Appuntamenti della Rassegna “La Voce dei Monti” 2012!

L’associazione Culturale “Le tracce”, in collaborazione con la sezione CAI di Castelfranco Veneto propongono La Voce dei Monti XXIII Edizione, proiezione d’immagini 2012, presso il Centro Don Ernesto Bordignon, in Via Bassano, 16, a Castelfranco Veneto (TV). Ingresso libero. Inizio proiezioni alle ore 20.45.

venerdì 9 novembre
“La fauna delle nostre montagne: vita degli animali selvatici”
conferenza ed immagini di Marco Favalli

venerdì 16 novembre
“Dolomiti, ultima terra”
conferenza e immagini di Vittorino Mason

venerdì 23 novembre
“Fino al Cho Oyu”
ricordando Paolo Ciccarelli

venerdì 30 novembre
“Nel silenzio dell’Aquila: il cammino solitario di una donna
nell’immensità del Grande Nord”
immagini di Mirna Fornasier

venerdì 7 dicembre
“I Colori delle emozioni”
conferenza ed immagini di Elio Orlandi

venerdì 14 dicembre 2012
“In viaggio con le nuvole”
presentazione del libro con immagini di David Bellatalla

***

Sulla parete ovest di pomeriggio finalmente arriva
il sole e scalda l’osso occipitale.
Da centinaia di metri vado sopra centimetri
la faccia contro il muro.
I prismi di quarzite nella pietra dolomia
appuntano spilli di luce biancospina dentro gli occhi.
Due lacrime lubrificano il dorso della mano.
In fondo al diedro il cielo s’avvicina,
ancora una spaccata e lo scavalco.

Erri de Luca

Dettaglio delle serate:

venerdì 9 novembre
“La fauna delle nostre montagne:vita degli animali selvatici” conferenza ed immagini di Marco Favalli

Marco Favalli è nato in Kenya nel 1969 ed è qui che scopre il legame con la natura e i Parchi. Nel 1992 inizia a conoscere le montagne dell’attuale Parco delle Dolomiti Friulane seguendo, per la tesi di laurea, la piccola colonia di stambecco reintrodotta tra il 1985-87. Vivendo in queste valli e sui sentieri degli stambecchi riaffiorano i ricordi africani e si rafforza il suo impegno nei confronti della natura. Si è laureato in scienze naturali a Trieste. Lavora come libero professionista dal 1998, incaricato come faunista nel Parco
Dolomiti Friulane e nel Parco delle Prealpi Giulie (dal 1998 al 2011) seguendo vari progetti di ricerca: reintroduzione e monitoraggio dello stambecco; monitoraggio del camoscio e del cervo; progetto di
monitoraggio della coturnice, re di quaglie e fagiano di monte.

Ha pubblicato il libro “Lo stambecco dalle Dolomiti Friulane al Triglav”. Specializzato in riprese video naturalistiche soprattutto faunistiche in ambiente montano, ha realizzato 6 documentari naturalistici
interamente girati in parchi e aree protette. Nel 2005 è diventato Guida Naturalistica e opera soprattutto nei parchi regionali allo scopo di far conoscere il patrimonio faunistico della regione Friuli Venezia Giulia. Attualmente lavora come libero professionista seguendo progetti di ricerca nei due Parchi Regionali, produce filmati naturalistici e grazie al lavoro di Guida Naturalistica può trasmettere le esperienze che matura vivendo ogni giorno a contatto con la natura.

Con questa videoconferenza il naturalista Marco Favalli ci racconterà come si realizzano le riprese sulla fauna, le tecniche, l’attrezzatura, il montaggio delle scene, fino ad arrivare ad prodotto finito. Tutti noi conosciamo la vita del leone, le scene dei coccodrilli che afferrano gli gnu quando attraversano il fiume Mara, i serpenti esotici pericolosi e “gli animali assassini…” o meglio i documentari che ci propongono in TV; poco si conosce invece la fauna autoctona o meglio gli animali che vivono sul nostro territorio: la lince, l’orso, lo sciacallo dorato, il grifone, il gallo cedrone, lo stambecco e il camoscio, l’allocco degli urali, aquila reale e molti altri.

venerdì 16 novembre
“Dolomiti, ultima terra”
conferenza e immagini di Vittorino Mason

