Patrick McGrath: l’ossessione di Haggard, lo sciancato.

Il Morbo di Haggard

In “Follia”, il primo capolavoro a tinte forti e fosche di Patrick McGrath, divenuto meritatamente un bestseller, la moglie di uno psichiatra che lavora in un manicomio criminale inglese s’innamora di un paziente uxoricida, sacrificando alla passione divorante qualsiasi cosa, perfino la vita del proprio figlioletto; ne “Il morbo di Haggard” (casa editrice Adelphi, pagine 208, costo 13,42 €), libro affascinate e nutrito di pathos ed affezione per le storie “maledette”, com’è, del resto, peculiarità tipica della narrativa viscerale di McGrath, l’intreccio si stratifica, si adombra e s’infittisce.

Un medico chirurgo, tirocinante in una clinica universitaria londinese, è fulminato dall’amore travolgente per la moglie del primario di anatomopatologia, fino al punto di vivere soltanto per lei anche dopo che, scoperto dal marito e buttato giù dalle scale, diventa un povero sciancato, schiavo della morfina, perde il posto di lavoro, si trasferisce sulla costa scozzese e viene rifiutato ed abbandonato dall’amante stessa.

Le analogie non riguardano solo il tema e l’ambiente, che legittimano la qualifica di scrittore neogotico attribuita al talentuose autore, ma anche il finale a sorpresa, una tecnica narrativa che McGrath evidentemente predilige e che in “Follia” insinua, addirittura, un rovesciamento del ruolo dei personaggi e del senso della vicenda, mentre ne “Il Morbo di Haggard” intensifica, vertiginosamente, un motivo conduttore importante dell’intera narrazione.

Sotto certo aspetti, “Il Morbo di Haggard” non si può mettere sullo stesso piano di “Follia”: non ne ha il taglio mirabilmente secco e cristallino sul piano linguistico, né tantomeno la castigatezza fantastica, la moderazione stilista. Il tono in questo caso più esplicito, corrivo ed effuso, non privo di qualche eccesso e sbavatura. Tuttavia la vicenda è singolare e catturante e, incomincia benissimo…

Un giorno del 1940 il protagonista, il dottor Haggard per l’appunto, ridotto a una larva di se stesso, riceve la visita inattesa di un giovane pilota della Raf. E’ il figlio dell’ex amante, nel frattempo morta, che vuole conoscere la storia della loro relazione. Il romanzo è appunto la confessione di Haggard, che da quel momento incomincia a rivivere interessandosi, morbosamente, al ragazzo, in cui vede una reincarnazione della donna doppiamente perduta.

Ma la narrazione si salva dai propri difetti, anche in virtù dell’ossessione febbrile da cui è costantemente animata e sostenuta, fino al delirio feticistico della conclusione, che a onta degli effetti più vistosi del romanzo convince tanto, quanto turba il lettore. Il dolore nel corpo e nell’anima, strettamente connessi, sono i veri protagonisti che si rincorrono in ogni pagina di questo libro intenso, da leggere assolutamente, se provvisti di una condizione interiore di solido equilibrio e di ferma serenità.

La forza dell’opera sta tutta nella profondità e nell’acume con cui l’autore esplora gli antri segreti della psiche del protagonista; nel modo accattivante in cui concede al lettore la possibilità di entrare nel personaggio, di condividerne lo spasimo, che permea la sua esistenza e, gli fa vivere con maggiore intensità le emozioni e i ricordi legati al suo perduto amore.

McGrath vi catturerà, ne sono certa, nostri fedeli Bibliofili, se non lo conoscete o, non vi deluderà, se ne siete già cultori appassionati, a patto che sappiate apprezzare le mille sfumature dello spirito umano senza farvi eccessivamente suggestionare, perché nessuno come McGrath sa scandagliare l’animo umano fino a toccarne i lati più oscuri, quelli che fanno paura e danno salutari scossoni all’ipocrisia della quotidianità. Lieta lettura, Amici di BeppeBlog e della parola scritta!!! Vostra Elena P.

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