Il figlio del Mito classico che dipingeva fuori dal tempo: Puvis de Chavannes.

L’eternità gli scorreva nelle vene e, con essa, un amore totalmente ricambiato per il respiro antico del Tempo dorato, popolato dai Miti e dai Sogni. Relegato nell’immobilità immeritata del passato, in realtà  fu, per certi non trascurabili aspetti, un “padre” segreto della modernità pittorica di maggior richiamo. Il ventesimo secolo, forse nella totale inconsapevolezza e cecità data da un rombante progressismo, aveva un padre nascosto, incisivo e sorprendente, in Pierre Cècil de Chavannes (Lione 1824-Parigi 1898), che rappresentò la fine della Belle èpoque nel nome di un classicismo puro, al di fuori del tempo, ispirato all’universalità razionale di Piero della Francesca e della sua “pittura eterna”.

Un padre, Puvis, bistrattato e disconosciuto se, a quanto si dice nelle cronache, durante l’occupazione studentesca della Sorbona, nel 1968, qualcuno dichiarò che sarebbe stato bene disfarsi delle sue pitture murali, considerate eccessivamente intrise di “antichità“. Perdoniamoli, giacché nella foga e nella frenesia del “cambiare il mondo”, spesso si lasciano sul terreno vittime artistiche, del tutto innocenti e, ahinoi, umiliate nella loro libertà espressiva. Ma ritorniamo alla paternità eccellente di cui oggi si riconosce, con piena legittimità, protagonista il “nostro” Puvis. Giunge a sostegno di tale valutazione la mostra “Il Simbolismo. Da Moreau, a Gauguin a Klimt”, con esordio primaverile a Ferrara, ma attualmente in corso alla Galleria d’arte moderna e contemporanea di Roma, la quale forte di ben 200 capolavori tra i simbolisti franco-austriaci e il Novecento italiano, colloca de Chavannes al centro dell’arte europea della seconda metà dell’Ottocento, non soltanto dell’arte francese; né solo dell’espressione pittorica, ma dell’intera concezione estetica che animò quegli anni. Chissà, se attraverso la riscoperta espositiva di Puvis (da sempre il grande “assente” nelle rassegne simboliste), dovuta più a studiosi d’Oltreoceano, per la verità, che del Vecchio Continente, la Francia miri a consolidare una posizione dominante nella creazione della modernità pittorica, che sente, negli ultimi tempi, sempre più minacciata.

Via gli impressionisti, enfatizzati talvolta “a sproposito”, via la tradizione scolastica delle accademie parigine che fanno gemmare tutta l’arte moderna, ebbene l’interesse degli studiosi odierni si sposta ora su un’altra corrente, percorsa da Puvis: corrente lontana dall’intento maniacale dell’Impressionismo, di trasportare sulla tela il gusto per l’immediatezza del frammento imprendibile; bensì decisa a navigare su una pacata riflessione intorno al senso intimo delle cose, accompagnata a una riconsiderazione della tradizione più nobile del classicismo. In altre parole il sublime ed eterno idillio di Puvis e del suo mondo ideale diventano, paradossalmente, la nuova frontiera del dipingere di fine Ottocento, da cui deriveranno figli impensabili ed illustri: non solo il Picasso classicheggiante o, dei periodi rosa o azzurro, ma anche Gauguin e il suo culto del primitivismo, persino le esplosioni cromatiche dei fauves e le disperate solitudini di Munch. Tutti muovono i primi passi sotto l’ala antica di de Chavannes.

Certo, ricondurre tutto all’insegnamento di Puvis può essere un esercizio ostico, man mano che ci si allontana da Parigi. Il tedesco Hans von Marées, per esempio, di un decennio più giovane e nostalgico degli stessi tempi mediterranei, resiste ad essere incluso nel “club” filiale. Pare, anzi, che nei suoi viaggi nella capitale francese disdegnasse i colleghi classicisti e, del resto, altre erano le premesse filosofiche del suo lavoro, altro il suo colore sontuosamente cinquecentesco.

