I due volti della libertà negli studi di Mauro Barberis

Copertina di Libertà di Mauro Barberis

Il Novecento, il secolo dei totalitarismi, rappresenta un punto di svolta del nostro modo di concepire l’idea di libertà. Da un lato costituisce la smentita dell’idea che la storia umana possa essere considerata, essenzialmente, (come Benedetto Croce riteneva) una storia della libertà. Dall’altro, l’esperienza totalitaria porta a guardare allo Stato in modo differente: induce cioè a rivalutare quella concezione individualistica e antistatalista della libertà che, formulata a partire dall’800, era poi rimasta fortemente minoritaria almeno sul Continente europeo.

Queste osservazioni conclusive costituiscono, di fatto, anche uno degli impliciti punti di partenza dell’interessantissimo volume “Libertà” (pp. 160, casa editrice il Mulino, costo 9.80 euro), di recente pubblicato nella nuova collana “Lessico della politica”, diretta da Carlo Galli. Il libro si presenta come una storia concettuale, definisce cioè la libertà attraverso la ricostruzione dei suoi diversi significati storici e della loro evoluzione: si va dal termine greco “eleutheria” e da quello romano “libertas”, fino alle concettualizzazioni contemporanee di teorici come Isaiah Berlin, Friedrich von Hayek o John Rawls. E, tuttavia, l’esposizione non ha il carattere asettico e, a volte, arido, che presentano spesso le trattazioni enciclopediche. Ammirevole per la completezza dell’informazione fornita in meno di duecento pagine, questa storia del concetto di libertà lo è anche per il fatto, d’essere costruita attorno ad ipotesi interpretative molto nette e decise.

In ogni storia della libertà occorre tenere nel debito conto quei fatti, movimenti, personaggi che hanno giocato un ruolo importante, anche se non avevano come proprio obiettivo quello dell’affermazione della libertà nel senso che oggi possiamo dare alla parola. E’ il problema insomma, che vale per la storia delle idee non meno che per quella dei “fatti”, dell’eterogenesi dei fini: la libertà cristiana, ad esempio, nasce come libertà essenzialmente spirituale, compatibile con ogni forma di asservimento personale. Eppure, quella libertà, essendo un attributo dell’anima individuale, contribuisce pure alla nascita dell’individuo, cioè del soggetto della libertà moderna. Attento all’individuazione dei “materiali” storici che concorrono alla formazione del concetto di libertà, Barberis indica, però, nettamente alcuni punti di svolta che modificano certe idee correnti, soprattutto riguardo alla concezione liberale di libertà.

Lungi dal concepire questa concezione come un progressivo ampliarsi e definirsi a partire da pensatori sei-settecenteschi coe Locke e Montesquieu, Barberis insiste sulla svolta rappresentata da Benjamin Constant, al principio dell’Ottocento. Quella che si è affermata tra Seicento e Settecento è l’idea di una libertà garantita dalle leggi, già presente in Machiavelli. La sicurezza dell’individuo, che questa concezione della libertà si prefigge di garantire, consiste in una protezione rispetto ai suoi simili. Con Constant, invece, nasce l’idea liberale di libertà, per la quale il singolo dev’essere soprattutto protetto dallo Stato. Le leggi e lo Stato da principali garanti della libertà diventano (c’è stata nel frattempo l’esperienza del Terrore giacobino) suoi potenziali nemici.

Collegandosi alla reinterpretazione del pensiero di Constant di questi ultimi anni, il saggio pone al centro non la famosa critica di Constant a Rousseau, bensì quella a Montesquieu. “La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono” aveva affermato l’autore de “Lo spirito delle leggi”. Constant obiettava, però, che le leggi potrebbero vietare tante di quelle cose da rendere di fatto inesistente la libertà, che deve consistere allora, secondo lui, in “ciò che gli individui hanno il diritto di fare e, che la società non ha il diritto d’impedire”.

Molto netto nel definire la “libertà liberale”, Barberis è in grado tuttavia di non escludere dalla sua ricostruzione autori come Hegel, la cui appartenenza alla storia del liberalismo è certo assai problematica; può far questo attravreso ciò che egli chiama le “somiglianze di famiglia”, quegli elementi cioè che, su certi punti specifici, avvicinano il pensiero di un autore a quello di pensatori paradigmaticamente liberali. In questa storia del concetto di libertà non può non colpire l’assenza di autori italiani (eccezion fatta per Machiavelli e per la sua concezione, certo non ancora liberale, della libertà), che conferma, peraltro, la forte marginalità, se non la vera e propria estraneità, del nostro Paese rispetto alla storia del liberalismo.

Benedetto Croce e Giovanni Gentile sono stati citati soltanto, per ricordare come in Italia il liberalismo sia stato declinato da entrambi, al di là di ogni altra differenza, in senso statalista, al di fuori cioè di quello che Barberis considera, sulla scia della rilettura-rivalutazione di Constant, il carattere qualificante (individualista ed antistatalista) del liberalismo in senso proprio. Un volume che rimane in mente perché vanta la facoltà rara, di affrontare un tema colossale come quello della libertà con chiarezza e agilità di ragionamento, tant’è che si può scoprire come spesso non basti dirsi liberi, per essere effettivamente liberi.

Dedicato a quanti trattano la libertà come un dato acquisito, dimenticando quale caro prezzo la sua difesa e il suo mantenimento hanno comportato, nei secoli, per il genere umano. Pregasi astenersi dalla lettura, quanti siano rimasti ancorati all’idea qualunquista e pericolosa che fa coincidere la libertà con egocentrismo ed anarchia: non si è liberi nella barbarie del “faccio ciò che mi pare”, ma si è liberi nell’evoluzione del “vivo di rispetto e con rispetto”. Che è anche il motto irrinunciabile della scrivente!! Vostra Elena P.

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