Un piccolo gioiello intinto nel Giallo di Mickey Spillane.

Piccolo Mostro

Negli ultimi tempi, si sa, l’editoria più cieca sta gettando sul mercato, con ansia e con noncuranza, autori di gialli, polizieschi e thriller in generale, nella speranza, molto spesso illusoria, di trovare il nuovo Simenon. I risultati, ahinoi, non sono certo esaltanti ed incoraggianti per i patiti del genere e non solo, sia per quanto riguarda l’estero (eccezion fatta per lo svedese Mankell, davvero una giallista di razza superiore), che per quanto riguarda casa nostra (ai primi posti rimangono le riedizioni dell’ottimo Scerbanenco). Tali riserve verso una possibile alba rigeneratrice ed una nuova era del giallo, vengono sfatate se ci s’imbatte in autori di rango come Mickey Spillane, newyorkese ricco di potenza espressiva come il fascino secco e nervoso della sua città, di cui Garzanti ci propone, nella collana “Elefanti”, quel piccolo gioiello d’intrighi e di passioni che è “Piccolo Mostro” (pp. 216, casa editrice Garzanti, costo 7.23 €).

A dispetto del titolo, che condensa in sé già il carattere di mutazione umana grottesca, di uno dei personaggi chiave del romanzo, nel caso di Spillane l’aggettivo “piccolo” assume, a ragione, subito le proporzioni vaste della buona letteratura. Il giallista newyorkese non ha bisogno, come si suol dire, di presentazioni: inventore del detective Mike Hammer, dal profilo minimalista ma arguto, reso celebre anche da varie serie televisive di successo, ha al suo attivo due chicche letterarie, ovvero le eccelse prove di “Alba di sangue” e de “Il club del vizio”.

Nel “Piccolo Mostro” torna in azione il suo eroe metropolitano del crimine, l’investigatore Hammer, che va dritto al sodo grazie alla sua corporatura temibile (sembra un antico sceriffo, roccioso e secco, dei film capolavoro di John Ford) e alla sua mente computerizzata, che assomma, veloce come un laser, i particolari anche più impercettibili del caso, risolvendolo con una prontezza matematica, come se si trattasse di dimostrare la validità di un teorema pitagorico. Si deve a tipi come Hammer se oggi la critica, come sempre quella sensibile ed intelligente, scrive unanime di Spillane…”La sua narrativa è un mix di violenza e di erotismo che ha aperto al thriller nuove dimensioni”. Senonché, nel testo che sto trattando, l’autore, da un lato, attenua e raffina, quello che nelle opere precedenti risultava un erotismo troppo esibito e saturo di ovvietà; dall’altro, usa i mezzi descrittivi della violenza non per una storia a suspense fine a se stessa, bensì per rappresentare un aspetto diabolico della società di oggi. Ovvero la costruzione scientifica, quasi da “laboratorio” sociologico, di “mostri” di vario tipo: basti pensare ai prodotti della clonazione, ibridi ai limiti della snaturalizzazione, fino alla manipolazione superavanzata della mente umana ad opera di mille condizionamenti e persuasioni occulte.

In casi come questi, ossia nelle trame segrete dei gialli, è sempre difficile, per il recensore, destreggiarsi in modo, da non svelare il meccanismo destinato a coinvolgere il lettore e, al tempo stesso, dar conto con oggettività del racconto letterario. Diciamo allora, per non commettere alcun disonore nei confronti dell’intreccio romanzesco, che tutto ruota intorno a Ruston, un ragazzino di quattordici anni, caduto nelle mani di uno scienziato geniale quanto criminale, senza scrupoli (Rudolph York), il quale ha allevato il piccolo per farne un genio, in miniatura, a suo uso e consumo. Ha utilizzato, con il tenero essere umano infantile, tutti gli espedienti (leggi: torture), partoriti dal suo cervello malsano ed, è riuscito nell’impresa terribile. Ruston si ritrova con una mente avanzata, che, rispetto alla freschezza della sua età, è avanti di trent’anni: un adulto onnisciente, incapsulato in un corpo appena adolescente. Tutto questo grazie all’impiego di congegni elettrici e meccanici, a continue violenze usate in stato d’incoscienza. Nemmeno l’ombra di un affetto, mai, si apre in quel monolite di cinismo di York. Il piccolo Ruston vivrà i primi anni della giovinezza chiuso negl’incubi di una cavia-umana e, alla fine, la sua confessione diventa uno straziante monologo di suprema letteratura, da far crollare e cedere anche i più forti e controllati lettori.

Ma il cuore-giallo della narrazione parte dalla morte di York, che viene ammazzato all’improvviso, nel modo più brutale, ovvero con un colpo d’accetta e, subito, le indagini della polizia s’indirizzano sulla classica pista sbagliata: York era ricchissimo e dunque chi poteva trarre vantaggio dalla sua scomparsa? Il colpo di coda con cui il sornione Spillane ribalta la situazione è degno della miglior causa letteraria, quella a servizio di una narrazione di sostanza e corposa, tanto più che lo stile di scrittura del newyorkese risulta omogeneo, incalzante, ma pervaso da un forte sentimento della pietà, da tante emozioni viscerali, legate al dramma di un’intelligenza straordinaria, fatta oggetto di esperimenti vergognosi, che ricordano le aberrazioni del medico nazista Mengele.

Per risolvere il caso, anche se non lo darà ad intendere, Hammer suda le famigerate sette camicie. Il nostro schietto Spillane no: la sua stoffa da giallista nato produce un romanzo in stato di grazia e l’accusa, rivolta, tra le righe, quasi in ogni pagina, ad una società anonima, che va pericolosamente sempre più disumanizzandosi, centra vigorosamente il bersaglio della nostra attenzione. Tale è la stima e la considerazione che nutro per i miei Amici Lettori che, mi sono permessa, consultandomi con il Padre di questo Sito-Cenacolo meraviglioso, alias Beppe, di consigliarvi questo piccolo-grande capolavoro, che allungherà i tentacoli della vostra immaginazione, ma specialmente fortificherà una convizione-base della condotta umana: si può scherzare con tutto, tranne che con la sacralità della vita umana. Doktor Frankestein docet, qualche secolo fa!! A presto! Statemi bene! Vostra Elena P.

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