opera di Alberto Savinio'><img src='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/02/alberto-savinio-libero-de-libero.jpg' alt='Ritratto di Libero De Libero ad opera di Alberto Savinio' /></a></p>
<p>Tutti o almeno la gran parte dei poeti italiani, più o meno grandi, del secolo scorso, si sono sempre occupati della pittura dei loro contemporanei. Nel &#8217;900, un posto di rilievo spetta a Libero De Libero (1903-1981), il quale, però, aveva qualcosa di più degli altri: spiccate qualità di organizzatore o, come si direbbe oggi, di promotore culturale.<span id="more-4760"></span></p>
<p>Sotto questo aspetto, de Libero è stato fondatore e l&#8217;animatore della galleria &#8220;La cometa&#8221;, dove sono passati i maggiori artisti di quella ormai perduta e dimenticata stagione e, soprattutto i giovani della Scuola romana. Il poeta obbediva a una regola che rientrava nella visione baudelariana della corrispondenza delle arti. Una regola, fondata sul gusto e sul rigore, che si collegava al suo credo poetico.</p>
<p>Oggi riusciamo a sapere molte altre cose che riguardavano, indirettamente, la società e i costumi del tempo grazie a recenti ricerche anagrafiche ed esposizioni artistiche, costruite quasi tutte intorno alla collezione personale del poeta con opere, che comunque ripropongono le sue scelte come critico. Compaiono, fra gli altri, lavori di de Chirico, Savinio, Severini, degli amati Mafai e Scipione, di Cagli, Caporossi, Afro e Mirko Basaldella, Fazzini, Viveri, Guttuso e Levi.</p>
<p>Suppongo che sia comunque difficile per un osservatore di oggi, soprattutto in rapporto alle nostre abitudini, capire fino in fondo come si vivesse, a quali compromessi si dovesse ricorrere, per riservarsi un piccolo spazio di libertà. Sotto questo profilo, De Libero rispecchiava i modi, le cadenze e le imposizioni di un tempo molto avvilente e triste per la libertà: tempo di dittatura.</p>
<p>Ma c&#8217;era una libertà superiore alla quale il poeta s&#8217;ispirava ed era appunto l&#8217;assoluta e piena libertà dell&#8217;arte e della poesia: capitolo sul quale non ha mai ceduto di un passo e tutte le volte, che si presentava l&#8217;occasione, non ha mancato di distinguere e di salvaguardare la sua poesia e il lavoro dei suoi amici e degli artisti contemporanei. Quando poi, i tempi si fecero più duri e crudeli, con le leggi razziali, De Libero soffrì assieme a Corrado Cagli, il quale alla fine scelse l&#8217;esilio e se andò in America.</p>
<p>De Libero sognava di organizzare mostre sontuose su Picasso e Derain a Roma, ma tutti i progetti, anche a causa di quei tempi così terribili, abortirono e non vennero mai realizzati. Altro punto di riferimento assoluto era il mondo culturale francese, quei poeti e quei romanzieri, che ebbe modo di conoscere personalmente a Roma. C&#8217;è in particolare una fotografia che lo ritrae assieme a Fransois Mauriac. </p>
<p>Fotografia commovente, uguale a tante altre che immortalano un gruppo di persone fra cui spicca Moravia e dietro Moravia, Ungaretti e, distaccato ancora De Libero. Ricordi che ci permettono di scoprire anche la sua intimità spirituale più schiva, oltre il volto del severo poeta De Libero, morto nella più desolata tristezza, certo di non avere mai raggiunto appieno i suoi sogni di giovane ciociaro, venuto a Roma con la sola ambizione di vivere, secondo i suoi gusti e secondo la sua morale interiore.</p>