Vittorino Mason risiede e lavora a Castelfranco Veneto dove, oltre a fare il “seminatore di parole”, da molti anni svolge anche l’attività di promotore culturale. È l’ideatore del ciclo d’incontri La voce dei monti e del premio dedicato alla montagna Una vetta per la vita. Coordinatore del Gruppo Naturalistico “Le Tracce”, è socio di Mountain Wilderness, fa parte del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) e scrive per riviste specializzate di montagna. Amante dei viaggi cerca sempre di unire la passione per la montagna alla conoscenza delle altre culture e popoli. Molti dei suoi viaggi, orientati spesso nei paesi considerati “poveri”, sono stati anche motivo per portare aiuti e promuovere progetti di solidarietà. Ogni esperienza è stata
anche occasione per fotografare – sua altra grande passione – e scrivere libri di viaggio, non solo per descrivere la propria esperienza, ma soprattutto per documentare e testimoniare i problemi, la quotidianità e le situazioni, a volte drammatiche, in cui vivono certi popoli. Dai primi viaggi in bicicletta nei paesi celtici:
Scozia, Irlanda e Bretagna, è passato poi al camminare con lo zaino in spalla lungo i sentieri di vari paesi europei ed extraeuropei: Annapurna (Nepal), GR20 (Corsica), Parco del Tricorno (Slovenia), Alto
Atlante (Marocco), traversata degli Alti Tatra (Slovacchia-Polonia), Torri del Paine e Fitz Roy in Patagonia (Argentina-Cile).

In alcuni casi l’occasione è stata propizia per sperimentare i propri limiti fisici provando a salire in alto, su cime come il Cotopaxi 5897 m, lo Stok Kangri 6150 m, il Nevado Pisco 5752 m, il Pequeño Alpamayo 5370 m
e l’Huayna Potosí 6088 m. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Carta straccia e In silenzio, i libri di viaggio Sui sentieri dei portatori himalayani, Il profumo del tè alla menta, La via dei vulcani e Camminando sulle montagne viola, un libro di racconti di montagna I racconti del Mugo e una guida sulle vie normali all’interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi Sulle tracce di pionieri e camosci.

“Dolomiti ultima terra” è un lavoro di immagini, musica e parole che richiama l’attenzione sul valore e il senso profondo che ha oggi l’andare in montagna per chi vive in città sepolte da asfalto e cemento. Cos’è che si va a cercare in montagna oltre all’avventura, all’appagamento del corpo e dello spirito? Forse quella bellezza che
ogni uomo anela da sempre e che si trova in ogni dove, forse quel paesaggio perduto, quelle forme, quei colori e quel respiro profondo che ci fanno sentire parte del tutto e spesso soli; proprio come quando si è sopra la cima di un monte, più vicini a quel cielo e a quelle nuvole in viaggio che qualcuno identifica con Dio.
Siamo piccoli e sgretoli noi uomini, troppo per sfidare la montagna.

Praticarla, o meglio, viverla nelle più svariate forme, non può che essere un atto d’amore, umile e rispettoso verso la natura tutta. Le Dolomiti – divenute Patrimonio dell’Umanità – per vicinanza a dove sopravvivo, sono diventate la “mia” terra, l’ultima terra possibile, quel luogo che ha sostituito per elementi e orizzonti, la campagna che mi aveva visto crescere bevendo l’acqua dei fossi e scorazzando per i campi alla scoperta della natura. Le immagini racconteranno delle Dolomiti, ma soprattutto di montagne sconosciute, selvagge, abbandonate e silenziose; luoghi dove le facce degli ultimi montanari si protendono con un senso di nostalgia verso un mondo forse finito per sempre.

In questo corollario c’è pure tutta l’esperienza maturata camminando per anni alla ricerca di qualcosa che mancava in basso e si trovava in alto, in quota, in mezzo i boschi o tra le pieghe delle rocce. La
montagna ha messo in evidenza i limiti e il coraggio dell’andare ed è stata maestra e palestra per prove ben più grandi. Il quotidiano offre a chiunque la possibilità di scalare montagne altissime e pareti vertiginose, ma non di certo l’emozione di perdersi dentro gli occhi di un camoscio o di sentire il profumo del vento. Anche gli animi malati ricevono dalla montagna beneficio, ma non c’è via, parete, cengia, sentiero, traccia, lotta, fatica o paura che possa sostituirsi alla terra che ci ha visto crescere. Non rimane che con un grande interrogativo: è possibile portare a valle la saggezza e l’insegnamento della montagna?

