Il Profeta del Moderno che danzò con l’Antico: il geniale Giorgio de Chirico.

Ha attraversato, con una maestria creativa senza precedenti, il secolo ventesimo Giorgio de Chirico, come l’ultimo grande pittore individualista, il “pictor optimus” dall’ego smisurato e dal genio altrettanto spiccato. E’ stato capace, con la sua straordinaria vicenda artistica, a cavallo tra la realtà e il sogno, di dimostrare che l’Artista autentico può e deve seguire, tranquillamente, il filo d’Arianna della propria mente, incomprensibile ed inaccessibile per gli altri.

Può dipingere il nostro eclettico Giorgio, inventore della “Pittura Metafisica” ovvero della ricerca degli aspetti evocativi, simbolici, celati delle cose, per l’appunto degli aspetti che “vanno oltre gli elementi fisici ed immediati”, sia l’acropoli di Atene che i cavalli in riva al mare tessalo, gli archeologi e le piazze meridiane, i manichini come le statue greche, gli interni strapieni di oggetti come l’infinito, la squadra e la pera, l’uomo e la sua ombra (fervido “pallino” e motivo-chiave di tutta l’ispirazione dechirichiana), il viandante e il suo fantasma: eccoli i capisaldi concettuali e tematici della sua pittura, che, in fondo, più che pittura si potrebbe definire una scrittura a colori di sogni. Costruita, iconograficamente, attraverso fughe quasi infinite d’archi e di facciate, di grandi linee diritte; attraverso ombre dense e scure che si allungano e si dilatano verso l’ignoto; per mezzo di masse immani di colori semplici e primari, di chiari e di scuri quasi funerei, questa scrittura di sogni esprime, in modo perfetto come solo de Chirico puà fare, quel senso di vastità, di solitudine, d’immobilità, di stasi, che arriva talvolta da alcuni spettacoli “mentali”, riflessi, allo stato di ricordo, nella nostra anima-psiche, quasi addormentata.

Solo Lui, lo scalpitante figlio della Tessaglia greca, dalla mente vasta ed universale, inventore di un’estetica nuova, può rivelare, nei suoi quadri, quella sottile malinconia patetica che accompagna la fine di una bella giornata in qualche monumentale città italiana, dove le sue plastiche ombre cercano rifugio nell’oscurità, disperse in piazze solitarie ed immobili, esse anelano alle sovrane e placide rive di antichi Eden. Solo Lui può esplorare il Rinascimento come il Barocco, può studiare i Fiamminghi e Michelangelo, come può tornare alla propria originaria pittura. E tutti, per decenni, critici e studiosi hanno continuato a meravigliarsi (per condannarla, subito dopo) di questa inquietante ubiquità del talento dechirichiano: sapeva essere qui e dovunque, contemporaneamente. Infatti, appena lo classificano, il Re dei Metafisici si trova già su altre posizioni. E tutto rifiuta da Artista forte, etichette e giudizi penosi, a patto di salvare lo spirito di contraddizione, il Maestro degli Enigmi, il motore di ogni misteriosa apparenza che lo affascina più di tutto.

“Bisogna scoprire il demone in ogni cosa” era il primo comandamento dell’inafferrabile Incantatore: ovvero scoprire lo spettro che aleggia dietro ciò che vediamo e, spogliare la realtà del sipario di banalità, di ogni scontata e prevedibile forma che la imbriglia. E allora, nel suo cammino creativo ed esecutivo, il problema di base, il cruccio che lo fa “vagabondare” tra mille attitudini stilistiche è quello di mescolare l’educazione greca alla cultura centroeuropea, assorbita a Monaco, l’intellettualismo francese al mistero eterno di Zarathustra. La scoperta in questo vagabondare è semplice e de Chirico ne coglie, immediatamente, i segni: l’enigma e l’inquietante sono all’angolo della strada e, basta solo saperli vedere, sotto diverse angolature, ossia dotarsi di un terzo occhio (di solito “innato”, non acquisito in scuole o accademie) capace di sbucciare la realtà degli accidenti, che accadono sotto i nostri sensi. Ognuno vive giorno e notte con la propria follia o, con la propria saggezza, sembra dirci Giorgio con le sue opere, ma, del resto, lo aveva già scoperto con forza irruente Nietzsche, in filosofia.

