Henrì ti presento Pablo: amici-nemici per la pelle.

Diceva Picasso: “A conti fatti esiste solo Henrì Matisse”. Diceva Matisse: “C’è una sola persona al mondo che ha il diritto di criticarmi: è Pablo, con il suo furore malaghegno”. Dicevano entrambi: “Dobbiamo parlarci spesso e il più possibile. Perché quando uno di noi due morirà , resteranno in sospeso un sacco di cose e, il sopravvissuto non avrà  più nessuno con cui parlarne”. Così concentravano, in questo scambio di battute schiette e fortemente significative, il senso più alto della propria inossidabile amicizia, due Titani, due Geni magistrali della pittura moderna ed immortale (ed erano loro i primi ad essere convinti della propria genialità): il malaghegno Pablo Picasso ed il francese Henrì Matisse, ovvero la forza d’urto e di rottura con il passato, il primo; l’uragano della “joie de vivre”, sublimata nel colore e nella linea che danzano in una libertà selvaggia sulla tela, il secondo.

Di fronte a tali Colossi artistici, dotati non solo di un’espressività fuori dal comune, ma anche di temperamenti caratteriali spiccati, viene, davvero, da chiedersi se avessero intensamente bisogno l’uno dell’altro? E, sul serio, la loro arte fu così legata ed interdipendente? In realtà, erano, esageratamente, consapevoli di possedere le medesime risorse inesauribili di classe e potenza; diversissimi, come il Polo Nord e il Polo Sud, ma uniti da una stima artistica incrollabile, che per tutta la vita li spinse a studiarsi, osservarsi, spiarsi da lontano e copiarsi in una spasmodica ricerca di perfezione, a cui giungevano, ciascuno secondo i propri moduli, entrambi all’unisono, istantaneamente.

Il rapporto di odio-amore artistico tra i due Mostri Sacri, durato con esattezza 48 anni, fu assai più complesso di quanto traspare dalle rispettive biografie: risiede tutto nelle loro opere, nei loro capolavori messi a confronto, che si rincorrono tra mille affinità, senza mai cadere nella ripetizione banale e, lo ritroviamo nell’identico animo egocentrico che li accomunava, nel profondo. Per narrarvi, nostri affezionati lettori, quest’affascinante e turbolenta amicizia, mi affido ai fatti documentati dalla cronaca ed, agli aneddoti ricostruiti dalle affermazioni degli stessi protagonisti, che saranno scanditi in brevi e gustosi paragrafetti. A tutti Voi, nostri unici giudici supremi, spetterà poi l’ardua sentenza finale sugli uomini, sugli artisti e sulla loro affettuosa rivalità.

L’INCONTRO. I due si videro, la prima volta, per iniziativa di Gertrude Stein e di suo fratello Leo, mecenati di entrambi, a Parigi, nella primavera del 1906. E fu subito chiaro ed evidente, come scrisse poi la stessa Stein, che per sempre sarebbero stati “Amichevolmente nemici”. Inconsciamente, tuttavia, entrambi stabilirono di non farsi mai apertamente la guerra e, si scambiarono gli autoritratti, in segno di una sincera e sentita deferenza reciproca, mai dichiarata a parole, però. In queste opere Matisse, come sempre, appare elegantissimo, in giacca e cravatta; Picasso ha la pipa ed indossa un maglione da marinaio (e, guarda caso, è molto somigliante a un quadro coevo di Matisse, intitolato “Il giovane marinaio”). I ritratti sono lo specchio fedele ed emblematico del carattere dei due. Matisse amava ripetere…”Siamo diversi come la luna e il sole”. Ebbene, la luna volubile ed inaffidabile era Matisse, ammaliante, quando ne aveva voglia o gli serviva e, borghese, nell’essenza dei comportamenti, dal decoro solo apparente. Il sole era Picasso: bohémienne, irruento fino alla crudeltà e sentimentale fino alle lacrime, nel contempo; capace di sedurre chiunque con un guizzo dei suoi occhi magnetici. Dal giorno del loro primo incontro, scattò immediatamente la volontà di conoscersi, di valutarsi e di continuare a dialogare, in una sorta di rapporto elettivo preferenziale ed esclusivo, attraverso le proprie espressioni artistiche. In tarda età Picasso, sempre sfuggente nelle dichiarazioni riguardo Matisse, si lasciò scappare, con un intervistatore, la sintesi esatta di questo dialogo elettivo tra i due…”Nessuno ha mai guardato la pittura di Matisse più attentamente di me; nessuno ha guardato alla mia più attentamente di Matisse”.

