Il Gentiluomo vola con il cavallo alato della Fantasia: è Dino Buzzati e i suoi racconti!!

La boutique del mistero

Non amava i “lieto fine” scontati o menzogneri, che superficialmente accontentano tutti, ma, nel profondo, non convincono o non corrispondono alla verità dell’esistenza: desiderava raccontare e, attraverso il racconto, a tratti surreale, a tratti misterioso, esorcizzare le sue paure e le sue inquietudini più intime. Quintessenza della signorilità d’animo e della correttezza di modi verso la vita e i suoi cicli, amante malinconico ma devoto delle sue Dolomiti fiabesche, Dino Buzzati ci regala non solo pezzi giornalistici memorabili, ma anche un’inesauribile originalità compositiva e un tesoro d’invenzioni letterarie di valore inestimabile.

Attraverso l’immaginazione creatrice e l’intuizione dell’invisibile, Buzzati indica i sentieri della libertà spirituale sui quali si può recuperare una sufficiente ampiezza dell’essere, contro gli impulsi riduttivi della modernità e dei suoi falsi valori in declino. Buzzati non vuole sorprenderci, epidermicamente, con le sue invenzioni e i suoi artifici; li usa con una fantasia vivacissima, ma per condurci subito al loro interno, per mostrarcene gli ingranaggi, per farceli sentire come espressioni di un allarme che gli urge nel cuore, per il sospetto che ogni situazione abbia un lato nascosto non immediatamente percepibile, eppure reale e significativo.

L’agilità nella creatività e lo stile particolarissimo li ritroviamo protagonisti nella prima straordinaria raccolta di racconti, “I sette messaggeri”, che pubblicati nel 1942, subito dopo quel clamoroso capolavoro de “Il deserto dei Tartari”, rappresentano veri e propri gioielli della narrativa buzzatiana, capaci di catturarvi per la visione labirintica del mondo, per l’attenzione alle coincidenze e ai rapporti segreti fra le cose; la convinzione che esista una significativa simmetria in avvenimenti all’apparenza diversi e lontani, per l’ambientazione spazio-temporale spesso favolistica e remota. Quello de “I sette messaggeri”, oggi ripubblicati con il titolo “La Boutique del mistero” presso la collana economica degli “Oscar Mondatori” (pagg. 238, numero 66, costo 8.40 €) è un Buzzati che si avvicina a Jorge Luis Borges, nel comune “fondo” sotterraneo ispirativo fatto di miti, d’immagini, di trame archetipe, cui tutti i grandi scrittori visionari hanno attinto.

Certo, le differenze stilistiche tra i due sono notevoli; Borges è più lucido e ironico nei suoi giochi eruditi, sostenuti tutti di testa, mentre Buzzati, più narratore che istrionico ricercatore d’incastri culturali, fa partecipare anche il cuore e i nervi alle sue invenzioni; ma le analogie indubbiamente resistono e, liberano Buzzati dalla schiavitù di riferimenti che si possono ricomprendere in un orizzonte assai più vasto, ove ciascun autore ha la sua cifra e tuttavia è tributario, insieme con gli altri, di un’interrotta tradizione. Dino è e rimane insuperabile nella sua eleganza narrativa, che offre al lettore la possibilità di sperimentare la finezza di stile di uno dei più talentuosi autori italiani del Novecento, nelle cui pagine coesistono allegorie inquietanti, spunti surreali, invenzioni fantastiche e dati di cronaca, o presunti tali, capaci di rimandare a possibili realtà metafisiche.

“I sette messaggeri” rappresentano il debutto narrativo nell’ambito dei racconti; i due romanzi giovanili “Bàrnabo delle montagne” e “Il segreto del Bosco Vecchio”, avevano suscitato scarsa attenzione; ma nel 1940 si era imposto il caso Buzzati con il romanzo-cardine dello scrittore,“Il deserto dei Tartari”. Dunque questa raccolta poteva contare su un pubblico già avvertito e, difatti, nello stesso anno fu stampata una seconda edizione. Cominciava così la fortunata serie di racconti in volume, che rappresentano un aspetto di grande rilievo nella produzione narrativa dello scrittore bellunese.