<p>Sempre nell&#8217;ambito della poesia della poesia e dell&#8217;arte le sue vere preferenze, i suoi amori andavano agl&#8217;interpreti del surrealismo, che rappresentava per lui e per l&#8217;altro suo amico fraterno, Leonardo Sinisgalli, il modello più alto e cristallino dell&#8217;invenzione e del rinnovamento. Poi quando stava per avvicinarsi la burrasca, anche De Libero venne attaccato come simbolo dell&#8217;arte ebraica, capitalista e infranciosata. Chi legga oggi quelle pagine di giornale può capire bene ciò che sarebbe successo se avessero vinto fascismo e nazismo.</p>
<p>Allora, senza dubbio Roma e l&#8217;Italia erano molto più piccole ma c&#8217;era ancora quel senso della famiglia e degli artisti, che oggi è saltato per colpa dell&#8217;ingresso del mondo in casa e delle logiche finanziarie che dettano regole nefaste, talora antietiche, in ogni ambito. Vostra Elena P.</p>
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		<title>Benvenuta Signora Dalloway! Qui nessuno ha paura di Virginia- Clarissa Woolf!</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 08:44:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2008/10/virginia-woolf1.JPG' title='Lâ€™eterea Virginia Woolf!'><img src='http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2008/10/virginia-woolf1.JPG' alt='Lâ€™eterea Virginia Woolf!' /></a></p>
<p>Il 28 marzo 1941, Virginia Woolf esce dalla sua casa di campagna nel Sussex e, giunta sulla riva del piccolo fiume che scorre lìvicino, deposita cappello e bastone da passeggio, entra nell&#8217;acqua e si lascia affogare, quietamente. C&#8217;è chi sostiene che, per non lasciare nulla al caso, avesse riempito le tasche di sassi. Questa fine, studiata si direbbe con una certa cura per i particolari, non può venire brutalmente archiviata, come frutto di un&#8217;ennesima crisi depressiva, anche se è vero che fin dall&#8217;adolescenza la Woolf aveva subito ricorrenti crisi nervose e che la guerra, con la sua lunga sequenza d&#8217;incursioni e distruzioni, può aver contribuito alla sua decisione di abbandonare per sempre la realtà .<span id="more-3866"></span></p>
<p>Virginia nacque il 26 gennaio del 1882, a Londra. Suo padre, Lesile Stephen, era un uomo di lettere, noto alla migliore società londinese dell&#8217;età vittoriana. Aveva sposato in prime nozze una figlia di Thackeray, in seconde la madre di Virginia, una Johnson di &#8220;Little Holland House&#8221;, salotto letterario un pò frivolo ma in grande auge alla metà dell&#8217;Ottocento. Lesile Stephen era un tipico prodotto di Cambridge, appartenente all&#8217;agguerrita minoranza agnostica e darwiniana, che tuttavia non si sottraeva a certe convenzioni del suo tempo quali l&#8217;immutabilità dei rigidi principi educativi e l&#8217;indiscussa fede nella superiorità maschile. Rimasto vedovo nel 1895, aveva assunto in proprio la &#8220;gestione&#8221; dell&#8217;istruzione delle figlie, lasciando che i maschi seguissero conformemente alla tradizione gli studi presso la &#8220;Alma Mater Cantabrigia&#8221;. </p>
<p>La tredicenne Virginia e la sorella sedicenne Vanessa ricevettero così un&#8217;educazione vasta ed eclettica, ma nello stesso tempo dovettero subire tutto il peso dell&#8217;autoritaria personalità paterna. Lesile Stephen morì nel 1904, ma nove anni di vita con il padre erano stati sufficienti a mettere a dura prova il carattere indocile e tendenzialmente nevrotico delle due sorelle, costrette per di più negli ultimi anni della lenta e inesorabile malattia paterna al ruolo d&#8217;infermiere. Nelle ragazze, intanto, che pure dal padre avevano assorbito una tendenza al raziocinio e un solido sistema di principi estetici classicheggianti, si era andata sviluppando una sensibilità viva ed intuitiva, quasi per un ritorno sentimentale alla figura della madre, morta troppo presto e forse in parte mitizzata per contrapposizione: una madre ce ora rappresentava idealmente una concezione più aperta e libera della vita.</p>
