Il mondo artistico dell’artista spilimberghese Fabiola Micoli in mostra a Sacile!

Con vero piacere l’Amministrazione Comunale di Sacile ospita nei locali della Chiesa di San Gregorio la personale di Fabiola Micoli “I mondi di Fabiola”; questo è il titolo della mostra che l’artista propone ai visitatori, presentata dal critico d’arte Ugo Perniola. Artista particolare e riconoscibile per gli abbinamenti cromatici delle sue opere e per la sua arte graffiante con cui scava alla ricerca di nuovi mondi.

I suoi cerchi, che diventano gomitoli, interpretabili come sintomo di solitudine, caratterizzano gran parte delle sue opere. L’Amministrazione Comunale è lieta di sostenere e di patrocinare la personale dell’artista, augurando i migliori successi e grandi soddisfazioni per le future iniziative che avrà modo di divulgare.

Il Sindaco Roberto Ceraolo

L’Assessore alla Cultura Carlo Spagnol

PRESENTAZIONE CRITICA a cura di Ugo Perniola

Una sperimentazione attenta e appassionata accompagna la fatica di Fabiola che, abbagliata dalla tecnica assai levigata e pregnante di Kandinsky ha saputo assorbirne la politezza e l’equilibrio semantico, prima di cimentarsi con un nuovo stile che doveva supportare al meglio l’entroterra della sua Weltanschauung. La gestualità, man mano scaltrita nelle tecniche della pop art (vedi l’utilizzo delle pagine di giornali, dello stucco, degli stuzzicadenti dei tubetti, delle monete) e velocizzata nell’esuberante deflagrazione cromatica, sostiene una stagione – oserei dire – felice della sua crescita, facendo gridare al miracolo della luce, al suo cabrarsi, alle sue notevoli volute, al suo consapevole espandersi, ma anche alla fibrillazione segnica che ne contrassegna il confine, determinando spazi strutturati, a volte solo ammiccanti, semplici intervalli di silenzio o rapsodiche cesure, ma più consuetamente un reale contrappeso a vuoti abissali, maggiorati al presente da colori neutri.

La Micoli sembra aver appreso il dettame dell’estetica desanctissiana, secondo cui l’essenza dell’arte è l’inscindibilità di forma, equivalente alla capacità rappresentativa dell’artista, e di contenuto, da intendersi come mondo esclusivo dell’artista calato in una concreta situazione che nel suo caso investe la tensione dell’io personale e collettivo. La scelta quindi dell’informante non è casuale o anacronistica, ma sorgiva, nata com’è a parafrasare un racconto prioritariamente interiore, anche se a cagionarlo è l’orpello del tempo, la rituale sua scansione senza ritorno.

L’arte della Micoli difatti è fortemente legata alla vita, ma non alla sua apparenza, alla semplice suggestione, non è rappresentativa di fatti, di cose mimate, ma d’impulsi conseguenti agli eventi che toccano da vicino la sfera interiore, consumata fra desiderio di fuoruscita e ombre persistenti, diffìcilmente padroneggiabili. La mimesi è rifiutata a favore del segno, del graffio o dello strappo, dell’elementare, del primitivo, dell’indistinto in un apparente caos.

A dominare di conseguenza il costrutto, come accade per la parola in Joyce, è l’alogico, l’asintattico, peraltro così ricchi di vitalità e d’invenzione, speculari a una nuova ricchezza interiore che conduce necessariamente non alla libertà di distruggere, ma alla reinvenzione di regole, oserei dire, più persuasive che canoniche, atte cioè a inverare un .nuovo sentire e un nuovo stato d’essere che rasentano quell’oscurità relativa alla quale accenna Wòlfflin nei suoi Principi Fondamentali dell’arte, a proposito del barocco, da cui dipende tanta parte dell’avanguardismo, e specificatamente, per la Micoli, il filone dell’espressionismo astratto, nel quale avverti maggiormente il predominio della curva, della torsione, della spirale, il contrappeso negativo della coscienza, la tensione dell’io regresso in un balletto onirico, l’ineludibilità dell’azione, della casualità, del rifiuto, della sofferenza senz’affrancamento.

L’introibo nella singolare angolazione artistica è rappresentata da Costellazione (2010), dove la citazione dappresso a Pollock, capostipite del movimento americano, è scopertamente confluente per la magmatica voluta tempestata dal dripping che più che rappresentare la scia deflagrante e luminosa delle stelle cadenti, evidenzia la lacerazione ad un tempo e il supponibile conato di sgravio dal dissidio interiore. L’automatismo cede al tratto viepiù bilanciato di Natura Morta (2011) e di Gioia e dolore (2009) in cui lo spazio ha un suo baricentro di natura quasi geometrica nel bilanciamento del colore e nel suo rapportarsi fra nero da una parte, spazio amorfo della sofferenza, della frattura, della bruciatura senza lenimento, avvertibile anche nell’ispessimento aspro del pigmento pittorico, nella sua collusione e innaturalezza, e dall’altra il rosso acceso assieme al blu, a striature brevi del verde o ridondanti del giallo, a festoni di ocra, siccome richiamo al risveglio, al razionale, a un larvato ottimismo.

