3 Artisti e un Contadino, arte e vino s’incontrano a Cormòns – Collio (GO).

Il territorio incontra l’arte, e non è la prima volta nella Cantina di Edi Keber in Zegla a Cormòns – Collio (Go). Dopo le mostre personali dell’artista Franco Dugo (2008) e Maurizio Armellin (2009), sabato 30 ottobre ore 15,15 la cantina aprirà le porte al pubblico in occasione della Festa di fine vendemmia ed al vernissage di 3 Artisti e un Contadino, Vin che dorme, introduzione del critico d’arte Fulvio Dell’Agnese.

Saranno visibili ai visitatori della cantina e al turista che da queste parti è solito venire per la bellezza delle sue colline e per assaporarne i prodotti che questa zona di confine posta tra Italia e Slovenia offre, fino a maggio 2011 opere pittoriche, installazioni e fotografie degli artisti Maurizio Armellin (Vittorio Veneto), Ivan De Menis (Treviso) e Maurizio Frullani (Ronchi dei Legionari). Ecco allora che il visitatore all’interno di un’insolita cornice tra barriques e magnum di “vin che dorme” (Collio riserva) avrà modo non solo di affinare il gusto olfattivo e visivo, ma di apprezzare anche la nuova bottiglia realizzata per il vino del territorio e di cui il “contadino” produttore Edi Keber ne è stato un promotore. L’evento sarà inoltre occasione per degustare il vino Collio, nel bicchiere “Beba” opera di Maurizio Armellin che per la nuova Associazione per il territorio “Piccolo COLLIO” (di Cormòns) ne ha curato l’immagine e realizzato Beba oggi mascotte e marchio, il tutto condito con musica e parole a cura del gruppo veneto Quartetto Desueto.

(dal catalogo 3 Artisti e un contadino)

COLLIO

Crediamo nella terra e nei suoi valori;
guardiamo avanti, senza per questo
dimenticare quella filosofia di vita
che i nostri vecchi ci hanno tramandato,
nei racconti della sera, nella stalla,
nel bosco, nella vigna.
Rispettiamo l’ambiente che ci ospita
e questo territorio di frontiera,
così ricco di storia;
amiamo queste colline
dolci e difficili al contempo ma che,
se sai prenderle come si deve,
ti restituiscono dignità e ti gratificano,
con la qualità della vita.

Edi Keber

(presentazione critica di Fulvio Dell’Agnese)

IL VIN CHE DORME E LA GALLINA INTELLIGENTE

La gallina… non è!… un animale intelligente, recitava una canzone che subito torna alla memoria a sentir parlare di “Tre artisti e un contadino”. Allora (erano i bigi anni ’70, destinati ad essere riabilitati dal truce decennio successivo, maculato di edonisti reaganiani, paninari in Timberland al posto delle Clark’s e postmoderni vari) trattavasi di “Il poeta e il contadino”, folgorante trasmissione televisiva costruita sulle facce di gomma di Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, ma soprattutto radicata sui testi di gente come Enzo Jannacci, Beppe Viola, Felice Andreasi. Già in quel contesto la qualifica di contadino era fittizia: l’ingenua ottusità del personaggio dalle braghe sopra la caviglia e con la sporta di plastica perennemente allacciata al polso si dimostrava solo apparente; nella realtà il confronto con la narcisistica supponenza dell’intellettuale rivelava proprio nell’outsider campagnolo la più significativa lucidità e concretezza di pensiero.

Venendo a noi, è evidente che anche il “contadino” di Zegla non la racconta giusta, celando sotto una cospicua dose di understatement, ovvero di consapevole sottovalutazione formale del proprio ruolo, il prestigio di cui da anni è circonfusa la sua sapiente attività di viticultore. Lo si capisce da come guarda la gente – avrebbe poi intonato il duo – che, diversamente dall’immagine tradizionale di una ruralità sana ma un po’ torpida, il nostro vignaiolo pensa eccome: non altrimenti si spiegherebbero le sue meditate strategie produttive e di valorizzazione del territorio e la propensione a contaminare i luoghi della propria attività con artistiche divagazioni.

Così è nel Piccolo Collio di Edi Keber che sono approdate personalità creative eterodosse come Maurizio Armellin. Le sue creature sono anzitutto i guardiani della cantina, sintesi apotropaica di colore fatto rilievo: due coppie di “bravi” appostati all’ingresso dell’area sacra a Dioniso, zazzeruti e ringhianti, che filtrano l’accesso all’alchemica bottega. Da un lato, essi difendono il locale dove le bottiglie già mature attendono di prendere la propria strada verso distanti contesti domestici e amicali, nei quali spandere il proprio effluvio “oracolare”, che profuma e parla dei gusti profondi di una terra che tante ne ingloba, nello spessore umano della sua storia.