LA VITA QUOTIDIANA DI MONSIEUR MATISSE. Una voltà descrisse la sua pittura come “un’orgia di sensazioni, tenuta sotto crontollo” e, tale definizione calza a pennello anche con la sua vita. Figlio di un ricco mercante, laureato in legge alla Sorbona, pittore di vocazione tardiva e quasi autodidatta, durante tutta la sua esistenza, per due ore al giorno, senza mai togliersi la sua giacca borghese, ha dipinto nudi di donne che l’amico Kenneth Clark ha definito “imbarazzanti nella loro impudicizia”, ma come si sa, miei cari Amici lettori, il peccato del moralismo giace spesso negli occhi, di chi guarda la felicità immorale altrui. Per contro, dipinse anche finestre che si aprivano su radiosi paesaggi di luci e di fiori vividi ed idilliaci, senza porsi il problema storico se quei paesaggi, mentre Monsieur Matisse li ritraeva, potessero essere percorsi da venti di guerra e di sterminio. Neppure quando moglie e figlia combattevano nella Resistenza e, Monsieur se ne stava tranquillo in Riviera.

LA VITA QUOTIDIANA DI PABLO PICASSO. Viveva allo stato “brado” nei principi e nelle leggi e, si ridusse alla “cattività” sociale del suo atelier solo per Sua Maestà, la Pittura. Figlio di un artista catalano di buona fama, Pablito fu un enfant prodige e la sua carriera brillò fulminea come una meteora, ma ancora persiste come l’intera Via Lattea (caso rarissimo nell’arte novecentesca). Quando, a venticinque anni, conobbe il rivale, che ne aveva trentasette, era già famoso al suo pari (anche se entrambi avrebbero dovuto aspettare i grandi collezionisti russi e, il dottor Barnes di Philadelphia, per diventare spudoratamente ricchi). A differenza di Matisse, indossò la cravatta solo quando fu costretto dalla prima moglie per un Galà espositivo, la ballerina russa Olga Koklova e, forse la lasciò proprio per questo, seguitando a detestarla (ricambiato) per tutta la vita. Fu sempre uno spirito libertario, un attivista contro tutte le forme di schiavitù politiche e culturali, un antifascista convinto e consegnò alla storia dell’arte opere mitiche, supreme nella loro denuncia ideologica, come “Guernica”, “Massacro in Corea” e la “Colomba della Pace”.

LE DONNE PER MATISSE, IL TOMBEUR DES FEMMES, PER ECCELLENZA. Senza mai perdere la sorniona e furbesca bonomia dell’avvocato di provincia, che sarrebbe dovuto diventare, Matisse ha sedotto o tentato di sedurre tutte le donne, che gli sono passsate accanto, affetto da una sorta di “bulimia amorosa”, che rivelava una certa fragilità di fondo. Françoise Gilot, compagna di Picasso per otto anni, raccontava con accorta saggezza che, “Pablo, prima s’innamora di una donna e poi la dipinge; Matisse, invece, prima dipinge una donna e poi cerca di trascinarla nella sua alcova”. La moglie, prima di lasciarlo, sopportò a lungo e stoicamente. Ma poi, giunto quel giorno, a una giornalista che stava intervistando Matisse, disse…”Lui si crede il più grande pittore vivente e forse lo è, ma di una cosa sono certa, come compagno è un grandissimo fallimento”.

