Joseph Conrad: le vittorie inglesi di uno scrittore polacco di rango.

Vittoria di Joseph Conrad

Un critico francese, Ramon Fernandez, ha scritto una verità ampiamente condivisibile sulla narrativa di Joseph Conrad, ovvero che “un grande silenzio della ragione” vige nel mondo letterario e romanzesco dei suoi libri.

Intendeva credo, che le ragioni della Ragione vi ammutoliscono davanti a qualcosa d’inscalfibile ed indecifrabile, davanti alla meccanica degli eventi puri, laddove Lacan direbbe, semplicemente, il Reale. Per restare in clima conradiano si potrà anche chiamarlo Natura. Penso alla famosa sequenza di “Cuore di tenebra”, capolavoro assoluto di Conrad, in cui una cannoniera bombarda insensatamente una foresta africana, cieca ed imperturbabile.

Un “silenzio della ragione” inesorabile pervade, ugualmente, “Vittoria” (casa editrice Einaudi, pag. 427, costo 8,50 €), romanzo pubblicato da Conrad nel 1915. Non perché vi manchino motivazioni, garbugli, progetti sinistri, ma perché tutta la storia di Heyst e di Lena, i due protagonisti, nella minuscola isolamalese di Samburan non sembra tendere a nulla, che abbia più senso della carneficina finale, del “niente”, termine che chiude l’ultima riga. Heyst, l’ “incantato delle isole”,l’uomo del distacco universale, che ha creduto di sottrarre la propria vita a ogni coinvolgimento con gli altri, va a mettersi da sé in trappola,per aiutare una giovane violinista insidiata. La favola di un tesoro gli pone alle calcagne un trio maligno di avventurieri, il signor Jones, Ricardo e la semibestia Pedro.

Tutto l’imbroglio fa capo, come ho detto, a un’ecatombe shakespeariana in cui non si sa bene chi ammazza chi. “Vittoria” è un classico conradiano, anche se non del tutto a livello di esiti preclari come “Cuore di tenebra”, “Tifone”, “Destino”. Il “viluppo di stupenda eloquenza” che regge specialmente l’ultima parte, con i tentativi di salvezza di Heyst e Lena, può a tratti,come dire, invischiarsi in se stesso. Ma l’aveva visto acutamente Henry James: ci sono “due mani” in Conrad e, quello che la destra ci sottrae, ci è restituito dalla sinistra: “E ciò che essa restituisce è semplicemente Conrad stesso”.

Resta, per il lettore di questo polacco (Jozef Teodor Konrad Korzeniowski, il vero nome al completo dell’autore), fattosi capitano di lungocorso in Inghilterra e maestro della narrativa moderna, l’enigma centrale: la scelta di una lingua straniera, per essere scrittore. A sentire Valere, una delle più strepitose originalità immaginabili è che Conrad parlasse male una lingua che maneggiava da genio. Ma poi, nostri carissimi Lettori, si sceglie una lingua, o se ne è scelti? A voi trovare degna risposta, scoprendo il mirabile talento linguistico di Joseph Conrad.

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