Contesti in cui la bottiglia-bossolo di Collio, con la sua forma vagamente boccioniana, andrà a inserirsi con la medesima dose di irriverente eleganza presente nelle Nature morte di Maurizio: oggetti e brani di vita vegetale che – in foto di gruppo o in singolo ingrandimento – si caricano di un’accentuazione visiva che li potrebbe rendere drammatici o grotteschi, se non intervenisse a salvarli l’ampia dose di ironia che pervade il “mondo secondo Armellin”. Il sorridente rigore di Maurizio, che in nome del paradosso inchioda alla triangolazione geometrica di una tovaglia forme e spazi instabili, subito destinati a scivolare liberi nella colata pittorica di una Natura metropolitana, sovrintende anche all’installazione nel cuore della collina, dove riposano le botti destinate all’invecchiamento.

I tubi luminosi al neon, in quell’antro pulsante di bozzoli di rovere che covano il liquido amniotico della civiltà mediterranea, non ambiscono certo a ridefinire i contorni percettivi dello spazio, come le luci collocate in involucri vuoti di Dan Flavin; si offrono invece alla nostra lettura, serpentina fluorescente di alambicchi, per rendere conto visivamente del senso di quanto viene amplificato nel silenzio della cantina: il gorgoglio sommesso del Vin che dorme, e che nel ribollire del suo sonno sta nascendo.

Se Armellin rende visibile quanto avremmo acusticamente faticato a fare nostro, le opere di Ivan De Menis introducono a una dimensione più materica del divenire. Sorprende nei suoi interventi la palpitante commistione dei materiali, dai quali – a partire dalle resine – Ivan sa trarre tutta la carica espressiva che essi implicitamente possiedono, proiettandoli ad assumere sembianze imprevedibili. Sotto le sue mani una semplice sovrapposizione di pigmenti si trasforma in colata di umori traslucidi o in dilatata, contemplativa stratigrafia; sulla quale ogni azione sottrattiva determina un’erosione corporea che travalica la categoria del graffito o del grattage, risolvendosi in effetti di insolita fisicità.

L’opera si offre alla visione frontale secondo una sorta di mappatura centuriata della propria estensione sul piano: riquadri regolari che si intuiscono appena, come ad uno stato di magma primigenio, nell’esame dello spessore laterale, che a sua volta non è mai contorno dell’immagine ma ne fa parte integrante; anzi, per certi versi è questa la sua componente decisiva, che proietta il nostro sguardo nel farsi della forma dipinta e ci dà il senso di un’illusiva coesione del rilievo alla parete. Tant’è che gli interventi di Ivan sembrano riallacciarsi, ancor più che alle pratiche dell’Informale novecentesco, alle millenarie sperimentazioni che hanno avuto il loro pittorico teatro sulle superfici murali, in un alternarsi continuo di spessori traslucidi e porosità granulose, di chimiche carbonatazioni e glassature ad encausto; e ne mantengono talora la suggestione di un diretto promanare del testo visivo dall’elemento strutturale, a far palpitare la parete come se ne venisse evidenziato un fremito sommesso fino ad allora non pienamente percepibile.

Non si tratta dello squarcio violento di cui è capace la natura, come nella roccia che in fondo alla cantina s’intrude possente nella stanza, ma di piccoli, umani sommovimenti, che alleggeriscono di pretese d’assolutezza le geometrie e lasciano trapelare qualche filo di luce sulle inquietudini, sui dubbi associati all’idea di profondità e alla prospettiva della riemersione. Uno che di profondità psicologiche se ne intendeva, come Hans Blumenberg, avrebbe affermato che la metafora visiva creata dall’artista vale a mostrare, con l’istintività del non detto, che “[…] in uno strato sotterraneo del pensiero era da sempre già stata data risposta a queste domande, una risposta che pur non ricevendo una formulazione nei sistemi ha tuttavia operato implicitamente con la sua presenza, nella tonalità, nella coloritura, nella strutturazione”1.

E nella polpa delle nostre fantasie, ben sotto la superficie, affondano anche i pastosi spessori visivi delle immagini di Maurizio Frullani. Con le loro ombre così tanniniche – non a caso già al centro di una liaison con l’aceto di Josko Sirk – esse paiono quasi tener desta la memoria dei rossi di grado che fermentarono nella cantina di Keber prima del Collio paglierino. La sostanza dell’immagine si lega d’altronde con naturalezza al contesto in divenire di una pozione d’uva che lascia udire il sussurro del suo respiro. Perché il clima evocato da Frullani ha sì la penombra fuligginosa delle fiabe e leggende del Centro Europa, ma gli rimane abbarbicata una sospesa tensione mediterranea nel sentore di metamorfosi – apuleiana, misterica, non sublimata nella sonorità del verso come in Ovidio – che aleggia sull’odore di terra solforosa delle stoffe, che sembra di sentir crepitare, lontano e attutito, tra le fenditure di epidermidi argillose.