venerdì 23 novembre
“Fino al Cho Oyu”
ricordando Paolo Ciccarelli

Paolo Ciccarelli nasce a Castelfranco Veneto nel 1960. La montagna è stata la sua grande passione fin da giovane, quando sedicenne partiva in bicicletta da casa per andare con qualche amico ad allenarsi in
palestra di roccia in Grappa, a Santa Felicita. Iscritto alla sezione del CAI di Castelfranco Veneto, ha vissuto i momenti magici dell’arrampicata castellana, legandosi alla corda di Renato Gobbato, ‘el Bagnin’. Divenuto Istruttore di Alpinismo del CAI, ha collaborato all’organizzazione dei corsi roccia sezionali con l’entusiasmo che lo ha sempre caratterizzato.

Dal 1990 al 1995 è stato Presidente dellasezione, e nel 1994, in occasione dei 70 anni del CAI di Castelfranco,
ha condotto un gruppo di soci in Perù per un trekking nel corso del quale sono stati saliti Nevado Pisco, Chopicalqui e Huascaran. Paolo era un alpinista a 360°. Amava arrampicare su roccia, e ha avuto al suo attivo molte delle ascensioni classiche delle Dolomiti, oltre ad arrampicate nelle falesie di Paklenica, in Boemia, in Verdon e Mali (falesia di Bandiogara, Mano di Fatima). Ma era affascinato anche dalle salite su neve tipiche delle Alpi Occidentali dove proponeva ogni anno una ‘gita sociale’. La stagione invernale lo vedeva
praticare lo sci alpinismo nelle nostre montagne e all’estero (in Bulgaria e in Norvegia, come sui Pirenei). A completare la sua attività, le spedizioni extra-europee su cime di 5.000-6.000 m. tra le quali ricordiamo: Illiniza Norde e Sur, Cotopaxi e Chimborazo (Equador), Parinacota, Illimani e Huayna Potosi (Bolivia),
Iztaccihuatl (Messico), Aconcagua (Argentina), Kilimangiaro (Tanzania), Kenya (Kenya), Ruwenzori (Uganda), Damavand (Iran) e Ararat (Turchia). Nel 2006, in Tibet, sale gli 8.201 m. del Cho Oyu. Nel 2011 è partito per la sua ultima salita, la più impegnativa, ma come suo solito si era preparato bene, con determinazione, anche se stavolta non aveva scelto lui la meta. Ha voluto che le sue ceneri fossero sparse sulla Marmolada, per rimanere vicino alle montagne che tanto amava. E vicino a noi, che continueremo a frequentare le montagne con l’entusiasmo e la passione che abbiamo condiviso.

Cho Oyu significa ‘Dea delle pietre turchesi’. E’ una delle grandi montagne al confine tra Tibet e Nepal. A sud del Cho Oyu abitano gli Sherpa ‘la gente che viene dall’est’, a nord vivono i tibetani; a ovest il Nangpa La, un passo alto quasi seimila metri, è stato da sempre il collegamento commerciale tra i due, percorso dagli uomini
più forti dell’Himalaya. Il passo fu chiuso dal governo cinese nel 1959 e le montagne divennero la barriera tra due popoli affini. E’ proprio intorno al Cho Oyu che si sviluppa la storia del migrante popolo Sherpa; arrivato nei pressi di Tingri, vi rimase per molti anni, prima di trovare (tra il 1550 e il 1600) il passaggio del NangpaLa che gli consentì di spostarsi così a sud della ‘Dea delle pietre turchesi’, dove tuttora risiede. Siamo affascinati da queste montagne che hanno nomi di divinità, o da queste divinità che hanno i nomi delle montagne: ma qui, montagne e divinità sono una cosa sola.

Il racconto del viaggio di Paolo e Nicoletta verso il Cho Oyu parte da Katmandu. Dopo la visita a Llasa, arrivano a Tingri. Dal campo base cinese (4.800 m.), comincia la fase di acclimatamento. Si arriva al campo base intermedio (5.200 m.) e poi al campo base avanzato (5.650 m.). Qui Paolo e Nicoletta, il 26 settembre, festeggiano i 25 anni di matrimonio. Da questo punto Paolo prosegue verso il campo 1 (6.500
m.), campo 2 (7.000 m.) e campo 3 (7.500 m.) insieme a Dawa Sherpa. Paolo sale il Cho Oyu per la cresta nord ovest senza aver mai utilizzato bombole di ossigeno.

