Collalto e il suo compianto ministro d’anime: don Pietro Battistella.

Una vita a Collato

Un prete, don Pietro Battistella, di spiccato temperamento e nerbo caratteriale, severo e molto colto, dalla “parlata imperiosa”, che lega per più di quarant’anni la sua missione pastorale al borgo di Collalto: paese “incontaminato”, dai richiami altomedievali, intriso di tradizioni antiche e di una tenace cultura rurale.

Eccoli i capisaldi narrativi di “Una vita a Collalto” (pp.139, costo 10.00 €), esordio romanzesco del giornalista suseganese Antonio Menegon, che rievoca con fedeltà, in pagine ricche di ritmo e di poesia, non solo la figura sacerdotale ma il fascino arcaico e la quotidianità, fitta e laboriosa, di un borgo a vocazione agricola, dal passato glorioso quale culla residenziale, dal 1100, del casato longobardo dei Collalto. Lontano dalla bonomia facile e sprovveduta del curato di campagna, don Piero appare, fin dal suo arrivo nella parrocchia di San Giorgio, come un uomo di chiesa tutto d’un pezzo, dallo stile aristocratico e all’antica, ma capace di vivere la sua vocazione, con una fermezza d’animo e con un cipiglio autoritario di notevole impatto. Dopo il primo apostolato a Ceggia, nel Veneziano, nel settembre del 1952 il Signore ha in serbo per il prete dai modi forbiti una delle sfide più importanti: l’approdo in una comunità che attende con ansia una guida spirituale e tenta, con sacrifici improbi, di recuperare la normalità, minata dalle lacerazioni delle guerre e della povertà. Devoto con trasporto al culto della Madonna, dotato di un talento innato, fin dagli anni del Seminario, per la scrittura che lo porta a trascorrere, ore ed ore, chino sui fogli giallognoli della sua Olivetti Lexikon 80, il sacerdote non perde occasione per far sentire la sua voce nelle dispute religioso-culturali dell’epoca, ribadendo, con fervore, il ruolo irrinunciabile dell’etica cristiana in tutti i segmenti della vita civile. La sua figura ossuta e spigolosa, dal volto scarno e pallido, che si nutre esclusivamente di cipolle e di pasti frugali, preparati con amorevolezza dalla madre Stella, diventa, ben presto, una presenza tangibile e decisiva nelle mille storie della gente di Collalto. Che vive sospesa tra l’appartenenza con orgoglio alle radici e alle consuetudini dei propri avi, descritte da Menegon con documentazione sapiente e precisa (l’allevamento dei “cavalièr”, l’uccisione del “porzhèl”, i racconti dei “filò”, la polenta preparata sul “larin” nei “dì de festa”) e il boom economico delle fabbriche Zoppas e Dal Vera negli anni Sessanta, dopo la riforma agrario-mezzadrile. Il fisico mingherlino di don Piero cede inesorabilmente il 4 agosto del 1994, tornando alla Casa del Padre. Quell’anima coraggiosa, che si era battuta con zelo per mantenere unite le famiglie di Collalto, portava con sé i volti dei tanti parrocchiani che aveva aiutato, nel corso degli anni, a diventare uomini. C’era davvero bisogno di questo splendido libro, non solo per tratteggiare il profilo di un uomo di Dio, giusto e retto, quanto per delineare un affresco narrativo pregnante, a mille tinte, delle nostre origini, indissolubilmente legate alle zolle, ai declivi collinari, alle aie rurali e alle radure campestri, ai racconti dei “veci” e dei “barba”, alle mani scarne ma traboccanti dolcezza ed accoglimento delle nostre Nonne. L’opera di Antonio Menegon è pubblicata, a cura della casa editrice Cooperativa Servizi Culturali di Santa Lucia di Piave. Serena lettura a tutti. A presto. Elena Pilato

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