La City dai destini incrociati di Alessandro Baricco.

City di Alessandro Baricco

Un universo picaresco in perenne movimento, una favola dal retro gusto dolceamaro, figlia del nostro tempo vertiginoso, condita da non pochi ammiccamenti rétro: eccolo il tessuto narrativo del romanzo “City” (321 pp., casa editrice Rizzoli, costo 14.00 €), costato al suo originale autore, il torinese Alessandro Baricco, ben tre anni di meditazioni, ripensamenti e rimaneggiamenti vari della ricca trama, contenutistica e stilistica.

Un’opera curiosa ed intricata, dove i molteplici temi, che si rincorrono con vivacità quasi telefilmica, si strutturano, per l’appunto, come l’idea di una città ricca d’intrecci misteriosi e suggestivi: le storie narrate equivalgono ai quartieri, come propone lo stesso Baricco nel risvolto di copertina ed, i singoli personaggi sono le strade, tortuose o uniformi, parallele o convergenti. Ma anche grandi rettilinei o piccole viuzze trasversali: alcune strade, tracciate dal destino, come certe vite, ineluttabili e prefissate; altre si perdono nel nulla, per l’egoismo, superbo e nefasto consigliere, che trascina lontano dal bene, ancorati alla parte peggiore di se stessi.

Protagonista di questa narrazione che si svela come tante scatole cinesi, Gould, un ragazzetto di tredici anni, iperdotato intellettualmente, una sorta di piccolo Leonardo da Vinci ma, disadattato cronico nei contesti sociali. Un piccolo solitario, a tratti incompreso, con alle spalle un padre autoritario ed opprimente e con la madre in clinica psichiatrica: un genio che ha bruciato le tappe degli studi ed è atteso da una prestigiosa università. Ebbene Gould è scortato ovunque da un suo mondo di fantasia, partorito dalla sua incontenibile creatività e popolato da due figure da fumetto, di sua invenzione: il gigantesco Diesel, un armadio ambulante e il taciturno, perché reso muto dai giudizi altrui, Poomerang. Un giorno all’apparenza comune, entra nella sua vita la giovane Shatzy Shell: sui trent’anni, spigliata, carina quanto basta e non immune da un fondo di “spleen”, ossia di malinconia, che le fa affrontare in maniera problematica l’esistenza. Un tipetto tutto particolare, che gira con le foto di Walt Disney e di Eva Braun e che si porta sempre appresso, nella sua borsa incredibilmente gialla come il suo temperamento frizzante, un piccolo registratore.

Shatzy conosce per caso Gould, raccogliendo al telefono per conto della casa editrice Crb, il parere dei lettori sull’eventualità di far morire Mami Jane, la madre del mitico Ballon Mac, eroe storico, da ventidue anni, di una fortunatissima serie di avventure. E le capita di ricevere la telefonata di viva protesta da Gould. Si legherà a lui con un’amicizia indelebile, lascerà il lavoro, diventando qualcosa come la sua governante: di qui vivrà insieme a Gould incontri e peripezie incredibili, mescolati alle storie raccontate dagli stessi protagonisti e da altre voci narranti, in una sorta d’ intreccio e di matassa multinarrativa. Storie dalle mille sfaccettature, che come barlumi di vite vissute, compaiono per un momento, per poi rapidamente svanire o che, invece, ciclicamente ritornano. Come, ad esempio e, lo cito per solleticare l’attenzione dei miei amici lettori, il “western” che Shatzy sta scrivendo da anni e che, a sua volta, racchiude vicende che si dipartono e riconfluiscono nella narrazione principale. Così ed è, davvero, magnifico l’episodio della stralunata caccia, fino al deserto, dello sceriffo Wister sulle orme dell’indiano Bear. In linea con l’irrealismo generale che, frammisto a tratti iper-reali, caratterizza il libro, siamo di fronte una sorta di western contemporaneo ambientato tra fantasticheria e favola, in una città dove gli orologi si sono misteriosamente fermati da oltre 34 anni. O, altro passo assai spassoso dell’opera, la piccola ed emblematica epopea a puntate del pugile Larry Gorman, un talento del ring e la sua scalata al titolo mondiale che riserva non pochi colpi di scena.