Arriva in cima alla ‘Dea delle pietre turchesi’ alle 12.00 del 30 settembre e rimane lassù per un’ora: la
vetta è un luogo perfetto, dove lasciar scorrere lo sguardo e i pensieri. Uno stato di ebbrezza, di cognizione sospesa, che anche dopo la discesa al campo base e l’abbraccio con la moglie, continuerà ad accompagnarlo per parecchi giorni.

venerdì 30 novembre
“Nel silenzio dell’Aquila: il cammino solitario di una donna nell’immensità del Grande Nord”
immagini di Mirna Fornasier

Mirna Fornasier, nata nel 1964 a Feltre, risiede a Trichiana (Belluno). Lavora come impiegata al Comune di Lentiai. Durante un viaggio casuale in Norvegia, viene “folgorata” dalla natura selvaggia ed incontaminata del Grande Nord, dall’immensità degli spazi e soprattutto dal silenzio. Da allora prende a frequentare con assiduità
la montagna, assieme al marito, e torna in diverse occasioni in Scandinavia e Islanda. Nel giugno del 2008 decide che è arrivato il momento di realizzare il suo sogno: attraversare da sola e in completa autonomia il territorio selvaggio del Padjelanta, un’area montuosa – che è anche parco nazionale – della Lapponia Svedese, oltre il Circolo Polare Artico. La sua esperienza è raccontata nel suo primo libro “Nel silenzio dell’Aquila”, edito da Gingko edizioni di Bologna.

Cosa deve essere camminare in completa solitudine per tanti giorni? Cosa deve essere farlo lassù, nel Grande Nord, dove tutto è immutato dalla notte dei tempi, dove non esistono strade, alberghi, elettricità, funivie; dove le poche persone che incontri percorrono la Terra con grande rispetto, e i loro occhi raccontano le stesse cose che raccontano i tuoi. È per trovare una risposta a questi interrogativi che a fine giugno del 2008 Mirna Fornasier parte zaino in spalla alla volta dell’ultima grande area wilderness d’Europa, il Parco Nazionale del Padjelanta, nella Lapponia svedese: in completa solitudine, attraverso i paesaggi mozzafiato e la natura estrema della terra dei Sami. La lezione che Mirna trarrà dalla sua esperienza sarà di una potenza inaudita.

Con la forza devastante di un ciclone infrangerà in un sol colpo le sue barriere mentali e fisiche costruite
nel corso della sua esistenza. Il rispetto e l’ammirazione per la natura non addomesticata, il silenzio della solitudine, l’ascolto del palpito antico della grande Madre Terra, il mettersi alla prova sfidando se stessi, l’abbandonarsi alle sole proprie energie, trasformeranno la marcia di Mirna in un cammino dentro la sua anima,
nella riscoperta delle primordiali e selvagge origini della vita. (Introduzione di Emanuela Zuccolotto, accompagnamento musicale di Lavinia Lasen) Proiezione di audiovisivo: immagini, parole e musica per accompagnare i presenti nella magia del Grande Nord

venerdì 7 dicembre 2012
“I Colori delle emozioni”
conferenza ed immagini di Elio Orlandi

Elio Orlandi è nato nel 1954 a San Lorenzo in Banale, è cresciuto alle pendici meridionali del Gruppo di Brenta, dove fin da adolescente si è formato ed avvicinato alla montagna aiutando il padre negli umili e duri lavori alpestri, verso il 1974 inizia con passione e predisposizione naturale la vera e propria pratica dell’alpinismo e
dell’arrampicata. Dopo i primi anni di intensissima attività, nei quali ha l’opportunità di ripetere centinaia di vie classiche con diversi compagni, lascia il comodo impiego d’ufficio di disegnatore/geometra per dedicarsi alla professione di Guida Alpina e di impresa artigiana in opere speciali su pareti rocciose. Pur prediligendo le dolomiti di casa, spazia la sua attività sull’intero arco alpino, sulle grandi classiche occidentali del Monte Bianco, Monviso, Rosa, Cervino e sui picchi dolomitici quali Lavaredo, Civetta, Catinaccio, Sella, Marmolada, Sassolungo, etc.