E in questa direzione ci sembra vadano Uscita dal tunnel (2009) e Materico ecologico (2010), un quadro polimaterico, costruito con stecchi e tubetti, decontestualizzato da ogni cipiglio psicologico ed etico e goduto nella sua nuda fisicità rappresentativa che sarebbe certamente piaciuto a Pollock, ma in cui la nota malinconica resta nella sua interezza, peraltro ripresa in Ragione e la follia (2011), un’opera dall’impareggiabile opposizione compositiva. Resta a contrafforte la convinzione che l’indistinto, spesso spazio del dolore e dell’umana sofferenza, sia vincente sulla ragione. La puntuale frantumazione dei piani che introduce ai presupposti dell’analisi neocubistica, si scontra con l’inviso caos: uno spaccato assai perspicace di una seduta psicanalitica in atto, nel pregiudizio della non risposta.

Un certo richiamo all’ordine, a una giusta e equilibrata tensione oppositiva, senza peraltro cedere all’analisi e alla chiarezza, un magma che giostri fra statico e dinamico vuole essere Turbine di colori (2011), un titolo che invera il dinamismo impresso alle algide masse sferiche e alle ampie zone cromaticamente cangianti e a loro modo confluenti in un spazio positivo che, con qualche insidia, per l’apparizione del nero, si ripete in Esplosione (2011) un quadro organico, in cui la luce parte e si diffonde dal basso in una girandola di colori, dal rosso confetto a sinistra, al blu, al viola, al nero, divenuto come del resto in altre prove gregario, atto cioè a rinforzarne i toni. Fenomeno evidente anche in I Miei graffi due (2011), una tela animosa, in bell’accordo tra informale e geometrico, che totalizza l’atto dell’incidere e dell’irraggiamento, vivacizzando un’orditura del pigmento pittorico senza eguali.

Abbiamo rimarcato come la pittura della Micoli sia prioritariamente ancorata alla vita e Olocausto (2012), opera recentissima, ordinata alla valorizzazione della memoria, si pone come un forte e partecipato richiamo a non dimenticare. Un quadro surreale, torrido, grintoso, un paesaggio prigione (vedi i ricorrenti graticci incastrati nel miasma del nero), dove a nauseare è il fetore della carne umiliata, il sangue versato, i fumi acri degli altiforni, la pilastrata cementizia al centro che mura ogni residuo d’umanità.

Itera il dramma collettivo Esodo (2012), un quadro dal sapore fumettistico, sottoposto a un impasto denso e variegato. Dal cocuzzolo di un paesaggio che è lì lì per crollare, una cordata di persone vocianti in fuga che non va verso la libertà, ma verso una fantomatica prigione. Una pseudo scultura da cantastorie.

Il negativo impatto con la storia rischia di farsi teoresi assai pregnante in Bianco e nero (2011), una tela non meno drammatica della precedente, perché orientata alla celebrazione della disfatta. Il bianco corroso e il nero sporco, due elementi costitutivi del puro negativo nell’ambito dell’informale, una sorta di liquame inerte, acido, repellente in primo piano con residui d’umanità, formati dall’allineamento non casuale dei bottoni, non costituiscono certamente oasi di pace, ma paventano il sapore della sonora sconfitta. Sulla stessa falsariga è Oltre la vita (2012), in cui i colori della caducità e assieme della grande narrazione cinematografica son la riprova della resa, del nulla delle apparenze, un richiamo propedeutico al biblico solvet saeculum in favilla. Vista dall’alto, virtualmente planando, potrebbe a noi tutti connotarsi come un immenso cratere spento con le sue propaggini innevate, un deserto lavico, con una sua prodigiosa illuminazione, ma che non porta quiete.

Pieghe (2012), un quadro corposo nella sua levità, sembra voglia proporsi come la sintesi del peregrinare intorno ai temi-problemi esistenziali; è sedimentazione del pensiero contratto, una lunga riflessione che parte dall’uomo per giungere all’uomo.

A volte, tralasciata ogni implicazione intimistica e sociale, l’artista s’appiglia a sedimentali parvenze naturalistiche, ravvisagli in Africa (2009), in cui il nero viene schermato da ampia e accaldata testura nel bagliore della biacca; in Amazzonia (2010), un intrico di liane librate su un labirinto di efflorescenze animate, innocenti, sensuali, godibili: una formidabile pittoscultura polimaterica, rallentata in un monocromatismo aristocratico in cui si consolida il gioco raffinato tra forma e sua parziale cancellazione. Intricanti e assai godibili nel rigoglio delle splendide vesti infine Paesaggio Tropicale (2008), Conflitto degli gnomi (2010), e Solitudine (2011), in cui si profila la silhouette di una donna ricurva che fila nel chiuso di una stanza.

Son.0 reliquie di vita vissuta, semplici e fantasiose che sovvengono a riparare alquanto l’impatto quotidiano, che ci fanno interloquire, sentire solidali, sostanzialmente ancora vivi.

Inaugurata il 6 ottobre 2012 la mostra si tiene presso la Ex chiesa di San Gregorio a Sacile (PN) aperta fino al 28 ottobre con i seguenti orari giovedì 10,00-13,00, venerdì sabadto e domenica 16,00-19,30.

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