E non a caso, i suoi padri, de Chirico va a cercarli tra i filosofi del negativo (Schopenhauer, Weininger) e tra i pittori romantici tedeschi (Bocklin, Klinger), perchè è tutta mentale e visionaria la sua espressione estetica, per l’appunto inchinata al mistero metafisico degli oggetti. E così le piazze d’Italia, come la meravigliosa tela ad olio del 1956 “La piazza d’Italia” che fa da ouverture visiva a quest’articolo, sono interrogativi sulla vertigine; aperture e chiusure nel conscio e nell’inconscio dell’animo umano; l’invenzione d’un Rinascimento mai esistito nella contemporaneità, quindi rincorso tra le vestigia dell’Antico. Assomigliano al Partenone, ogni stazioncina diventa tempio della dea Partenza. I suoi manichini altro non sono che l’aspetto moderno della statua classica, che all’artista interessa sempre come calco, ovvero come eterno “doppio”, “rispecchiamento”, “ombra”. I suoi cavalli e mobili nella valle, i suoi trofei e gladiatori, rappresentano allora il recupero della Memoria: cosa ben diversa dal sogno e dall’incubo esaltato dai Surrealisti.

Con tutto questo bagaglio di miti, il nostro Inseguitore d’ombre, come sintomi di assenza e di superamento del sensibile e del materiale, non appare come l’ennesimo figlio simbolico di Sigmund Freud, bensì un altro autentico padre della scienza dell’anima, governata dalle leggi più intime ed anarchiche dell’Io. Il mistero del tempo, la radiografia dell’inconscio, la presentazione enigmatica della realtà: sono tanti momenti che hanno portato fuori strada, spesso, i superficiali analizzatori di de Chirico. I fatti che il Re dei Metafisici viene esponendo, nelle pagine (è anche un superbo scrittore) e sulla tela, sono in realtà molto pochi e ricorrenti: tutti riportano alla sua mitica e sfaccettata personalità. Il vedente Giorgio si trasforma nel veggente de Chirico, per far scoccare quella misteriosa e potente scintilla che definiamo Arte.

In realtà, tutta la sua caleidoscopica vicenda artistica rimanda a quella filosofica di Nietzsche dell’ “eterno ritorno”. Si può così, anche scoprire che il vero mito di de Chirico si sdoppia: la partenza degli Argonauti da una parte, il ritorno del figliol prodigo dall’altra. La partenza è un distacco traumatico, con riferimenti autobiografici (da Volos, la sua città natale in Grecia, partirono gli Argonauti alla ricerca del Vello d’oro), ma anche con un destino di viaggi e delusioni, avventure e depressioni, fino ad una probabile conquista, come l’oro per l’alchimista. Il Figliol prodigo è un tema che assume diverse sfumature nelle molte opere dedicate al tema: è il ritorno del padre; è l’abbraccio tra il figlio-manichino e un padre-statua; è l’approdo al Museo. Un nuovo arrivo e subito una nuova partenza: resta quello di Ulisse il mito centrale per de Chirico, l’uomo che ricerca se stesso attraverso la peregrinazione e, la perdita di tutto, tranne che della Memoria e dell’Amore.

Un modo per entrare nel cosmo intricato, ma in fondo chiarissimo (tortuoso solo per via degli enigmi, accortamente moltiplicati) può anche essere quello di ammirare, in serie cronologica, gli innumerevoli autoritratti, prodotti da de Chirico. Autoritratti come specchio di Narciso, come insistenza sul “superuomo”, come travestimento sublime del seriale, del già visto, del quotidiano, del palese. Uno dei comandamenti di Nietzsche, mentore filosofico dell’Artista, era: “Volere tutto ciò che è già accaduto”. E cos’altro fa de Chirico, quando nei suoi capolavori si maschera da malinconico o da Bocklin, da hidalgo o da Euripide, quando si “statuifica” o quando si ritrae con la sua ombra, quando diventa sotto i nostri occhi una sorta di oracolo o di novello Ulisse? Ebbene ricerca l’eterno ritorno del passato, nell’armonizzazione dei contrari, ciclica e circolare.

