Martin Cruz Smith: il ritorno del commissario Arkady all’Havana.

Havana

Sei un poliziotto russo squattrinato e perdi la donna che ami per “disattenzione”, tutto all’improvviso, in un attimo, nella fetida astanteria di un policlinico sull’Arbat. E di lei ti rimane un cappotto nero di cachemire, il suo regalo di nozze. Un giorno, avvolto in quell’ombra calda e scura che conserva una “leggerissima traccia del suo profumo”, vai a Cuba per identificare i resti saponificati di un amico, di professione spia.

Dovresti restarci poco ai Caraibi, il tempo di sbarcare da un volo Aeroflot e salire su quello successivo. Ma all’Istituto di medicina legale ti viene di pensare che magari l’Avana è il posto giusto, per ammainare la bandiera della tua nave disperata. Allora, all’apice del lavoro, rubi una siringa e tiri lo stantuffo, per preparare “un bel verme d’aria piuttosto grosso”, da iniettarti in vena e, cercare di zittire il dolore che ti consuma. Ma proprio mentre sei lì che ti stai iniettando il “veleno terapeutico”, qualcuno cerca di ammazzarti. Potresti assecondarlo e invece? Gli pianti la siringa in testa. Così da candidato suicida ti trasformi in assassino.

Scomoda l’esistenza di Arkady Renko, onesto ed implacabile detective della Squadra omicidi di Mosca. Anche in questo scorcio d’inizio dell’intrigante e bellissimo romanzo “Havana” (casa editrice Monadori, pp. 352, 15.00 euro), punta di diamante narrativa di una saga ormai cult, insieme a “Gorky Park”, “Polar Star”, “Red Square”, che ha reso celebre lo scrittore indiocaliforniano Martin Cruz Smith. E se non vi bastasse questo avvio torbido e forte, soffermatevi, miei carissimi lettori dal palato esigente, sul personaggio di Arkady. Ponete la vostra attenzione su questo ruvido poliziotto russo che da sei mesi non riceve lo stipendio, sbattuto al caldo dei tropici, infagottato in un cappotto di cachemire, schiacciato dalla morte di sua moglie, finito in mezzo a gente più povera di lui, che si esprime in una lingua incomprensibile, che odia i russipiù degli americani, che si è sentito usato ed abbandonato, ideologicamente tradito. Pensate a questo poliziotto russo e diffidente che non ha un mandato, ma pretende lo stesso d’indagare sulla morte del suo migliore amico, d’insegnare ai suoi colleghi cubani come si conduce un’inchiesta, di distribuire lezioni di moralità. Ebbene, riflettete su tutto ciò e avrete un’idea chiara di quale grosso guazzabuglio avvolga la personalità di Arkady.

Romanzo dal gusto acre, “Havana” è insieme un noir e una spy story, un “ibrido” affascinante nei generi narrativi, con un impianto labirintico nella trama, capace di coinvolgere e di avvinghiare i lettori, scritto dal più europeo, nella padronanza della materia ispirativa, tra tutti gli scrittori americani di bestseller polizieschi. Un autore meticoloso e pignolo, il quale prima di mettersi al lavoro su “Havana”, ha fatto su e giù con Cuba, innumerevoli volte. Ha incontrato, durante i suoi viaggi alla raccolta di documentazione e fonti varie, comunisti dignitosi e convinti, oppositori corrotti, funzionari del regime che tirano a campare con cento dollari al mese, donne e bambine che si concedono ai turisti europei per cento dollari al giorno. Tutti insieme dentro questa specie di “Olandese volante”, che al ritmo della salsa viaggia dentro al Terzo Millennio. E al timone, lui. Il “lider maximo” che ha scelto in suo fratello Raul, il più detestato dal popolo, il successore che probabilmente non avrà successori. Perché, dopo Fidel Castro, quell’isola esploderà.

In attesa del botto, Cruz Smith ha spedito il suo eroe, Arkady Renko, a confrontare ciò che resta della propria identità comunista e rivoluzionaria nello specchio cubano. E un po’ alla volta gli fa scoprire che, anche nella bolgia disperata e corrotta dell’Avana, esistono onesti dipendenti dello stato, pieni di problemi come lui e, sempre come lui, senza un copeco. La mulatta Ofelia Osorio, ad esempio, tostissima investigatrice della Polizia nazionale rivoluzionaria; donna con la schiena diritta in grado di cavarsela in ogni circostanza; tenerissima madre di due bambine che cerca di tener lontane dal giro squallido dei pedofili italiani, francesi, tedeschi; donna semplice e libera a cui per essere felice bastano: una scaglia di sapone rubato in un albergo per turisti, una doccia, una camicia pulita annodata sull’addome.

