Messer Palladio alla conquista di Venezia.

La pietra e l’acqua

Diciamoci la verità: in tutta franchezza, in materia di saggistica e di critica d’arte, sul mercato abbondano testi specialistici, dal periodare complesso e dalle tematiche alquanto ostiche. Non è così per “La pietra e l’acqua” (edizioni De Bastiani, pp.50, costo 10.00 €), avvincente prova letteraria, condotta con estro e con rigore dal professor Mario Anton Orefice, austriaco d’origine ma coneglianese d’adozione, che non cede alle lusinghe del didascalismo e dell’estetica fine a se stessa. Anzi, senza pronunciamenti altisonanti, con stile brioso ed immediato, l’autore ci regala un saggio-racconto agile e piacevole, a tratti cadenzato secondo i ritmi della narrativa più ben riuscita: in particolare l’originale prologo, in cui il protagonista-narrante è lo stesso Palladio, che descrive la sua dipartita terrena.
Nutrita di puntuali riferimenti cronologici e spaziali, dove date e luoghi scandiscono, tra il 1555 e il 1580, l’attività artistica veneziana di Andrea Palladio, la pubblicazione individua il suo nucleo tematico, nel capolavoro indiscusso del Maestro patavino in ambito lagunare: la Basilica di San Giorgio Maggiore nell’omonima isola, alla fine della Giudecca. Edificata a partire dal marzo 1566 la chiesa è eseguita, per buona parte dei suoi parametri architettonici, secondo le ben note direttive palladiane. Eccoli presto riconoscibili i paradigmi costruttivi della sua classicità, che lo rende celebre in tutto il mondo: lo schema strutturale del tempio greco; la suddivisione spaziale interna a tre navate più il coro; l’impostazione delle masse volumetriche secondo i canoni romani; il peculiare colonnato esterno congiungente i due piani della facciata barocca (conclusa, in realtà, molti anni dopo la morte del Maestro). Pietra dopo pietra, la fabbrica-cantiere vuole issare al cielo “un grande teatro sull’acqua”, come annota lo scrittore Alvise Cornaro, fedele amico del celebre architetto, nelle sue cronache, frutto del colto girovagare tra le opere veneziane. Insieme alla chiesa del Redentore, il complesso di San Giorgio con gli annessi chiostri costituisce la punta di diamante del composito “excursus” palladiano in Laguna (composto dalle chiese di San Francesco della Vigna, San Pantalon, Santa Lucia, delle Zitelle, il teatro degli Accessi, senza contare i numerosi progetti incompiuti). A ben guardare, rispetto al concorrente Sansovino, pupillo di certa aristocrazia laico-mercantile che “regnava” sul centro storico di Venezia, al Palladio si riserva una non comoda marginalità logistica (fuori dall’urbe), nonostante il sostegno del “partito” papale e del dogato Mocenigo. Si badi bene, però, che non si tratta solo di fisiologica “ragion di stato” (o di Repubblica visto il governo veneziano) per la scelta del Sansovino, ma di un rapporto di amore-odio che il Palladio, avvezzo alla maestosità della campagna vicentina e alla solidità dei palazzi gentilizi padovani, sviluppò con la liquidità veneziana, con l’orbe terraqueo lagunare. Alla fine sulle inquietudini prevarrà l’amore: quell’Andrea che, consacrato al culto della dea Pallade, nasceva, in realtà, con il cognome “della Gondola”, per la strepitosa beffa benevola della sorte, declinerà la pietra sull’acqua, in modo non meno splendido e magniloquente, di quanto non avesse già fatto sulla terraferma, con le sue incomparabili ville. Un saggio stimolante, che leggerete ed apprezzerete, miei cari lettori con la stessa devozione, dedicata solitamente alle trame dei romanzi più sorprendenti. Un saggio quanto mai attuale, che ci permetterà di non farci cogliere sprovveduti ed impreparati, di fronte alla ricorrenza del Cinquecentenario della Nascita di Messer Palladio, che richiamerà, nel 2008, a Vicenza quasi mezzo mondo! Lieta lettura a tutti! Elena Pilato

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