Impossibile fare numeri o compilare elenchi, perchè sono molteplici le nuove prime salite, le nuove realizzazioni e ripetizioni in invernale, le vie e le nuove realizzazioni in solitaria ed innumerevoli le ripetizioni specialmente in Val d’Ambiez e nell’intero Gruppo di Brenta. Citando solo le più significative nuove realizzazioni alla Cima d’Ambiez; vie Soddisfazione, Linea Nera, Positive Vibrazioni. Tra le solitarie più significative: vie Degli Strapiombi, San Marco, Aste-Salice, Concordia, Linea Nera, In Punta di Piedi, alla Cima d’Ambiez, via Detassis alla Cima Margherita; via Dibona al Croz dell’Altissimo; vie Spigolo Graffer, Spigolo Fox, Diedro Fermhann al Campanile Basso; via Delle Guide, Pilastro dei Francesi e Spigolo Nord al Crozzon di Brenta.

Non ha mai ritenuto l’alpinismo come attività preponderante della sua vita, considerando la sua importanza relativa e complementare ad altri impegni molto più importanti, prendendo l’arrampicata e l’alpinismo come uno straordinario laboratorio di emozionanti esperienze positive, insostituibile strumento di maturazione e ricchezza, oltrechè di benessere fisico e mentale. È del 1982 la prima esperienza extraeuropea, con un’attrazione particolare per la difficoltà, l’arditezza e la bellezza dei picchi patagonici che seguirà fruttuosa per anni e con ottime soddisfazioni. Tra le più significative: 1984 Salita al Cerro Torre per lo spigolo sud-est; 1985 Torre Nord del Paine Prima solitaria per la parete sud; 1986 Torre Centrale del Paine Prima salita “Magico Est” alla parete est in stile alpino; Torre Sud del Paine Prima ripetizione Via Aste alla parete
nord; Torre Egger Prima salita “Titanic” al gran pilastro est (dopo il primo tentativo di concatenamento Stanhardt, Egger, Torre); Cerro Stanhardt Prima salita “Otra Vez” alla parete ovest in stile alpino; 1990 Cerro Stanhardt – Prima ripetizione “Exocet” parete est con tentativo di concatenamento Stanhardt, Egger, Torre; 1994 Cerro Torre, – Prima salita “Cristalli nel Vento” alla parete ovest in stile alpino; 1998 Torre Nord del Paine, – Prima salita “Spirito Libero” allo sperone nord in stile alpino; 1999 Cerro Torre – Prima salita
“Sogno infranto” (Variante parte bassa alla “Maestri-Egger ‘59”) e tentativo al centro della parete nord superiore; 2004 Fitz Roy – Prima salita “Linea di Eleganza” alla parete nord-est; 2006 Cerro Cota 2000 del Paine – Prima salita “Osa, ma non troppo” alla parete est; 2007 Torre Centrale del Paine – Prima salita “El Flaco, El Gordo y l’Abuelito” alla parete est; 2008 – K7 – Gran Pilastro Ovest – Karakorum – Prima salita “Children of Huse” alla parete ovest.

Appassionato di arte ed immagini, durante le sue numerose esperienze in giro per il mondo ha avuto occasione di riprendere molte scene video e di riproporle in film come: “Magico Est”, “Cuore di ghiaccio”, “Cerro Torre, nord e ancora nord…”, “Patacorta”, “Linea di Eleganza”, “Oltre la parete”, “I colori delle Emozioni”, cercando di
trasmettere la grande passione per la montagna e l’alpinismo. Una ricerca di immagine con un’attenzione particolare sul fascino dell’ambiente e dell’avventura vissuta sulle grandi pareti.

Sono tutte immagini che non desiderano solamente raccontare una storia come tante altre, le difficoltà, la solita bravura dei protagonisti o la consueta grandezza di un impresa, ma cercano soprattutto di descrivere anche i sentimenti, le varie personalità, l’importanza dei rapporti umani e di trasmettere inoltre le grandi emozioni che riempiono di immenso ogni attimo di vita vissuto con passione; anche, perché talvolta si possono percepire sensazioni che poi risulta difficile condividere totalmente con gli altri.

venerdì 14 dicembre 2012
“In viaggio con le nuvole”
presentazione del libro con immagini di David Bellatalla

