Proiezione de “La magnifica preda” di Otto Preminger a Palazzo Bomben di Treviso

Film La magnifica preda

La magnifica preda (1954, USA, durata 87’) di Otto Preminger è il prossimo film, in programma mercoledì 27 marzo alle ore 21 negli spazi Bomben di Treviso, del secondo ciclo, Schermi fluviali, della rassegna cinematografica Paesaggi che cambiano, organizzata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche con la cura di Luciano Morbiato (esperto di storia e critica cinematografica) e Simonetta Zanon (paesaggista).

Prendete un onesto colono con figlioletto al seguito, una giovane da redimere e un cattivo soggetto, per non dire una carogna, aggiungete le insidie della natura selvaggia e gli agguati dei selvaggi con casco di piume: le avventure, che molto tempo fa ci hanno fatto fremere e sognare, si rivelano ora per una miscela di ingredienti molte volte sperimentati.

Ma, anche se l’unico film western del regista di origini austriache Otto Preminger (Vertigine, L’uomo dal braccio d’oro, Tempesta su Washington…) risente di una certa prevedibilità delle situazioni (e di una certa banalità dei dialoghi), bisogna riconoscere che l’analisi dei caratteri dei protagonisti è approfondita come non succede spesso nel genere; i paesaggi della wilderness nello stato del Montana sono esaltati dal cinemascope (e più ancora in sala, 50 anni fa!); e, infine, sentire (e vedere) Marilyn Monroe che canta River of no return (titolo originale, e poetico, anche del film) è ancora un piacere per gli orecchi (e gli occhi).

La rassegna si concluderà mercoledì 10 aprile con la proiezione del film La morte corre sul fiume di Charles Laughton (durata 89’, 1955, USA).

Auditorium spazi Bomben, via Cornarotta 7, Treviso. Ore 21.
Ingresso unico 4 euro.
Per informazioni: Fondazione Benetton studi Ricerche, tel. 0422.5121, fbsr@fbsr.it, www.fbsr.it.

Un’avventura morale in cinemascope
scheda critica di Luciano Morbiato

All’inizio del film Matt Calder, un agricoltore vedovo, che è uscito dal carcere, deve recuperare in un accampamento di cercatori d’oro tra le montagne il figlio Mark, che non ha mai vissuto insieme a lui. Nel viaggio di ritorno li accompagnerà Kay, una entraîneuse che aveva protetto il bambino fino ad allora. Gli imprevisti, dall’attacco degli indiani al furto del cavallo da parte dell’amante di Kay, costringono il nucleo di tre personaggi ad affrontare la discesa di un fiume con una zattera, che diventa l’unico mezzo, quantunque malsicuro, per sfuggire alle insidie: per salvarsi dovranno passare alcuni giorni sul filo capriccioso della corrente, a volte lenta a volte scatenata, e accamparsi la notte lungo le rive. Affrontare e superare insieme le difficoltà naturali e gli attacchi dei fuorilegge non significherà soltanto la salvezza, ma anche costruire un difficile legame tra padre e figlio, iniziare un amore di coppia tra l’ex-detenuto e la ragazza del saloon, per arrivare a formare una nuova famiglia.

Il viaggio sul fiume pericoloso è un tema classico del cinema americano (e, in precedenza, della mitologia western): solo pochi anni prima di Preminger, Howard Hawks ne aveva intessuto la trama per Il grande cielo (1952), il film interpretato da Kirk Douglas in cui un battello risale il Missouri da Saint-Louis verso nord-ovest, mentre ancora cinquanta anni dopo, Il fiume della paura (1994) mostra una famiglia americana in vacanza (in cui Meryl Streep è la madre indomita) alle prese con le stesse difficoltà, dalle rapide ai banditi (salvo la sparizione degli indiani, ormai pacificati o sterminati).
Nel film di Preminger (il suo unico western), che nel titolo italiano abbandona la centralità del fiume per esaltare la presenza di Marylin Monroe, magnifica preda, il cinemascope assume un peso determinante: il grande formato sottolinea nella panoramica il passaggio dal parossismo delle cateratte alla quiete idilliaca delle sponde verdi, ma amplifica anche i primi piani sui capelli biondi e sui jeans attillati di Kay-Marylin, soprattutto quando l’avvolgente voce fuori campo della Monroe suggerisce un’analogia tra l’amore e la corrente del fiume (Love is the travel of the river of no return).

L’immersione nelle acque del fiume dei protagonisti costituisce una sorta di rinascita, poiché, se essi perdono tutti i loro averi, travolti dalla corrente, vi abbandonano anche la vita precedente e sono pronti per ripartire, per diventare una normale famiglia di coltivatori. Anche i pregiudizi dei personaggi vengono messi alla prova e superati durante le loro peregrinazioni: Matt abbandona i luoghi comuni dei proverbi e la diffidenza verso la ragazza che pensava di facili costumi, Kay capisce che il successo di cantante nel saloon non è tutto, Mark rivaluta il padre che aveva creduto un vigliacco. Rompendo con il loro passato, essi vedono e sentono con sensi nuovi, comunicando anche allo spettatore questa loro liberazione: certo bisogna che lo spettatore si abbandoni a quel ritmo narrativo e a quelle convenzioni, insomma, al linguaggio del cinema, composto non di sentenze moraleggianti ma di immagini da scomporre e ricomporre.

Arrivato a New York il 21 ottobre 1935 dalla natìa Vienna prossima a essere inglobata nel Terzo Reich, Preminger aveva confessato (nell’autobiografia del 1981) di festeggiare il suo nuovo compleanno in quel giorno, come se avesse avuto la possibilità di una “seconda nascita”. A questo tema particolare il critico Patrick Saffar ha legato l’analisi di tutta la filmografia di Preminger, individuandone la presenza soprattutto nei film della piena maturità, dal 1960 al 1965, da Anatomia di un omicidio (un avvocato emarginato ritrova la fiducia nelle sue capacità) a Exodus (la nuova nascita del popolo d’Israele nella terra promessa), da Tempesta su Washington (la democrazia supera la corruzione) a Prima vittoria (la nazione reagisce alla sconfitta iniziale di Pearl Harbour).

Se ci siamo limitati a riferire in sintesi questa permanenza del motivo in film così diversi (e non potremmo fare diversamente), dobbiamo tuttavia riconoscere che una delle ultime sequenze del film La magnifica preda esemplifica bene la seconda nascita del personaggio femminile interpretato da Marylin Monroe: Kay abbandona alla corrente le scarpette eleganti che le fasciavano i piedi quando si esibiva, posta in gioco o preda, per i cercatori d’oro nel saloon (e non solo per loro, dato che in quegli anni l’attrice era effettivamente l’attrazione per il box-office della Twentieth Century: nel 1953 aveva interpretato Come sposare un milionario, Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde; nel 1955 Quando la moglie è in vacanza; nel 1956 Fermata d’autobus).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.