Who Am I To Judge? performance/azione dell’artista Nicola Mette

Chi sono io per giudicare? Who Am I To Judge? è il titolo della performance/azione che l’artista performer Nicola Mette proporrà a Londra dopo la sua prima tappa fatta a Cagliari (Italia). La performance si potrà vedere nei seguenti luoghi sabato 7 ottobre partendo dal Frieze Art Fair alle ore 10, proseguendo per Piccadilly Circus, passando per Soho, infine arrivando al Tate Modern entro le ore 16.

Who Am I To Judge?
Questa frase, che ha fatto il giro dei media internazionali, è stata pronunciata da papa Francesco in risposta a una domanda fattagli, durante un viaggio di ritorno in aereo, da un giornalista in merito agli scandali di pedofilia e agli abusi su minori perpetrati da preti, porporati ed esponenti del clero in varie parti del mondo. La risposta del Pontefice è stata però decontestualizzata e strumentalizzata dai media e mostrata come una sua apertura sul tema dell’omosessualità: in realtà voleva essere semplicemente una presa di distanza dagli abusi e dagli atti di violenza fatti su minori da parte di alcuni esponenti della Chiesa cattolica.

A questa affermazione si aggiungono poi quelle pronunciate poco dopo dallo stesso Pontefice a Tiblisi, con le quali sottolinea che la “teoria gender” rappresenta il più “grande nemico del matrimonio”, e la considera una forma di “colonizzazione ideologica”, una sorta di “guerra mondiale finalizzata a distruggere il matrimonio”. Questo pensiero è chiaramente un’accusa diretta verso chi sostiene e promuove gli studi gender, che mettono a confronto i vari orientamenti sessuali e puntano a garantire un’accettazione e una pacifica convivenza delle diversità nel pieno rispetto della dignità delle persone e senza nessuna intenzione/presunzione di voler sostituire i modelli tradizionali con altri nuovi.

Who Am I To Judge? vuole essere un momento di riflessione e di denuncia sociale, come fa sempre Nicola Mette con le sue performances/azioni. L’artista/performer si presenterà in questo caso, indossando una veste cardinalizia che rappresenta simbolicamente, col suo rosso intenso e sfarzoso, e con la sua lunga e maestosa portata, il fascino estetico e l’imponenza di cui spesso taluni esponenti del clero si servono per mettere in soggezione o ammaliare i minorenni a spese dei quali compiono soprusi o atti di libidine e sopraffazione, che rimangono spesso impuniti o che si risolvono con temporanee amnistie o allontanamenti di sede.

Who Am I To Judge? è anche una frase ironica e a un tempo provocatoria per descrivere ed enfatizzare l’atteggiamento di superiorità che assume chi vuol mostrarsi al di sopra delle parti e assume poi una condotta cinica e pregiudiziale nei confronti degli omosessuali, condannando la loro scelta e il loro orientamento sessuale come una forma di aberrazione mentale, una malattia, uno stile di vita da estirpare attraverso l’emarginazione psicologica o l’eliminazione fisica delle persone. Ricordiamo a tal proposito le dichiarazioni terrificanti di Don Massimiliano Pusceddu, “I gay sono nemici di Dio e devono morire”, con cui ha cercato di istigare le persone all’odio dei diversi, mentre esprimeva nel contempo pensieri di perdono e di clemenza verso chi ha compiuto azioni perverse di pedofilia a danno di persone innocenti e indifese.

Nel 2015 Don Silvio Foddis ha invitato le autorità locali a usare il lanciafiamme contro i gay per aver visto una foto che ritraeva due ragazzi nudi in occasione di un Pride. Un’epidemia virale questa, che si manifesta in Italia anche tra i preti quando officiano l’omelia, istigando le persone presenti in chiesa contro la comunità LGBTI. Nel 2012, durante un’omelia che si è svolta a Sindia (NU), in Sardegna, Nicola Mette è stato oggetto di critiche da parte di un sacerdote per la performance/azione Libertade Paridade Sessualidade che l’artista aveva realizzato; ed è stato preso in giro da alcune persone dello stesso paese con alcune scritte messe a terra, davanti a casa sua, e altre collocate invece all’entrata del paese che riportavano la frase: “VERGOGNA” – “NICOLA METTE, SEI LA VERGOGNA DEL PAESE GAY”.

Anche Radio Maria (2016) ha commentato una foto (presa da internet) della performance/azione QUOD AMOR CONIUNXIT NON SEPARAT LEX realizzata da Mette a Milano, citando un articolo de Il Fatto Quotidiano; e nel parlare male della legge Cirinnà sulle unioni civili, ha detto che, qualora la legge fosse stata approvata, le coppie omossessuali dovevano sposarsi uno vestito da sposo, e l’altro da sposa in bianco, stravolgendo completamente il significato originario. Nella performance l’abito degli sposi, di uguale colore, indicava, invece, la somiglianza sessuale e identitaria delle persone, e voleva ironizzare e criticare l’uso dell’abito bianco indossato dalle donne non più vergini, quando vanno all’altare.
I casi di omosessualità all’interno delle istituzioni ecclesiastiche sono assai diffusi e frequenti, ma vengono messi volutamente a tacere o insabbiati dal sistema ecclesiastico estremamente chiuso e ipocrita, che peraltro interferisce spesso con le decisioni politiche che sono di stretta competenza di altre istituzioni sociali: in seno all’ONU, ricordiamo il rifiuto totale mostrato dallo Stato Vaticano per l’approvazione della direttiva per la moratoria contro la condanna (penale e capitale) destinata in alcuni paesi a persone della comunità LGBTI, e nei dibattiti parlamentari italiani i tentativi fatti per influenzare in modo negativo e inopportuno l’estensione dei diritti civili alla comunità LGBTI.
Se l’atto d’amare è un comandamento predicato dal Vangelo, non si capisce perché dovrebbe avere dei confini o delle limitazioni, e perché la Chiesa cattolica dovrebbe offendere, condannare o svilire l’amore fra persone di ogni orientamento sessuale, criticando o avversando come “diverso” un amore che nasce ed è concepito come universale.

In occasione della sua performance Nicola Mette si presenterà al pubblico londinese con un abito cardinalizio, con un lungo strascico rosso. Girerà per la città di Londra nei quartieri a luci rosse e pronuncerà, quasi come un mantra, la fatidica frase Who Am I To Judge?, incutendo nei presenti stupore e meraviglia per la presenza scenica magistrale del suo abito – inconsueta per un luogo come l’Inghilterra dove ormai da anni i diritti e le libertà delle persone omosessuali sono consolidati, a differenza dell’Italia, dove forti sono ancora i pregiudizi sessuali, e spesso sacerdoti e cardinali vanno in giro per saune gay di proprietà del vaticano, night club e festini a luci rosse. Con la sua performance Nicola Mette desidera indurre gli spettatori a riflettere sulle contraddizioni e sull’ipocrisia delle istituzioni cattoliche.

Maggiorin dettagli:
http://www.nicolamette.com

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