Cadute e rinascite. Nei 206 anni del Ballarin di Lendinara

L’interno è un riuscitissimo esempio di design contemporaneo: elegante, funzionale, “milanese”. La facciata è un bell’esempio di architettura istituzionale dell’Ottocento. E il tutto è dentro un edificio quattrocentesco, il Granarazzo, ovvero il grande deposito di granaglie voluto dagli Este, quando Lendinara apparteneva al loro dominio.

La prima sensazione di un visitatore del complesso del Teatro Ballarin è di straniamento. Ma, se appena ci si ferma a riflettere, si ha chiaro che il Ballarin riflette quei cambiamenti che, stratificandosi l’uno sull’altro, costruiscono la Storia.

Nella ricerca compiuta per la grande mostra “Quando Gigli, Pavarotti e la Callas…. I Teatri Storici del Polesine”, che la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo propone dal 13 marzo in Palazzo Roncale, Nicola Gasparetto ripercorre le vicende del Teatro di Lendinara. A partire dal 1813, quando “l’erigendo teatro vide curiosamente la luce dalle mura perimetrali del secolare deposito di vettovaglie conosciuto come il “Granarazzo”, attestato già nel Quattrocento… per approdare infine, ad inizio Ottocento, nella proprietà di Bertazzi, cui si associò Ballarin. Costoro si assunsero l’onere dell’intera commissione e decisero di affidarsi all’architetto Antonio Foschini, originario di Corfù ma a quell’epoca stabilmente legato alla città di Ferrara, per la sua attività accademica e per molte delle sue realizzazioni tra cui primeggiava il Teatro Comunale. Il progetto di rigoroso gusto neoclassico fu permeato da una estrema padronanza per gli aspetti tecnici e dall’obbiettivo di conferire la massima funzionalità alla struttura. Una sua relazione accompagnatoria dei prospetti grafici, indirizzata ai committenti lendinaresi, illustrava la scansione degli spazi in quattro precise unità: Ingresso, Vestibolo, Uditorio e Scena. Del primo ambiente colpisce la presenza di una “polita trattoria in piccolo” attrezzata di cucina, cantina e dispensa. L’adiacente vestibolo a pianta ellittica offriva una maggiore ricercatezza: “un luogo di tutta eleganza e per la figura avente, e per li ornamenti allusivi, e per l’unione con esso del caffè e del corpo di guardia”.

A decorare il nuovo Teatro i due soci chiamarono il pittore bolognese Giuseppe Tadolini, allievo di Pelago Pelagi. Ad essere solennemente inaugurato il 3 settembre del 1814 era un elegantissimo teatro sul modello di quello, ben più imponente, di Ferrara. Anni luce lontano dall’attuale aspetto interno del Ballarin. Ma a modificare quel teatro originale ci avevano pensato già nel 1915, rimodernandolo in stile liberty e, a cancellare tutto aveva provveduto, nel 1948, la trasformazione del teatro, ormai in crisi irreversibile, in cinema. Ma in questa continua storia di chiusure e rinascite, anche questa nuova funzione entrò in crisi e negli anni Ottanta, ricorda ancora Gasparetto, le porte del Ballarin vennero tristemente chiuse.

“Il vuoto lasciato si fece sentire dando inaspettatamente effetti costruttivi. L’Amministrazione Comunale rilevò la proprietà costituendo poi un Consiglio d’Amministrazione per la salvaguardia e il ripristino”, scrive il dottor Gasparetto. “Passaggi che non furono agevoli né rapidi, ma comunque ampiamente ripagati il 2 settembre 2007, la serata in cui un teatro restaurato, con lo strategico supporto anche della Regione Veneto e della Fondazione Cariparo, riaprì i battenti per un concerto che lo consegnò alla sua ennesima nuova vita. Il Teatro Comunale Ballarin da allora ha avviato un’ininterrotta serie di Stagioni di Prosa capaci di catalizzare un crescente apprezzamento tanto da fidelizzare ad ogni edizione centinaia di abbonati, ha saputo aprirsi ai giovani proponendo forme di spettacolo pensate per loro e rafforzando la collaborazione con le istituzioni scolastiche, è divenuto la cornice degli appuntamenti cittadini di spicco, è tornato in definitiva ad essere luogo identitario per la comunità lendinarese riattualizzando gli intendimenti che mossero Giovanni Maria Bertazzi e Girolamo Ballarin”. Come a dire: è bene quello che finisce bene!

Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
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