<p>La prima manifestazione della libertà conquistata fu l&#8217;abbandono della casa di Hyde Park Gate. Hyde Park Gate era una residenza di prestigio. Bloomsbury, dove ragazze e ragazzi Stephen si trasferirono, no. Bloomsbury, almeno allora, era un&#8217;area residenziale della piccola borghesia al confine con i quartieri popolari. Per gli Stephen questo significava un salto notevole, un aperto atto di ribellione. E Bloomsbury non rimase un gesto dimostrativo isolato. Col ritorno da Cambridge di uno dei fratelli, Thoby, Bloomsbury divenne ben presto un punto dâ€™incontro, il più famoso salotto intellettuale dell&#8217;epoca, di cui facevano parte, tra gli altri, quello che viene reputato il maggior economista del secolo, John Maynard Keynes, un romanziere della statura di E.M.Forster, uno storico talvolta frivolo ma spesso graffiante come Lytton Strachey e, Roger Fry, il critico d&#8217;arte più importante nell&#8217;Inghilterra fra le due guerre.</p>
<p>All&#8217;origine fu davvero un &#8220;salotto letterario&#8221;, costituitosi al ritorno di Thoby, che trascinò nella nuova casa gli amici più intimi degli anni di Cambridge. Nonostante la prematura morte di Thoby, stroncato nel 1918 dalla febbri tifoidee, il gruppo continuò a riunirsi per molto tempo e con regolarità ogni giovedì sera. Il programma di Bloomsbury si può sintetizzare nella ricerca di sincerità totale, nell&#8217;orrore per la violenza in ogni sua forma, nella liberazione dalle convenzioni sociali e soprattutto nell&#8217;affermazione dell&#8217;arte, più che altro nei suoi aspetti visuali, come base e, principio di vita, anzi come vita stessa. Un programma insieme d&#8217;avanguardia e di retroguardia. Si opponeva infatti in modo estremamente netto agl&#8217;ideali vittoriani ancora radicati nel costume dell&#8217;epoca, era aperto alle novità artistiche come nessun altro in Inghilterra (si trovò praticamente isolato, per esempio, nella difesa di pittori &#8220;follia&#8221;come Cèzanne e Picasso), rifiutava il ricorso alla guerra anche per difesa (e per questo incontrò una fortissima impopolarità durante la prima guerra mondiale).</p>
<p>I componenti del gruppo avevano individualmente precise posizioni politiche che andavano da un liberalismo moderato (sul piano economico) a un laburismo perfino impegnato. Conseguente con le proprie idee, Bloomsbury respinse in blocco il fascismo perchÃ© violento, sopraffattore, ma soprattutto stupido e â€œvolgareâ€. Ä– perÃ² da dire che giudicava â€œvolgariâ€ anche lâ€™Ottocento e la Rivoluzione francese. Il Sei Settecento no, ovviamente. Va tenuto presente che lo â€œspirito di Bloomsburyâ€ era nato negli anni immediatamente precedenti la prima Guerra Mondiale, in un paese come lâ€™Inghilterra, avanzato per molti aspetti, ma solo marginalmente sfiorato dai terremoti ideologici dellâ€™idealismo e del marxismo. Era dunque difficile andare piÃ¹ in lÃ  dalle vaghe istanze fabiane, difficile soprattutto sfuggire alle suggestioni di una tradizione aristocratica, esclusiva, ma dopo tutto nientâ€™affatto accademica e sterile.</p>