David Bellatalla, è nato a La Spezia, ricercatore e studioso di nomadismo da oltre vent’anni svolge ricerche in ambito antropologico culturale. Ha compiuto spedizioni scientifiche in Asia e America del Sud realizzando libri, articoli, documenti filmati e immagini relativi a numerose realtà etniche del pianeta. Dal 1992 ha iniziato un costante lavoro di investigazione scientifica sul nomadismo in Mongolia. Ha condotto ricerche antropologiche sulle popolazioni Aghin-Buriati, Tsaatan, Darkhat, toba e Uriankhai per conto di Accademie delle Scienze e atenei di diversi paesi del mondo. Nell’anno 2008 è stato insignito della Meaglia d’Argento per meriti
umanitari dalla Croce Rossa della Mongolia.

Con una serie di immagini dedicate alla Mongolia, sua terra adottiva, David presenterà il suo ultimo libro: Che senso ha scrivere un libro sul nomadismo quando a scriverlo è un sedentario? Quanto può essere pretenzioso e letterariamente arrogante voler scrivere un libro che non vuole essere un racconto di viaggio, un saggio, un romanzo, una guida per turisti, un testo di antropologia culturale o un diario personale, per sfuggire a qualsiasi tipo di classificazione libraria? Non ho la risposta, posso dire, tuttavia, che cercare di tradurre quanto per sua stessa natura è irrazionale attraverso un testo scritto che risulti comprensibile e fruibile, conservando la freschezza e l’essenzialità del messaggio di cui vorrei farmi latore, è un’impresa veramente ardua.

Ho presto abbandonato l’idea del saggio per la mia incapacità di non saper abilmente occultare l’aspetto emotivo e profondo che il confronto e l’esperienza vissuta mi avevano lasciato, come territorio letterario sul quale poter elaborare i dati raccolti. Anche l’idea del racconto di viaggio mi poneva il costante limite della comparazione e dei parametri spazio-temporali, impedendomi di muovermi liberamente attraverso la trama e l’ordito delle esperienze vissute, delle riflessioni e delle inevitabili comparazioni, necessarie a fare luce sul modello nomade in modo più oggettivo ed olistico.

Da qui l’idea di sezionare lo scritto, utilizzando schemi più dinamici che meglio si potessero adattare alle esigenze dell’argomento trattato e allo sviluppo in chiave narrativa, con continui rimandi e richiami a riferimenti storici e scientifico-letterari, per poi riaprirsi all’aspetto emotivo e interiore con riflessioni che emergono ripetutamente dai taccuini e dai personaggi coinvolti nel testo. Ho scelto, dunque, il tema del
viaggio in modo non-formale e a-temporale sul quale vengono trattati gli aspetti più importanti del nomadismo. Nel primo capitolo emerge l’inafferrabilità del significato più profondo del mito nel mondo
nomade. L’eroe e le sue continue mutazioni ci mostrano un aspetto del tutto sbalorditivo sulla natura della mitologia, sfuggente e travolgente al punto da far perdere le proprie tracce all’interno dell’epopea e delle sue molteplici varianti.

Così sconvolgente e affascinante che, per molti aspetti, arriva persino a ribaltare il significato stesso della sua creazione. Infatti, nel modello sedentario, il mito si concentra sulle storie di eroi che nel corso della loro vita si svincolano continuamente dal contesto rituale e formale, mentre nel modello nomade ne testimoniano il continuo e progressivo asservimento, dove al gesto rituale si associa la complessa e operosa simbologia per dare vita ad un nuovo implicito messaggio che viene troppo spesso solo accennato; si tratta di un messaggio indirizzato a coloro che già ne conoscono il significato.

Il secondo capitolo esplora gli aspetti e i legami tra l’ambiente naturale e il nomadismo, cercando di andare ben oltre le semplicistiche e riduttive risposte che sovente hanno ricondotto la scelta del modello pastorale itinerante ad una inevitabile conseguenza di adattamento al territorio e ai mutamenti climatici. La nostra capacità di poter ripensare le società viaggianti in modo veramente olistico, evitando le semplicistiche generalizzazioni, ci potrà aiutare a scoprire gli aspetti più intimi e significativi del rapporto uomo-ambiente nelle società nomadi. La storia è sempre stata scritta dai vincitori, mai dai perdenti…

Saluti da Vittorino Mason e Piera Biliato
ASSOCIAZIONE CULTURALE LE TRACCE
associazioneculturaleletracce@gmail.com

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