McEwan e il crimine dell’immaginazione infantile.

espiazione

Al pari di certi sogni indelebili e vividi ancora al risveglio, alcune immagini che si trovano nei libri, nei libri di qualità, restano impresse nella memoria come se le avessimo vissute, in prima persona, con un coinvolgimento totale, nella difesa dei più deboli e dei più condannati. Questo romanzo, tenebroso ed intenso, dell’inglese Ian McEwan, dal titolo “Espiazione” (pp.390, casa editrice Einaudi, costo 18.00 €), uno dei grandi autori della contemporaneità, si concentra attorno ad una scena-madre: un ragazzo ed una ragazza vicini alla fontana di un’antica villa inglese, ovvero il “casus belli” dell’opera stessa.

Lui ha rotto, imprudentemente, un prezioso vaso. Lei, stizzita, si toglie l’abito per entrare nell’acqua: non vuole che sia lui a recuperarlo. Da una finestra della casa, una bambina, Briony, sorella della ragazza, ha seguito tutto, senza aver capito, realmente e bene, come sono andate le cose. Ma, essendo dotata d’irrefrenabile fantasia (non a caso da grande, farà la scrittrice), su questa scena imbastisce tutto un romanzo, che la porterà, in seguito, ad accusare ingiustamente il ragazzo di violenza nei confronti di sua cugina: pagherà caro tutto ciò, questa sua “menzogna narrativa”, passando l’intera vita ad espiare la sua colpa. La fama di Ian McEwan, iniziata con i suoi primi racconti di bambini terribili, chiusi nel loro mondo e capaci di ogni inconcepibile misfatto, ritorna con quest’opera al motivo delle catastrofiche conseguenze, che può provocare la fissazione infantile su se stessi, quell’eterno egocentrismo che soffoca energie creative più sane e positive.

L'”eroina” di “Espiazione” è un’adolescente che vive di fantasia negativa, autrice in erba, per la quale ogni esperienza si configura come “recita” o gioco narrativo. Non distinguendo fra reale ed immaginario, o privilegiando quest’ultimo, Briony lancia un’accusa infamante, che le rovinerà la vita (non svelo da dove nasca tale fantasia “cattiva”, perché certi particolari sono da romanzo poliziesco, ossia è bene marcarli da soli, con la propria perspicacia, durante la lettura). Al momento critico dell’accusa, si perviene attraverso una prima parte della narrazione, dedicata ad una minuziosa ricostruzione dei rapporti all’interno di una famiglia gentilizia inglese, dei suoi ambienti, dei suoi ghiribizzi e dei suoi tic, ivi compresa una colpevole acquiescenza dell’accusa, anche perché l’accusato, Robbie, è figlio d’una cameriera, beneficiato sì dalla famiglia nobile, ma purtroppo “al di fuori” di essa. L’unica a restare a fianco dell’innocente, fino in fondo, è la sorella maggiore di Briony, Cecilia, che si scopre a lui, appassionatamente legata.

Nella seconda parte del romanzo, si ha una documentata ricreazione della tragica ritirata di Dunkerque, dove Robbie, uscito di prigione e soldato semplice, si aggira sperduto come altri suoi predecessori in battaglia, incapace di farsi una ragione del massacro, ma deciso a ritornare in patria per ricongiungersi a Cecilia, divenuta ormai suo unico motivo di vita. Sono pagine possenti, di grande tempra narrativa, nel solco di una lunga tradizione di narrativa bellica inglese, così come quelle della terza parte, dove l’adolescente, appena cresciuta, Briony fa esperienza di crocerossina negli affollati ospedali di Londra e, si scopre vogliosa di ristabilire la verità.

Questo sviluppo, questa voce della coscienza che pare venire a galla, costituisce l’espiazione del titolo, ovvero una sorta di riconciliazione, di redenzione dai forti connotati biblici. Attraverso la falsità e il predominio dell’immaginario negativo, Briony aveva compiuto e messo in scena un crimine fittizio; ora, attraverso la pratica della scrittura, che dà precisi contorni, nero su bianco, al suo misfatto “narrativo”, si apre la strada del pentimento. Ma c’è davvero ancora tempo? La giustizia compensativa della vita sta chiudendo il suo cerchio: Briony, ormai anziana, finisce affetta da demenza senile e la recita, la recita del mondo che ha fatto il suo corso e stabilito le sue sentenze, pare concludersi, ma non per gioco, bensì sul serio: lapidario traguardo…Ma per chi?

Questo romanzo, che fa parteggiare spontaneamente per i vinti e per chiunque cada vittima di calunniose farneticazioni, è bellissimo da leggere, come se ascoltaste una sinfonia di Beethoven, con le stesse vibrazioni emotive o, come se cadeste dentro una tela visionaria di Francis Bacon, con lo stesso sussulto etico. Sopraffina la capacità di McEwan di calarsi nei panni dei suoi personaggi, con uno stile misurato ma coinvolgente. Ogni scena è arricchita da un’atmosfera speciale, che pare avvinghiarci in una partecipazione diretta ed attiva all’evolversi della storia, che si vorrebbe non finisse mai.

Un romanzo, che ha la forza lenta e compassata dei grandi classici ed è una prova notevole di maturità letteraria dell’autore, il quale evidenzia, con coraggio ed onestà intellettuale, l’esplorazione delle vie contorte e perverse, attraverso cui la finzione, l’immaginario, la recita, il romanzo controllano e danno forma alle nostre vite.
Possa un radioso avvenire sorridere a voi tutti! Siate felici con voi stessi e con i vostri beniamini, i libri di ieri, di oggi e di domani! E sognate, Gente, sognate: è la linfa vitale del mondo!!! Vostra Elena P.

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