<p>Bloomsbury conobbe il momento di massimo fervore negli anni dellâ€™immediato dopoguerra. Fino al 1930 circa i singoli componenti del circolo scrissero le loro opere migliori; ma giÃ  allora, insensibilmente, i legami si stavano allentando. Se Ã¨ impossibile parlare di Virginia Woolf senza parlare di Bloomsbury, sarebbe del pari assurdo circoscrivere la sua personalitÃ  e la sua opera nellâ€™ambito ristretto dello â€œspirito di Bloomsburyâ€, che lei stessa aveva contribuito non poco a consolidare. Al gruppo certamente la Woolf deve lo stimolo a una ricerca linguistica, che Ã¨ tra le piÃ¹ cospicue delle letterature di lingua inglese. Ma câ€™Ã¨ dellâ€™altro: il femminismo tenace maturato per reazione durante lâ€™infanzia vittoriana con lâ€™austero e possessivo genitore, lâ€™invincibile nostalgia per una madre perduta troppo presto e, soprattutto una sensibilitÃ  quasi esasperata- ai limiti della nevrosi- che non Ã¨ difficile ricondurre allâ€™infanzia infelice e allâ€™affetto dâ€™innumerevoli letture su di una natura estremamente ricettiva.</p>
<p>Indubbiamente le opere piÃ¹ mature della scrittrice devono qualcosa al Joyce di â€œRitratto dellâ€™artista da giovaneâ€ e di â€œUlisseâ€, oltre che a Proust e magari a Henry James. Il salto tra le opere giovanili- â€œThe voyage out- La crocieraâ€, â€œNight and dayâ€-e quelle della maturitÃ - soprattutto â€œMrs Dallowayâ€, â€œTo the lighthouseâ€ (Gita al faro), â€œThe wavesâ€ (Le onde)- Ã¨ troppo forte per poter escludere sollecitazioni esterne e attribuire tutto a una maturazione interiore autonoma. La tecnica del â€œflusso di coscienzaâ€, la frantumazione del discorso psicologico, lâ€™inversione dei concetti di tempo e di spazio, sono elementi compositivi in parte mutuati dallâ€™esterno, anche se tanto compiutamente assimilati e fatti propri dalla Woolf da divenire poi tipici del suo stile narrativo. Lâ€™epoca piÃ¹ felice, quella di maggior riuscita artistica, Ã¨ compresa tra il 1925 e il 1927, date che corrispondono allâ€™uscita di â€œMrs Dallowayâ€ e di â€œGita al faroâ€. In entrambi i romanzi le figure centrali sono donne. </p>
<p>Donne sotto certi aspetti felici, comunque realizzate, al centro di una cerchia di affetti e di interessi, che sono veri propulsori di vita. Ora, anche per la Woolf vale una regola comune a quasi tutta la narrativa contemporanea: la presenza dellâ€™elemento autobiografico. Ma sarebbe ingiusto e arbitrario cercare dâ€™identificarla nel personaggio principale ed esclusivamente in quello. La signora Dalloway, per la veritÃ , Ã¨ Virginia Woolf. Almeno come aspirazione, come augurio rivolto a sÃ© stessa; senzâ€™altro come parziale coincidenza nella realtÃ  dei fatti. Eppure lâ€™autrice si ritrae impietosamente anche in altri personaggi e, soprattutto in Septimus Warren Smith, il suicida, lâ€™uomo che la guerra ha allontanato dal mondo.</p>
<p>Le due maggiori realizzazioni della Woolf, cosÃ¬ vicine cronologicamente, sembrano rispondere a unâ€™unica esigenza normale, strutturale, perfino logica, la rottura con lâ€™idea tradizionale di tempo. In â€œMrs Dallowayâ€ una sola giornata (un giorno del giugno 1923) viene dilatata allâ€™infinito, fino a comprendere lâ€™intera vita della protagonista e degli altri personaggi. Solo le ore scandite dal Big Ben riportano periodicamente il lettore alla realtÃ  del tempo limitato. In â€œGita al faroâ€, al contrario, dieci anni- tanti intercorrono tra lâ€™inizio del romanzo e il momento in cui il faro viene effettivamente