Nei suoi cento autoritratti, parla sempre con associazioni da svelare. Non è mai se stesso solitario, ma sempre con accanto qualcuno: con Hermes, con la madre, con il fratello sapiente, con la Musa, con Euripide. Non appare mai in posa generica, ma è sempre atteggiato “come qualcuno”: come “nato sotto Saturno”, come Raffaello, come gentiluomo rinascimentale o come figura barocca, come statua per l’eternità. Proprio nell’autoritratto, se riflettiamo, si esalta, paradossalmente, il valore della Metafisica. Non esiste niente di più fisico di un ritratto, eppure nelle opere dechirichiane viene portato ogni volta “al di là “, in un altrove dove nessuno è vivo e nessuno è reale, tramite il perenne incantesimo della “visione”.

Giorgio amava ripetere spesso quale sintesi più fedele della sua vita un’affermazione, contenuta in un testo del filosofo Weininger: “Il numero di volti differenti che si succedono in un uomo, durante la sua vita, può essere considerato un vero criterio fisionomico dell’eminenza e dell’eccezionalità dei doni che ha ricevuto”. In altre parole i visi giullareschi dei nostri vent’anni scivolano verso profondità ed intensità espressive maggiori nei nostri quarant’anni. Ergo, se c’è da tirare una morale conclusiva (ma si potrà mai apporre la parola fine, nei quadri e nell’immaginario dechirichiano?) per la lunga e variegata avventura umano-artistica, si può dire che, identificandosi con tutti, Giorgio de Chirico ha finito per identificarsi soltanto con se stesso. Questo, miei devoti paladini dell’Arte vera, è l’ingrediente essenziale del Talento.

Talento che ritroverete, come in un saldo e continuo filo rosso che unisce espressioni e stili di epoche diversissime, anche nel Regno fotografico di Patron Beppe, ovvero ne “Il mondo sotto il mio punto di vista”: il Fotoblog gronda di invenzioni dechirichiane folgoranti, una su tutte, solo la più recente, è la Perla, black and white, “Raggi a Villa Varda”, dove Beppe fissa, con la sua adorata Nikon, in modo classico, solenne, monumentale aspetti del tutto casuali e contingenti, legati alla variabilità velocissima della Luce e a quella più graduale della Natura. Come de Chirico, il Patron trasforma, con un click, ciò che appare eterogeneo e mutevole, in ciò che è eterno e mentale, “al di là del fisico”. Senza ogni dubbio, si tratta di Metafisica pura!! Buon’Arte a tutti!!! Vostra Elena P.

4 commenti su “Il Profeta del Moderno che danzò con l’Antico: il geniale Giorgio de Chirico.”

  1. Brava Elena visto che con De Chirico vado daccordo, mi sono letto per benino tutto l’articolo e i complimenti sono doverosi per la Tua “solita” classe con cui li stendi! Anche foto che hai inserito Is Magic! Grazie per la citazione…

  2. Infinitamente grazie, Patron Beppe, per l’attenzione e per la cortese pazienza!!! Lì fuori, oltre questo video, cominciano ad essere tanti ed appassionati (oltre ogni più rosea previsione!!!); qui dentro, tra lo spettacolo dei tuoi capolavori, le opere degli Artisti di un tempo e qualche mia riga “sentita” nel profondo, l’informazione e la comunicazione riguadagnano libertà e credibilità. Questa è la vittoria più significativa per l’affiatato “Dream Team” di BeppeBlog e anche per Elena, che vive di “pane e parole”. Con gratitudine! Lieta vita a tutti!!Elena…

  3. Ciao quest’anno ho gli esami di terza media e mi servirebbe sapere ora dove si trova questo quadro è possibile????
    PS: x pefore rispondi prima di sabato..

  4. Buongiorno,
    Lei dice le cose che io inconsapevole sentivo.
    Anche la sua è arte
    Bellissima anche la conferenza di Daverio su DeChirico
    Da giovanotto pieno d’ignoranza -1960 – ebbi l’impulso d’andare da De Chirico e proporgli di darmi a rate un suo quadro metafisico.
    Non osai.
    Guai non osare.
    Anche una pedata nel sedere sarebbe stata meglio che il rimpianto di non aver osato.
    Ora vorrei una copia del ”Il ritorno di Ulisse’, chre mi pare la radiografia dei più di noi, remanti in un piccolo spazio
    Saluti, alberto

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