Siamo forse noi, in questo caso, a spiare come il Lucius dell’Asino d’oro le tenebrose mutazioni della strega, che “[…] dopo un lungo e segreto colloquio con la lucerna, è scossa per tutto il corpo da un tremito insistente”2? Lo sguardo del fotografo esplicita in tale occasione altre suggestioni letterarie, accostando alle figure citazioni dalle liriche di František Halas e dal croato arcaico delle Ballate di Petrica Kerempuh, di Miroslav Krleža, con il loro sapore di crudo realismo, ribelle al punto di fondarsi liberamente sull’artificio linguistico; e le opere di Frullani provocano forse al gioco dei rimandi a quei testi proprio perché consapevoli di possedere i caratteri di entrambi: raffinatezza formale e calcolata grevità. Baba Yaga ha abbandonato la casa sospesa su zampe di gallina assegnatale dalla tradizione fabulistica, ma non ha smarrito la sua torbida ambiguità.

Indossa abiti frusti, che come le sue valigie e i velocipedi su cui viaggia paiono portarsi dietro la storia di un secolo intero; danza con una sorta di Woyzeck, che un attimo prima o subito dopo ci si trasforma sotto gli occhi in proboscidato spettatore alla Moebius di un concerto ad personam. Tutto pare filtrato attraverso i tempi lunghi di un antico scavo della luce su cloruri d’argento, anche se è una Rollei bifocale che la crononauta tiene in mano, uscita dal suo scafandro di pizzi oscuri. Una stampella ne sostiene soffertamente il giovane corpo, reduce da epoche e battaglie lontane, ma a fare da baricentro è al posto della lucerna di Pànfile la macchina fotografica: l’effettivo strumento di magia.

Pordenone, 10 ottobre 2010
Fulvio Dell’Agnese

Alcune note sugli artisti

MAURIZIO ARMELLIN
Sono nato a Vittorio Veneto (Tv) nel 1960. Ho studiato grafica e scenografia a Venezia. Dal 1986, insegno all’Istituto Statale d’Arte “Bruno Munari” di Vittorio Veneto, e dal 1979 ad oggi ho esposto in Italia ed all’estero. Oggi la Cantina di Edi Keber, rappresenta per la mia arte un luogo speciale, perchè speciale è Edi il gallerista del vino e speciale è vin che dorme, il suo Collio Riserva. Per il mondo del vino e della ristorazione, ho realizzato recentemente le seguenti opere e progetti: “Totem” installazione di etichette in tessuto su autoclavi per Bellenda vini e spumanti (Vittorio Veneto); “Vin che dorme” installazione al neon, per Edi Keber (Cormòns); “Faces & still life”personale Ristorante Gellius (Oderzo); “Olio Extra Vergine di Oliva” per Maurizio Menichetti Ristorante da Caino (Montemerano); l’immagine di sala per Pino Cuttaia chef Ristorante La Madia (Licata); “Beba” la mascotte e immagine di Piccolo Collio (Cormòns).

IVAN DE MENIS
È nato nel 1973 a Treviso, dove vive e lavora. Ha compiuto studi artistici e dopo l’Istituto Statale d’Arte di Vittorio Veneto, sì è diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1997. Recentemente ha esposto alla Galleria Art Way di Treviso e ha partecipato a: Ricognizione sulla giovane arte in Veneto – Spazio Bazzini – (Mi) a cura di Carolina Lio; Art Calendar a Klagenfurt, in Austria; nel 2009 a: Made Expo di Milano; Tra segno e materia, Galleria 911 di La Spezia; nel 2008 a: Petali rossi a cura di Anna Soricaro, Galleria 01, Barletta, Bari; Cristalli di rocca a cura di Carolina Lio, Galleria Civica di Rocca Grimalda, Alessandria. È stato presente con suoi lavori presso la S. Gregorio Art Gallery in Venezia, a Villa Moretti di Casaleggio a Novara, a Space Miromesnil di Parigi e Casa du Brasil a Madrid.

MAURIZIO FRULLANI
È nato nel 1942 a Ronchi dei Legionari (Go) dove tutt’ora vive. Diplomato all’ISEF di Roma nel 1967, fotografa dal 1964. A partire dal 1974 si è dedicato con maggior interesse alla fotografia di viaggio, attraversando in macchina Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan e India, viaggio ripetuto nel 1976. Dal 1980 al 1988 è ritornato spesso in India e Nepal, avvicinandosi alla musica classica indiana con maestri indiani e parallelamente in Italia presso la scuola Interculturale di Musica Comparata di Venezia. Da questa esperienza ha realizzato il libro “Sulla strada di Raga” – viaggio tra musicisti, liutai e scuole musicali dell’India del nord (2006). Dal 1993 al 2000 ha vissuto in Eritrea come insegnante presso la Scuola Italiana di Asmara visitando nel contempo Yemen, Egitto, Etiopia e Lesotho. Ha al suo attivo circa 130 mostre, oltre che in Italia, in Francia, Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, India, Eritrea e Russia.

Cormòns (GO)-loc. Zegla 17 dal 31 Ottobre 2010 / 1 Maggio 2011, orario: tutti i giorni esclusi i festivi dalle ore 9.30 alle ore 12.30 e dalle ore 15.30 alle ore 19.00,inaugurazione: sabato 30 ottobre 2010 alle ore 15.15 phone +39 048161184 e-mail: info@piccolocollio.it maurizio.armellin@alice.it web: www.piccolocollio.it www.armellinmaurizio.blogspot.com

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