LE DONNE PER PICASSO, IL CAVALIERE EGOISTA. Ripeteva tronfio: “Amo le donne, mi piacciono ed io piaccio a loro”. Ma, spietato come pochi, aggiungeva…”Per me, in verità, non c’è nessuno che conti. Gli altri sono come quei granelli di polvere che danzano nel sole. Un bel colpo di scopa ed ecco, spazzati via, sono spariti”. Però, siccome non sprecava mai nulla (neppure i tubetti di colore usati, che conservava gelosamente), si servì di tutti i suoi amori. O meglio dei loro volti e dei loro corpi, come di un campionario ispirativo. E si servì pure dei volti dei figli e di quelli dei (non molti, per la verità) amici.

LE FONTI ISPIRATIVE DI ENTRAMBI. Quando Picasso, nel 1907, realizzò un capolavoro stupefacente e spiazzante, sensualmente libero e primigenio nella sua forza, che scardinava le regole della rappresentazione delle figure, inneggiando all’arte delle maschere africane e delle donne primitive ed aprendo la strada al Cubismo, ovvero lo straordinario olio “Les demoiselles d’Avignon”, posto in calce a questo articolo, Matisse dichiarò esterefatto…”Solo un pazzo può fare una cosa del genere…Ed io adoro i pazzi…La pittura vive di follia”. Quel dipinto sancì l’inzio della sfida. Picasso gli aveva più volte spiegato, “Tu sai dominare il colore e insegui il disegno. Io so dominare il disegno ed inseguo il colore”. Per dominare il colore Pablo andò a “pescare” dappertutto (lui stesso, in pittura, amava immaginarsi come un “ladro”): “rubò” ai cicladici, all’arte magica dell’Africa, ai Surrealisti (la sua collezione iniziale di opere altrui conteneva parecchio “ciarpame”, mentre quella di Monsieur Henrì era molto selezionata). Continuò ad affinare e sublimare il suo talento caleidoscopico con il Cubismo, che violava tutti i canoni della figurazione serena e quieta, per deformare visi, occhi, prospettive e linee, alla ricerca di una rappresentazione anticlassica ed antiborghese. Matisse s’inchinò, invece, ai “lampi” azzurri di Giotto, s’invaghi del rigore di Piero della Francesca, rifiltrò e rielaborò tutto ciò che aveva già metabolizzato Picasso (tranne il Surrealismo che detestava), aggiungendovi il fascino dell’arte orientale. Che Picasso, a sua volta, prese in prestito da Matisse, scoprendo, attraverso i suoi occhi, la bellezza del Sol Levante. La sfida ebbe fine (se mai ebbe fine), quando Matisse stese la sua prima “Danza” nel 1909, sintesi eccellente di disegno dinamico e di colore brillante, per una pura soddisfazione visiva.

LA FINE. Quando Matisse morì, il 3 novembre 1954, la figlia Marguerite avvertì per primo Picasso. Lui, superstizioso in maniera maniacale, non andò al funerale. Si limitò a commentare: “Adesso tocca a me, perché lui mi ha lasciato le sue odalische in eredità“. E si mise, fervidamente, a lavorare alle variazioni sul dipinto “Le donne di Algeri” di Eugene Delacroix, ovvero il pittore prediletto e amato da Matisse…Così accadde che, le odalische matissiane continuarono a danzare nelle pennellate di Pablo, l’amico-ladro di sempre. A presto, Aficionados d’Arte: vi prometto con altre biografie originali ed intriganti…Ah, dimenticavo: “Le signorinelle di Avignon” vi attendono “live”, se vi va di varcare l’Oceano Atlantico, al Museum of Modern Art (chiamato in codice, il “MOMA”) di New York. Vostra Elena P.

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