A spasso tra i musei ultramoderni del Vecchio Continente.

Salvador Dalì

Quanto più eccellenti sono le opere d’arte, tanto più profonda verità interna ha il loro contenuto e pensiero”, scriveva Friedrich Hegel nelle sue celebri “Lezioni di Estetica”. Dunque, chi non teme di essere colpito dalla sindrome di Stendhal, segua il Grand Tour proposto dallo staff di BeppeBlog attraverso i capolavori della Vecchia Europa in un itinerario, che spazia da Claude Monet a Jeff Koons; da Marc Chagall a Richard Serra; da Salvador Dalì a Umberto Boccioni. Ecco la mappa ideale delle opere a cinque stelle, da non perdere per nessuna ragione.

La prima tappa del viaggio e la Fondation Beyeler di Riehen, microscopico paesino a due passi da Basilea. L’edificio ideato da Renzo Piano custodisce la celebre collezione del gallerista svizzero Ernst Beyeler. Accanto a Picasso, Monet, Bacon, Giacometti e Kandinsky, l’opera che caratterizza la selezione è “Le bassin aux nymphèas” (Lo stagno delle ninfee), dipinta da Claude Monet, all’età  di 77 anni. Si tratta di un trittico di notevole fama, che misura complessivamente 600×300 centimetri, nel quale l’artista francese c’introduce nella modernità, attraverso un’opera totale che domina lo spazio, modificandolo. Lo spettatore, infatti, si sente all’interno della composizione e scopre gli infiniti colori delle ninfee, che si riflettono nell’acqua.

Altra celeberrima costruzione di Renzo Piano è il Centre Pompidou di Parigi, che dopo i recenti restauri accoglie per intera la collezione del Musèe national d’Art Moderne. Per vedere la più completa panoramica dell’arte moderna e contemporanea dopo quella del Museum of Modern Art di New York, ci vorrebbero giornate intere. Molto meno, per individuare due pietre miliari, ovvero “Le commencement du monde” di Constantin Brancusi, forma ovoidale in bronzo lucido che sintetizza la scultura contemporanea, rappresentando il punto d’incontro tra il principio e la fine e, “Portrait prèmonitorire de Guilaume Apollinaire”, dipinto da Giorgio De Chirico nel 1914, che contiene tutti gli elementi propri del surrealismo, così come di una ricerca enigmatica caratterizzata dall’ombra minacciosa di Apollinaire sullo sfondo, intesa come proiezione dell’inconscio. Un vero giallo a regola d’arte quello del “pictor optimus”, che in quegli anni viveva a Parigi.

Come Marc Chagall, che nel 1911-12 realizzò il celeberrimo “Autoritratto” con sette dita, in cui il mondo delle emozioni prende il sopravvento sull’universo fisico, imponendo l’arte come stato d’animo. Questo capolavoro è tra le testimonianze più importanti custodite allo Stedelik Museum di Amsterdam, il museo inaugurato nel 1985 e che nel 2004 è rimasto chiuso alcuni mesi per restauri. Se l’antica istituzione olandese appare piuttosto acciaccata, nel centro di Monaco si taglia la splendida struttura bianca della Pinakothek der Moderne, il nuovo museo d’arte moderna e contemporanea aperto pochi mesi fa. Si spazia da Picasso a Max Beckmann; da Paul Klee a Marino Marini. Per gli appassionati del classico, tuttavia, vanno ricordati, almeno, il capolavoro futurista di Umberto Boccioni “Volumi orizzontali” del 1911-12 e “L’enigma del desiderio” dell’irriverente e provocatorio Salvador Dalì (in bella vista nella nostra copertina), che ben prima del regista spagnolo Pedro Almodovar ha espresso tutto il suo amore-odio verso la madre in un’opera al tempo stesso allucinante ed edipica.

Tra gli spazi pubblici che hanno modificato il panorama europeo, va annoverata, naturalmente, la Tate Modern di Londra, nata nel 2000, come costola della storica Tate Gallery. Spazio di tendenza e punto di riferimento per i fenomeni emergenti, il museo londinese custodisce una straordinaria collezione permanente che spazia da MARCEL Duchamp a Damien Hirst. Da non perdere “Cels” (Eyes and Mirrors), l’installazione della novantaduenne artista francese ma americana d’adozione Louise Bourgeois. L’anziana signora ha anticipato di qualche decennio le riflessioni sul corpo e, a Londra si può vedere una cella di oltre due metri, che contiene sculture in marmo o legno, che rappresentano parti dell’organismo umano. In realtà, non è difficile leggere l’opera come una riflessione psicanalitica sul nostro essere, la nostra vulnerabilità e il nostro isolamento.

Accanto alla Tate Modern, l’altro tempio della contemporaneità è il Guggenheim Museum di Bilbao, l’edificio in titanio, pietra e cristallo ideato da Frank O. Gehry, nella città dei Paesi baschi spagnoli. Dal 1997 ad oggi è stato visitato da oltre due milioni di persone, diventando un punto di riferimento per il turismo culturale. Sebbene i maligni l’abbiano ribattezzato la Disneyland dell’arte, si tratta di un progetto che incanta anche i non addetti ai lavori. All’esterno, infatti, si è accolti da un’installazione di Yves Klein, composta da bocchettoni che lanciano fiamme colorate e spruzzi d’acqua, oltreché da Puppy, l’enorme cane di Jeff Koons, alto oltre 12 metri e ricportaoda 65 mila tipi di fiori irrigati, ogni giorno. All’interno dominano i grandi lavori della minimal americana per lo più, nati appositamente, per ilmueso come Installation for Bilbao di Sol LeWitt e “Snake”, la scultura monumentale in metallo di Richard Serra, lunga 31 metri e alta quattro. Vero e proprio spazio nello spazio che sfida il gigantismo di Gehry, in un corpo a corpo, tra arte e architettura, che sintetizza il significato primario dell’arte contemporanea. Lieto Tour museale a tutti voi! Vostra Elena P.

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