Donne che si arrangiano in una Cuba alla deriva, dentro quello che Fidel chiama il “periodo especial” e che, per la gente di Cuba rappresenta una costante di peggioramento, non più un’utopia di benessere. Periodo especial, fatto di niente e di creatività individuale, di sacrifici obbligati e al limite della sopravvivenza, cioè senza fondi per acquistare cibo, medicine, neanche la polvere per rilevare le impronte digitali. Che, qualcuno, come scoprirà Arkady, ha ben pensato di sostituire con quella di banana essicata. Santeria, prostituzione, contrabbando, voglia di fuggire. Tra “jineteras” a caccia di turisti, riti di possesione e fuoriusciti americani, pronti a lucrare sulle miserie dell’isola, il commissario Arkady rischia la pelle, per agguantare il filo del complotto, che ha risucchiato il suo amico Sergej Pribluda, vecchio comunista e vecchia spia del Kgb e, finisce trasferito a Cuba, con l’incarico di ficcare il naso nelle piantagioni di canna da zucchero e, nel traffico di macchinari con la Russia.

Attualmente non c’è un solo americano con cui si parli, che non sostenga la necessità di continuare l’embargo con Cuba. Ma, francamente, non si comprende a cosa serva continuare, visto che il primo partner commerciale occulto dei cubani continuano ad essere gli americani, le famiglie di oppositori in esilio, quelli che vivono nelle case americane e, che si sono talmente sbugiardati, da essere certamente fuori gioco per la successione a Fidel. Tanto più che di vite Fidel ha dimostrato di averne cento e più, in questi anni, inclusa naturalmente quella che rischierà in “Havana”.

Sarà per questa visione europea delle cose caraibiche che, nel paragone tra la Russia di Putin e la Cuba di Fidel, nel paragone tra la gente che se ne va a pesca lungo il Malecon e, quella che infila la lenza dentro i buchi nel ghiaccio sull’Arbat, Cruz Smith decisamente sta dalla parte dei cubani. Lo dice il sergente Luna ad Arkady, nel romanzo, con parole che non lasciano alcun varco a dubbi vari. “A me non piacciono i russi. Non mi piace come parlano, non mi piace l’odore che emanano, non mi piace la faccia che hanno. Quando hanno piantato il coltello nella schiena a Cuba, li abbiamo buttati fuori. Dall’Avana scappavano centinaia di russi al giorno. La sera prima che cacciassimo il Kgb, qualcuno ha bucato le gomme di tutte le macchine dell’ambasciata, così sono dovuti andare all’aeroporto a piedi”.

Tutto accade in una settimana. Tutto per scoprire com’è morto un amico e, quanto marcio c’è alla corte di Fidel. Scivolando dalla pelle liscia e ambrata di Ofelia Osorio al cuore nero del complotto, che potrebbe cambiare faccia politica e sostanza finanziaria all’ultima isola del sogno comunista, Arkady Renko fa un altro passo dentro se stesso e, nel futuro della saga, partorita dalla fantasia di Martin Cruz Smith a metà degli anni Ottanta e, cominciata davanti alle facce brutalmente scorticate di tre contrabbandieri di ermellini, sepolti sotto la neve di Gorky Park.

E’ sempre così, bofonchierete (omaggio al nostro amato Corona) sottovoce miei devoti lettori: uno scrittore molto talentuoso inventa un personaggio che funziona (vedi il caso del connubio Camilleri-Commissario Montalbano) e il suo editore sfrutta la vena d’oro fino al midollo, richiedendo sempre quel personaggio. Lo scrittore sembra posto sotto ricatto, pronto a sfornare un libro-sequel, ogni due anni, come scatolette, uscite da una catena di montaggio. Ebbene, però, consentitemi cari Amici, di precisare che esistono libri-scatolette, scadenti proprio nell’esasperante corsa all’ennessima puntata d’aggiornamento e, poi, esistono i sequel alla maniera di Cruz Smith, ovvero crudi, inaspettati, sorprendenti, avvincenti, spietati ma densi di autenticità, in cui le sfumature si fanno corposamente uniformi e divengono, ben presto, una tavolozza nitida e chiara…Proprio come la vita, uguale a tutte le latitudini…A Mosca, come all’Avana!!! Lieta lettura, miei intrepidi Segugi a caccia di misteri caraibici. Vostra Elena P.

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