Con l’uscita di “Fede nella libertà. Principi libertari e pratiche psichiatriche”, arriva finalmente in Italia uno dei testi più radicali, scomodi e attuali di Thomas Szasz.?Un libro che non parla soltanto di psichiatria, ma del modo in cui il liberalismo è stato svuotato dall’interno, fino a diventare compatibile con pratiche che un tempo avrebbe giudicato inaccettabili.
Szasz muove da un presupposto elementare del liberalismo classico: l’individuo è proprietario di se stesso, responsabile delle proprie azioni e libero finché non aggredisce gli altri. Da qui deriva una tesi tanto lineare quanto oggi scandalosa: nessuna coercizione può essere giustificata “per il bene” dell’individuo senza distruggere la libertà che si pretende di difendere.
Ricovero coatto, trattamenti obbligatori, diagnosi che sospendono la responsabilità personale non sono, per Szasz, deviazioni occasionali della psichiatria, ma il cuore di una pratica che sostituisce il contratto con il comando e la responsabilità con la tutela. È ciò che l’autore chiama, senza attenuanti, schiavitù psichiatrica.
Il punto centrale di “Fede nella libertà” non è l’efficacia delle cure, ma il loro fondamento morale. Per Szasz, una società liberale non può basarsi sull’idea che alcune persone siano “troppo fragili” per essere libere. La libertà non è una ricompensa per i competenti, ma un diritto che precede ogni giudizio sulla normalità, sulla razionalità o sull’adeguatezza sociale.
È impossibile leggere oggi questo libro senza pensare alla vicenda della cosiddetta famiglia del bosco. Una famiglia che ha scelto uno stile di vita radicalmente alternativo, fuori dai canoni dominanti, e che per questo si è vista sottrarre i figli. Non un intervento fondato su un’aggressione accertata o su violenze dimostrate, ma su una valutazione di inadeguatezza, di deviazione dalla norma, di rischio presunto.
È esattamente il meccanismo che Szasz descrive: quando il criterio non è più il danno, ma la conformità, la libertà diventa fragile.?Non si chiede più: “È stato commesso un torto?”.?Si chiede: “Vivono nel modo giusto? Educano nel modo giusto? Scelgono nel modo giusto?”.
Il liberalismo classico avrebbe posto un limite chiaro all’intervento dello Stato: si interviene solo di fronte a un’aggressione concreta, non di fronte a stili di vita non convenzionali. Ma questo principio, pur continuando a essere evocato a parole, viene sempre più spesso accantonato nei fatti. Al suo posto avanza uno Stato che non punisce, ma protegge; non reprime, ma corregge; non governa cittadini, ma gestisce fragilità.
“Fede nella libertà” non è un libro rassicurante. Non promette sicurezza, non promette protezione universale, non promette soluzioni facili. Ricorda qualcosa di molto più scomodo: che la libertà ha un costo, e che quel costo è accettare che le persone possano vivere male, scegliere male, vivere diversamente da come riteniamo opportuno.
Szasz ci costringe a una domanda che il dibattito pubblico tende a evitare:?chi ha deciso che alcune persone non sono degne della libertà??E con quale legittimità?
In un’epoca in cui la coercizione si presenta con il volto della cura e la limitazione della libertà con il linguaggio della tutela, questo libro arriva come un atto di chiarezza. Non per difendere ogni scelta, ma per ricordare che una società che smette di difendere la libertà per i non conformi ha già smesso di essere liberale, anche se continua a definirsi tale.
Thomas Szasz (1920-2012) è stato professore di Psichiatria presso la State University of New York Upstate Medical University a Syracuse (New York) e studioso associato presso il Cato Institute di Washington, DC. È stato una figura di spicco nel movimento anti-psichiatrico e un critico della base morale e scientifica della psichiatria
Antonio Cavallaro
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