Illusionista di razza, scrittore furbo capace di prodezze linguistiche qui abbandonate a favore di una programmatica prosa “casual”, a metà tra i dialoghi serrati e colloquiali e la sciattezza stilistica ad effetto, Baricco “giochicchia”, come l’ultimo Orson Welles, sulla vischiosa, seduttiva ambivalenza di verità e menzogna, di camuffamenti e di mezze rivelazioni, concesse per bocche altrui. Alla fine ci si chiede, in molti tratti del romanzo: parla davvero l’autore, dietro e con i suoi personaggi, o è il caso di un fittizio ventriloquismo che copre gli infiniti accenti di un inconscio collettivo, che ha accumulato nella nostra mente tutte le storie e la memoria del mondo? Sicchè compito di chi scrive romanzi è solo quello di riportare “a galla” con le parole vestite dal suo stile, quelle narrazioni già esistenti e disseminate intorno a noi, da sempre?

Di fatto, seppur attraente ed entusiasmante nel suo frenetico procedere, “City” appare come un’iridescente ed enorme bolla di sapone in cui la vista rischia di smarrirsi: certo il bandolo della matassa risiede proprio in quel martellante flusso inventivo, escogitato da Baricco con naturale scioltezza, in cui le emozioni del lettore crescono a vista d’occhio, quasi sotto pelle, come dei funghi. Ma tutto rimane una chimera irreale e surreale, destinata a dissolversi in un finale malinconico, volutamente minore, che lascia la bocca amara, proprio come la vita, inesplicabile nei suoi disegni. E così, come riporta lo stesso Baricco e come accade in certi quadri impressionisti, alcune volte i capolavori rimangono blindati oppure limitati dall’uso di simboli ed analogie fuorvianti: si finisce per ottenere il nulla attraverso un processo di progressivo decadimento e dispersione del reale.

Ma forse, miei cari e fedeli lettori, sono in fondo le storie-strade presenti nella nostre città-anime a seguire traiettorie imperscrutabili ed inspiegabili: traiettorie che, proprio come la vita, dobbiamo accettare di percorrere anche se non ci è concesso d’immaginare e di conoscere verso quali traguardi ci condurranno. E qui, amici miei, la faccenda si fa seria ed anche Baricco lo sa bene: non si “giochicchia” più, se si vuole diventare Uomini di valore, non solo di successo. Statemi tutti bene e, ricordate, anche solo una paginetta al giorno, ma non perdete il sano “vizio” di coccolarvi con le buone letture. Vostra Elena P.

3 commenti su “La City dai destini incrociati di Alessandro Baricco.”

  1. Complimenti Elena, impeccabile come come sempre nelle tue recensioni, leggere ciò che scrivi, a mio parere, credo che sviluppi una certa curiosità dentro i visitatori.Alla prossima by Dany.

  2. Sentitamente ti ringrazio, soave Amica Daniela!! Sei sempre prodiga di valutazioni pertinenti, interessanti e stimolanti: in sintesi, sei la visitatrice ed utente modello per questo Sito, oasi di creatività e di libertà espressiva!! Occuparmi di recensioni libresche è come diffondere, per il mondo, tanti piccoli semi preziosi, che prima o poi produrranno frutti rigogliosi nelle coscienze e nei cuori. Io sono solo un umile strumento, in mano alla mia possente ed adorata Scrittura!! Ora fuggo a nannina…Lieta vita! Elena.

  3. Sono passati un paio di anni da quando ho letto per la prima volta “City”, un libro che ha fatto nascere in me delle posizioni contraddittorie. Da una parte, infatti, sono rimasta affascinata dalla “potenza” delle parole usate da Baricco, quel saper creare, attraverso il linguaggio scritto, delle immagini vivide e, in alcuna misura, “toccanti”. Dall’altra però mi sono persa nei “destini incrociati” dei vari personaggi, non riuscendo poi ad afferrare cosa l’autore volesse realmente dirmi. Forse è per questo motivo che ora il libro giace dimenticato in un angolo della mia camera. La tua recensione, però, ha fatto rinascere, come giustamente afferma Daniela, una certa curiosità e credo che lascierà che quel libro “mi parli ancora una volta”. la tua ‘cuginetta’ Laura

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