…E il naufragar m’è dolce tra le onde della vita e del sentimento di Messer Giacomo Leopardi!!

L’Usignolo della Poesia Mondiale: Giacomo Leopardi!!

C’è un Uomo che più di altri congiunse il tempo dell’anima con il tempo poetico. C’è una Creatura lacerata ma fortissima, che non si piegò ai malanni fisici, ma spinse il suo spirito oltre le lagnanze, i limiti e il sarcasmo più inevitabili. C’è un Poeta che cantò come un Usignolo il più struggente e ininterrotto acuto poetico, che mai lettere e parole abbiamo potuto udire e raggiungere: quell’Uomo si chiama Giacomo Leopardi e, la sua poesia è di statura mondiale, poichè è sempre una scoperta positiva e costruttiva della grandezza dell’Animo umano, che la fine, il nulla e il destino non riescono ad infrangere; sia che il poeta riviva, commosso, le speranze e i sogni della giovinezza, commisurati al ritmo, senza confini della vita interiore, sia che si erga contro il destino nell’affermazione della propria invincibile nobiltà: perchè certamente siamo uomini destinati a finire, ma il Cuore ci rende infiniti.

Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e dalla Marchesa Adelaide Antici. La famiglia era la più cospicua del paese, ma il suo patrimonio era dissestato e, per ricostruirlo, la madre impose una rigida economia domestica per decenni. Queste ristrettezze, congiunte ai pregiudizi nobiliari dei genitori- che, fra l’altro, l’avevano destinato alla carriera ecclesiastica, furono per Giacomo causa d’infelicità. Gli impedirono, infatti, di crearsi una libera sistemazione, costringendolo a macerarsi, per gran parte della vita, nell’atmosfera stagnante di un piccolo borgo di provincia, posto in uno degli stati italiani più retrogradi, tagliato fuori dalle correnti vive del pensiero e della cultura europea. Né migliore era l’ambiente familiare, rigido e compassato: Monaldo era un erudito, conservatore e d’idee reazionarie, la madre era rigida e spiritualmente gretta. Mancò così all’adolescenza del poeta, pervasa di sogni e di ansie romantiche, ogni possibilità d’espansione e quel calore d’affetti, ove s’escluda quello tenerissimo per il fratello Carlo e la sorella Paolina, di cui la sua indole aveva particolare bisogno.

Dopo una prima educazione ricevuta dal padre e da due sacerdoti, appena decenne, il precocissimo giovinetto s’immerse nella ricca biblioteca paterna e consumò “sette anni di studio matto e disperatissimo”, che fu la causa prima della sua prematura e irreparabile decadenza fisica. Acquistò ben presto una conoscenza eccezionale delle lingue classiche, studiò l’ebraico e le lingue moderne, compose opere erudite di grande impegno. Sono di questi anni la “Storia dell’astronomia”(1813), il “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”(1815), discorsi su scrittori classici, traduzioni poetiche, molti versi, persino in greco e, due tragedie, la “Virtù indiana” e il “Pompeo in Egitto”.

Tutta questa operosità (anche i lavori poetici che sono, sostanzialmente, esercitazioni retoriche), appare frutto di un’erudizione sterminata e puntigliosa, di una cultura ormai sorpassata, cui si univano, in politica, tesi reazionarie, sull’esempio del padre. E tuttavia in quegli studi il Leopardi cercava un’evasione dalla sua vita uggiosa, alimentando sogni di gloria, ai quali lo portava l’indole solitaria e sognatrice. Ma, nel contempo, si astraeva dalla realtà, consumava senza vera gioia la sua vita e, minava irrimediabilmente la sua salute. Alle soglie della giovinezza si trovò, fisicamente, rovinato: il mal d’occhi, una malattia nervosa, una deviazione della spina dorsale e, altri malanni, che lo tortureranno, per sempre, lo misero in condizioni di avvilente prostrazioni fisica: mentre l’Animo, quello sempre inattaccabile, prorompeva in cascate di Poesia universale e meravigliosamente perfetta.