raggiunto- sono idealmente concentrati in un solo giorno della vita della signora Ramsay, la donna intorno alla quale tutta la narrazione si snoda e trova la sua veritÃ  piÃ¹ profonda. La signora Ramsay, forse la figura chiave dellâ€™opera narrativa di Virginia Woolf, quella che sembrerebbe plausibilmente lâ€™alter-ego ideale della scrittrice, Ã¨ in realtÃ  una ricostruzione quasi onirica, il frutto di un recupero sentimentale: la signora Ramsay Ã¨ la madre della Woolf, come lâ€™isola di Skye, nelle Ebridi, Ã¨ la trasposizione suggestiva della residenza di campagna di St. Ives, sede delle vacanze infantili della famiglia Stephen e, il signor Ramsay- con la sua ostinazione e la smania di raggiungere una inutile meta- Ã¨ il professor Lesile Stephen.</p>
<p>Rintracciare la vera Virginia in Gita al Faro Ã¨ invece praticamente impossibile: si disperde in diversi personaggi minori, in quelli che vivendo almeno in parte della luce riflessa della signora Ramsay cercano di penetrarne il fascino segreto. E soprattutto in Lily Briscole, la pittrice. â€œGita al faroâ€ Ã¨ uno dei rarissimi esempi di â€œprosa dâ€™arteâ€, non stucchevoli o di maniera; inoltre Ã¨ un prototipo insuperabile di â€œpsicologia dâ€™epocaâ€: il fato che qui forse nessuno dei personaggi acquisti il rilievo di una signora Dalloway Ã¨ ampiamente compensato dal gran numero di caratteri psicologici cui viene conferita dignitÃ  e attendibilitÃ . CiÃ² che piÃ¹ sorprende Ã¨ la robustezza, la soliditÃ  quasi architettonica di una struttura narrativa creata tuttâ€™intorno a una prosa frammentaria, impressionistica, estatica, sospesa nellâ€™atmosfera di una â€œrÃªverieâ€ fine a se stessa. Tutto Ã¨ compiutamente concluso, tutto si sostiene in modo armonioso sulla simmetria perfetta della prima e della terza parte legate dallâ€™interludio della seconda, dove il tempo fluisce a un ritmo, che si fa via via concitato e frenetico.</p>
<p>Che cosa rappresenta â€œGita al faroâ€ nella parabola umana della Woolf? Di certo, oltre a costituirne il momento lirico piÃ¹ alto, Ã¨ lâ€™estremo tentativo di difendersi come una fuga a ritroso nel tempo dallâ€™incalzare di una realtÃ  nuova, forse sinistra, obiettivamente detestabile e che sempre piÃ¹ si allontana dagli ideali della scrittrice e di Bloomsbury. A questa realtÃ  tenterÃ  ancora di reagire con â€œOrlandoâ€, dove, per la prima e forse unica volta- a parte alcuni dei suoi numerosissimi saggii critici- esibirÃ  unâ€™altra delle caratteristiche essenziali del gruppo: lo humour. Ma l mancanza di una chiara vicione storica non le permetterÃ  qui di raggiungere i risultati di un tempo. Con â€œThe wavesâ€ (Le onde) arriverÃ , attraverso una stilizzazione eccessiva, ai confini dellâ€™ermetismo. â€œBetween the actsâ€, del 1941, Ã¨ pura poesia, ma anche unâ€™opera giÃ  fuori del mondo, un autentico congedo.</p>
<p>Bloomsbury era ormai poco piÃ¹ che un ricordo. La morte di Lytton Strachey, prima e, poi quella di Roger Fry, ne avevano provocato la fine. La brutalitÃ , la violenza, la â€œvolgaritÃ â€ sembravano trionfare nel mondo. Inoltre la vecchiaia e la decadenza artistica e umana erano concetti troppo lontani dai principi estetici di Bloomsbury, perchÃ© Virginia Woolf potesse accettarli. E cosÃ¬ il 28 marzo 1941 Virginia Woolf esce dalla sua casa di campagna nel Sussexâ€¦E scompare nellâ€™eternitÃ , sempre viva negli animi di chi anela ad â€œuna stanza tutta per sÃ©â€â€¦Vostra Elena P.</p>
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