Nel primo racconto di questo affascinante libro, che dà il titolo alla raccolta, perdura l’eco del “Deserto dei Tartari”, con un accentuato simbolismo. Il protagonista è un giovane principe in viaggio verso i confini del suo regno per prenderne possesso. Rimane in contatto con la capitale tramite sette messaggeri che fanno incessantemente la spola; più il principe si allontana, più si allunga il percorso di ciascun messaggero e il successivo. Il viaggio non ha fine, le frontiere sembrano ritirarsi lontano, forse il principe si è perduto nell’ignoto. I calcoli sono chiari: l’ultimo messaggero, appena partito, tornerà con le sue notizie dopo un numero di anni così grande che allora il principe sarà morto. La strana geometria delle moltiplicazioni rende più suadente e insieme arcano come un imperativo del destino il progressivo distacco del principe dalle sue memorie, dalle radici della vita, spinto inesorabilmente (come Drogo, il protagonista del Deserto dei Tartari) da una forza a lui stesso sconosciuta. Così, secondo la metafora del racconto, i messaggeri segreti del nostro cuore non riescono a tenere il passo tra noi e le sembianze di quel che eravamo e, che rimane una parte viva e fondante della nostra esistenza.

Certamente il racconto centrale e forse più emblematico di questo intrigante volume rimane “L’uccisione del drago”, un racconto-chiave nella poetica di Buzzati: lo scenario, descritto minuziosamente, è quello di una caccia in montagna; soltanto la preda è singolare; un essere mitologico, un drago, rimasto da millenni chissà come rintanato nell’antro di un anfiteatro roccioso. Gli uomini sono bene armati di fucili, colubrine e mazzapicchi, ma la lotta sembra interminabile perché il portentoso animale ha una vitalità quasi inesauribile; mentre i suoi carnefici lo torturano, si limita a emettere un fitto fumo dai fianchi e a lanciare verso il cielo strepiti orrendi. E’come se in quel momento si compisse un sacrificio cosmico, l’ultimo atto di una lotta fra due mondi, quello degli uomini che basano la loro superiorità sull’orgoglio tecnologico e, l’altro di cui il drago è il superstite testimone. Finalmente la bestia massacrata cessa di vivere, ma nessuna allegria pervade i cacciatori: è come se avessero commesso un sacrilegio. Il capo della spedizione muore intossicato dai vapori emessi dalla sua vittima, mentre tutti sentono il peso di una maledizione.

Altri elementi tipici della complessa poetica di Buzzati sono presenti in questa prima raccolta di racconti. “Eleganza militare” è una preziosa espressione della sensibilità dello scrittore per i valori eroici, esaltati non nell’esteriorità del bel gesto spettacolare, bensì nel loro effetto di trasmutazione interiore; difatti un magico mutamento, che nel racconto diventa visibile secondo lo stile visionario di Buzzati, è il nodo catartico della narrazione: ufficiali e soldati irreprensibilmente abbigliati alla partenza per una manovra, a mano a mano che la marcia si trasforma in una pericolosa e interminabile azione di guerra, perdono il loro bell’aspetto, le loro divise si lacerano e, tuttavia essi assumono una bellezza superiore che si manifesta anche in ordinamenti fiabeschi.

“Sette Piani” è un altro racconto memorabile, dal quale Buzzati ha tratto un eccellente testo teatrale, “Un caso clinico”. Quel malato che scende inesorabilmente di piano in piano nella clinica dove è entrato con la fiducia di uscirne in breve tempo completamente guarito, incarna una terribile metafora dell’avventura umana, dalla quale non si esce mai vivi. In “Sette piani”, come in altre opere di Buzzati, la prospettiva della morte è ciò che dà insieme senso e nonsenso all’esistenza.

Il penultimo racconto, “Il sacrilegio”, ha i toni di una favola ingenua, con quel bambino che passa nell’al di là convinto di aver commesso un peccato mortale e, perciò è sottoposto al giudizio del tribunale celeste; ma l’ingenuità– da racconto popolare edificante- è una delle “maschere” sapienti di Buzzati, che qui lo scrittore indossa forse per pudore, toccando per la prima volta uno dei tempi periodicamente emergenti nella sua narrativa e, tuttavia tra i meno notati dalla critica: un profondo sentimento religioso unito alla persuasione ancor più radicata di un’infrangibile dialettica tra il bene e il male, cui le creature umane non possono sottrarsi, perché dotate di libertà. Per Buzzati il senso di colpa non è un complesso, è un complemento della dignità dell’uomo.

Ma ora è tempo di lasciarvi in buone mani narrative, adorati BeppeBloggisti, nelle mani da raffinato pittore di colori e di parole di Dino Buzzati, figlio della Fantasia, della Scrittura e del Pelmo…l’intramontabile Pelmo per un intramontabile Talento!!! Buona lettura!!! Vostra Elena P.

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