L’angoscia della giovinezza stroncata approfondì in lui una crisi spirituale da tempo latente. Fra il ’15 e il ’16, aveva abbandonato gli studi eruditi per quelli della lirica, meglio adatta ad esprimere la sua ansia di gloria e d’azione magnanima, il suo bisogno di uscire dalla solitudine e, di stabilire un contatto vivo con gli uomini. Seguirono le letture appassionate di autori moderni, importanti, soprattutto, quelle della “Vita” dell’ Alfieri, dell’Ortis del Foscolo, del “Werther” di Goethe, attraverso le quali maturò la sua sensibilità romantica. Nel ’17 aveva avuto inizio la corrispondenza epistolare con Pietro Giordani, che, avendo letto la sua traduzione del II libro dell’Eneide, aveva intuito la grandezza di quel giovane solitario, lo aveva incoraggiato, aveva ascoltato con animo commosso gli sfoghi contenuti nelle sue lettere, l’espressione della sua infelicità e della sua ansia di vita e di gloria.

Infine nel ’18, il Leopardi aveva partecipato alla polemica classico-romantica, come scudiero dei classici, ma rivelando un’originale sensibilità romantica, nel “Discorso di un italiano sulla poesia romantica” e, aveva composto due canzoni civili, “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante”, di spiriti liberali e, protese ad un ideale di vita eroica. La gravissima prostrazione fisica del 1819, che si rivelò irreparabile e, privandolo persino del conforto dello studio, gli fece sentire ancor più tragicamente il vuoto e la solitudine della sua vita, lo spinse a porsi, con urgenza appassionata, le domande sul perchè della vita. E’– quello che il poeta chiamò, in seguito, il passaggio dalla poesia alla filosofia, l’approdo a una concezione disperata della vita che non sarebbe mutata mai più.

Tuttavia il pessimismo leopardiano non deve essere considerato un episodio strettamente personale e legato, fatalmente, come una conseguenza necessaria, alla sua malattia. Fin dall’inizio la meditazione del poeta aspira a un carattere universale e s’intreccia, strettamente, alla crisi europea, filosofica, ideologica e politica, che segna il passaggio dall’Illuminismo al Romanticismo. Inizialmente la problematica leopardiana è assai simile a quella del Foscolo, anche se ritrova poi svolgimenti e soluzioni originali. Come il Foscolo, il Leopardi rigetta decisamente le primitive convinzioni cattoliche e abbraccia le concezioni sensistiche e materialistiche, con un’adesione che non esclude un’ansia romantica delle “illusioni” e dell'”infinito”. Però il pessimismo leopardiano appare più radicale di quello foscoliano.

Il tumulto di pensieri e di drammatici sentimenti del ’19 culminò nel tentativo di fuga, peraltro scoperto subito e reso vano, dalla casa paterna. Fu un fatto, questo, assai significativo, in quanto espresse l’intolleranza sempre più tormentosa, che il Leopardi sentiva nei confronti del mondo chiuso di Recanati e, l’ansia di vita e d’azione, che travagliò tutta la sua esistenza. Solo nel ’22 il padre gli concesse di recarsi per qualche mese a Roma, presso gli zii Antici, ma era troppo tardi. L’incontro col mondo fu una delusione e, non fece che ribadire l’amarezza senza conforto del poeta. Ritornò stanco, avvilito, sentendo inaridita anche la vena della sua poesia che, dal ’18 al ’22, aveva conosciuto la sua prima grande stagione creativa, a Recanati e, qui, nel ’24, compose le “Operette Morali”, in prosa, la prima sintesi delle desolate conclusioni del suo pensiero.