Né l’italianissimo Giovanni Segantini sta a suo agio nel panorama di lande inaridite, pure evocazioni di mondi perduti, di Puvis. Quanto il colore di Puvis è sobrio, esteso su superfici piatte, tanto quello di Segantini si spinge agli estremi delle potenzialità tecniche dell’Ottocento, nell’ansia di competere con un paesaggio sconvolgente di fiori, rocce, nevi. Ci sono poi pittori, come Max Klinger, anch’egli ammirabile nell’appuntamento di Roma, pur compenetrati pienamente nell’aura ispirativa di de Chavannes, per i quali, però, solo nel “corpo a corpo” con la Natura il pittore scopre l’esistenza di altro, al di là dell’apparenza. Ma Puvis nei suoi dipinti, cristallizza, ferma, celebra l’eternità dell’essenza: quindi sopprime l’apparenza, variabile e mutabile. Niente è più contingente nella sua pittura, giacché questa non é fatta di presenza, ma di memoria.

Sono figlie della memoria, del mito, creature nate nell’Olimpo e terrestri solo nella loro parvenza rappresentativa in Natura, anche le soavi e raffinate protagoniste del dipinto-chiave di quest’articolo, “Fanciulle in riva al mare”: capolavoro di punta dell’esposizione citata e consigliata in apertura, ahimè “sacrificato” ed “offeso” nell’allestimento ferrarese dell’evento, tra luci penalizzanti, “cumuli” di folla vociante dall’avidità visiva e, una collocazione dispersiva e caotica, laddove le dimensioni ridotte dello splendido olio, cm. 61 e cm. 47, eseguito da Puvis nel 1879, richiederebbero una sala, o perlomeno un’ala ad intera disposizione. Confidiamo nel buon senso e nel criterio della trasferta capitolina.

L’estetica evocativa e nobile e, lo stile arcaistico con cui Puvis affronta e sviluppa il soggetto delle tre magnifiche Fanciulle-Veneri, le quali paiono attendere con serenità celestiale il ritorno tra l’acqua generativa del Mar Mediterraneo, non appartengono né all’Accademismo più manieristico, né all’Impressionismo più evanescente. La semplicità calibrata dell’intera composizione; il disegno essenziale delle silhouettes; le sfumate tonalità cromatiche, accese solo nelle chiome e nel fluire acquatico; la frontalità delle figure azzerante qualsiasi cenno di rilievo; la definitiva rinuncia della profondità per evidenziare le fanciulle; l’opacità della superficie che richiama la polvere del tempo e l’incredibile soavità, a tratti sensuale, della figura ritratta di spalle: eccoli i segni distintivi ed eccelsi di Puvis, che sapranno incantare i suoi contemporanei e molti artisti posteriori, fino agli stessi Picasso e Matisse, i quali, proprio da questa tela, trarranno supreme ispirazioni per le loro famosissime “Bagnanti”.

Diciamo allora, con buona pace di qualsiasi spirito polemico che, l’esplorazione e la rivalutazione di Puvis de Chevannes ci affascinano quando tralasciamo l’etichetta programmatica delle “scuole”, per immergerci, da vicino, dentro la sua esperienza solitaria e fortemente lirica, poco frequentata dalla critica di oggi (con l’eccezione dell’illuminato studioso Théophile Gautier) ma, gli esempi esposti lo dimostrano, riconosciuta ed amata da chi aveva autentico sentimento di artista. Le sue composizioni pastorali e classicistiche, le sue figure femminili leggiadre e disperse tra feste remote, tra idilli perduti, sembrano suggellare l’approdo al porto più sicuro, quello dei Miti, racchiusi in dimensioni trascendentali, fuori dal tempo. Eccolo il messaggio più profondo che Puvis trasmetteva al cuore dei giovani artisti: la grancassa della Belle époque ha smesso di suonare; è finito lo stordimento dell’attimo; sappiate tornare alla favola antica ed universale delle radici e delle origini.

Accade, quindi, miei adorati Lettori dalla sensibilità palpitante di scoprire e di capire nuovi territori artistici, che una pittura magra, scontrosa, a tratti difficile come quella di Puvis, intima e malinconica, costruita su sentimenti più allusivi che espressi, deferente sull’altare del Mito, continui ad essere la preferita, senza concorrenti all’orizzonte, degli “Spiriti inquieti e sospiranti”. Quelli, per capirci, che hanno dentro di sé crescente fame di Cielo e di Nuvole, pur respirando alla corte di Re Sole e, sul ventre accogliente della Madre Terra. Alla prossima passeggiata lungo la “Via Lattea” della Pittura!! Vostra Elena P.

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