…E Trudi scampò allo sterminio grazie all’Amore e al profumo della cioccolata!

Copertina di “Ho sognatola cioccolata per anni”.

Guardo la mia barretta di cioccolata, adagiata sul comodino quieto, tra mille oggetti cari che narrano di un’esistenza fortunata e piena di sogni ancora in volo e, un pensiero lancinante mi trafigge il petto: se solo Trudi non avesse ricordato, rammentato, portato con sé, dentro di sé il sogno della cioccolata, che ne sarebbe stato dei suoi Occhioni affamati di Futuro, intensi e desiderosi di Vita? Trudi ha solo sedici anni quando viene deportata con la mamma nel campo di concentramento di Stutthof. Questa è la sua storia, raccontata in prima persona: una storia di sofferenza infinita, ma anche di commovente coraggio, d’incrollabile speranza e di libertà interiore, la più preziosa.

“Ho sognato la cioccolata per anni” (edizioni Piemme, pag. 180, costo 9,00 euro) è un libro limpido ed emozionante, da leggere assolutamente e doverosamente, “per non dimenticare”, per far sì che non si cada, ciecamente, negli errori e negli orrori così crudeli di uno straziante ed aberrante Olocausto del Terzo Millennio. Trudi Birger ha avuto il coraggio di ripercorrere l’esperienza atroce ed ingiusta, che le ha sottratto cinque anni d’infanzia e adolescenza, che le ha spazzato via parte della famiglia e, che le ha lasciato un segno indelebile sul braccio, sul cuore e sull’anima. Il libro racconta, dunque, la tragica esperienza di questa famiglia, ma soprattutto del rapporto madre-figlia, un legame veramente indissolubile, un amore per il quale entrambe rischiano più volte la vita e, si sa che bastava un’inezia per essere massacrati in quelle situazioni, davvero oltre il limite e il confine di ogni comprensione e sensatezza umana.

Sopravvissuta agli orrori dell’Olocausto, alla fine della guerra Trudi si è trasferita a Gerusalemme dove ha vissuto con la sua numerosa famiglia. Derubata della giovinezza, ha scelto di dedicarsi con tutte le sue forze ai bambini più poveri, di qualunque etnia e religione fossero, fino alla sua morte, nel 2002. “Ho sognato la cioccolata per anni”, il racconto della sua esperienza nei campi di concentramento, è stato tradotto in tutto il mondo, suscitando sensibile ed immediata commozione. Il titolo si riferisce a un sogno ricorrente di Trudi bambina, quando, dopo aver visto il padre trucidato dai nazisti, rimane sola con la mamma Rosel, prima nel ghetto di Kovno poi nel campo di Stutthof, immersa nelle atrocità dell’eliminazione dell’intero popolo ebraico.

La memoria onirica del profumo della cioccolata è un simbolo della forza, della voglia di vivere che salva Trudi ad ogni angolo, dove la morte è in agguato ad ogni istante. Trudi è certa che con il suo amore si è creato lo spazio per i miracoli che hanno preservato lei e la mamma dall’inesorabile fine. Ma non è certa che tutto sia venuto solo dagli uomini: qualcosa di soprannaturale, proprio laddove il soprannaturale sembrava assente, premeva sugli eventi. Trudi non si è mai stancata di cercare Dio, anche se non lo trovava in quell’inferno. Tuttavia, dal momento in cui decise che lei e la madre sarebbero o vissute o morte insieme, da qui sono nate quelle ispirazioni potenti, quelle intuizioni rapide che hanno consentito loro di sopravvivere.

I miracoli cominciano all’ingresso del campo di sterminio, quando Trudi passa la selezione che la risparmia dal forno crematorio, mandandola al lavoro forzato. La madre invece viene spedita nella fila delle condannate. Troppo vecchia e malridotta per poter servire ai fini del Reich. Le due donne sembrano separate per sempre. “Fra noi c’era un filo spinato elettrificato- scrive Trudi con toccante e scabro realismo- ed avvenne il primo miracolo, capii dove toccare per aprire un varco e raggiungere mia madre. Una volta riuscita ad entrare dalla parte delle condannate, cercandola in mezzo a una miriade di donne ormai irriconoscibili a causa dei maltrattamenti, riuscii a trovarla e a salvarla all’ultimo minuto, mentre cercava di strangolarsi con una calza. Le imposi d’indossare i miei vestiti colorati, mi misi la sua palandrana nera e la costrinsi a passare di nuovo la selezione. Ci mettemmo di nuovo in fila davanti al giovane ufficiale biondo. Ci scrutò con occhi di ghiaccio e ci mandò a destra: eravamo salve”.

Se si chiedeva a Trudi il segreto della sua forza, le lacrime sgorgavano copiose ed erano la risposta: era un’emotività consapevole, la sua, che faceva di lei una donna fiera ma tenera nel contempo, forte ma mai disincantata, impegnata, fino all’ultimo, in iniziative umanitarie, a Gerusalemme, specialmente a favore dei bambini. Aver conservato il sorriso nei momenti più incredibili le diede la chiave della salvezza dalla desertificazione morale e sensibile, indotta da tanta disperazione provata. Riusciva a sorridere, Trudi, di qui la sua grandezza d’animo, agli ufficiali che facevano le selezioni, alle kapò, agli usurpatori, ai ladri della sua giovinezza. La chiave del sorriso e della speranza è proprio il messaggio essenziale e centrale del libro, nonostante la protagonista sapesse e fosse convinta della cattiveria insita nella natura umana: una chiave che paradossalmente apre la porta al lieto fine.

Anche nell’inferno del Lager ci sono sempre dei tedeschi di animo buono, persino uno che s’innamora di lei; c’è l’amore che l’aspetta alla fine delle peripezie e che diventa suo marito e con la piccola, eroica donna bionda costruisce una famiglia serena ed allargata, con tanti figli e nipoti. E poi c’è mamma Rosel, che la figlia riuscì a portare con sé in Israele, nella terra dei padri. Certo, il prezzo pagato a quei cinque anni di persecuzioni tedesche rimase per Trudi una parte essenziale della sua vita. Ogni volta che le si chiedeva da che parte passare, per raggiungere un luogo, Trudi riviveva come in un flash back, quando per un capriccio di bambina condusse la famiglia in una trappola, che quasi costò la vita ai suoi. Le notti continuarono, per lungo tempo ad essere popolate di sogni spaventosi, le ore di sonno erano sempre poche…

Finché arrivò un mattino del 2002 e Trudi Birger raggiunse con il suo sorriso Primo Levi e tutti i Sopravvissuti della Shoa, varcando la soglia celeste del Giardino eterno dei Giusti. Rammentate, adorati BeppeBloggisti, sacro è il diritto alla vita e sacro è il dovere della memoria! Buona Lettura! Vostra Elena P.

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