Gli anni dal ’25 al ’28 furono caratterizzati dalle peregrinazioni del poeta per varie città italiane, nell’ansiosa e vana ricerca di una sistemazione che gli consentisse di lasciare per sempre Recanati. Accettò, dapprima, l’offerta dell’editore Stella di Milano, di sopraintendere a un’edizione delle opere di Cicerone e, per lui compilò due “Crestomazie”, o antologie, una della poesia e l’altra della prosa italiana e, un commento al Petrarca. Ma le precarie condizioni fisiche lo obbligarono a lasciar Milano e, gli impedirono di crearsi una vita indipendente. Con l’assegno mensile dello Stella e i proventi di lezioni private potè vivere qualche tempo a Bologna, poi a Firenze, dove entrò in contatto coi cattolici liberali, riuniti intorno al Vieusseux e alla rivista Antologia (Capponi, Poersio, Colletta, Giordani) e infine a Pisa, dove il suo animo si ridestò alla poesia ed, ebbe inizio, coi canti “Il Risorgimento” e “A Silvia”, la seconda stagione della sua poesia, che si concluse nel ’30.

Nel ’28, perduto l’assegno mensile dello Stella, prostrato dalla miseria e dalle sofferenze fisiche, fu costretto a tornare a Recanati, dove visse, fino all’aprile del ’30, “sedici mesi di notte orribile”, immerso in una cupa disperazione. Eppure proprio allora compose i grandi “Idilli”, alcuni dei suoi maggiori capolavori. Nell’aprile del ’30, grazie alla generosità degli amici toscani, potè uscire per sempre da Recanati. Fu dapprima a Firenze, dove, nel ’31, curò un’edizione dei suoi “Canti”, prese parte a convegni dei liberali fiorentini, sebbene scettico e polemico nei confronti dei loro ideali e, strinse un’affettuosa amicizia col giovane esule politico napoletano Antonio Ranieri. Qui concepì anche una veemente passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti, vissuta con pieno abbandono e conclusasi con una cocente delusione, dopo la quale si rinchiuse di nuovo in una non rassegnat disperazione. Questi ultimi anni furono caratterizzati da un nuovo atteggiamento poetico e umano. La definitiva evasione da Recanati significò per il poeta un impegno più deciso nei confronti della realtà del suo tempo. Essa si concretò in un dialogo polemico, in cui recisa è l’affermazione della propria dignità e del proprio pessimismo incrollabile, ma virile e combattivo, che anela a trasformarsi in un messaggio di solidarietà umana.

Nel 1833, il Leopardi prese stabile residenza a Napoli, aiutato da un piccolo assegno mensile, concessogli finalmente dalla famiglia e, amorosamente assistito dal Ranieri e, dalla sorella di questo, Paolina, coi quali conviveva. Sempre più grave diveniva il suo disfacimento fisico. Non rinunciò, tuttavia, a condurre a fondo la sua lotta ideologica contro le nuove tendenze spiritualistiche e cattoliche e, a ribadire il proprio messaggio doloroso e pur magnanimo agli uomini. Lo attestano le poesie satiriche di questi anni: “Palinodia”, “I nuovi credenti”, satira contro l’ottimismo del secolo e la sua fede nel progresso, i “Paraliponemi della Batracomiomachia d’Omero”, in cui, come continuando un antico poemetto greco da lui tradotto, sotto l’ironica favola di una guerra fra granchi, rane e topi, satireggia Austriaci, liberali e Pontifici e, i loro atteggiamenti nei moti napoletani del ’20-’21. In questo periodo scrisse anche “La Ginestra” che unisce ai toni polemici un’ esortazione agli uomini, affinchè si uniscano fraternamente contro l’ostilità della natura. Morì nel 1837. Alle opere che ho citato vanno aggiunti lo “Zibaldone” (un diario spirituale di una modernità eccezionale), i “Pensieri” e l'”Epistolario”, nei quali, come nei “Canti”,abbiamo l’immagine di una vita, volta costantemente a un’indagine sulle ragioni dell’esistenza che, se non giunse mai a una conclusione serenatrice, fu tuttavia vissuta con vigorosa tensione, con ammirevole coraggio e con infinita dignità.

Ecco perchè Giacomo non è solo il Poeta dell'”Infinito”, ma è la voce illimitata di un Cuore puro e incorrotto, che le sventure e il Fato avverso non riuscirono, in alcun modo, a convertire al cinismo e all’aridità. Era e rimane il POETA della Felicità, eternamente sognata e rincorsa!! Continua a volare Usignolo nell’Olimpo poetico, che non conosce pregiudizi, limti e confini!! Vostra Elena P.

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