Il Beniamino della corte medicea che giungeva dalle Friande: il tormentato Livio Mehus

Dipinti tratti dalla serie “Le stagioni” di Livio Mehus.

All’epoca sua, si era nei fasti del Barocco, Livio Mehus (1631-1691) fu uno degli artisti più in voga e più richiesti. Tutta Firenze, dalla Corte dei Medici fino alle frange più popolari, era innamorata della sua pittura torbida, un po’ allucinata, ricca e spumeggiante. Morì poco più che sessantenne, nel 1691 e, la fama gli sopravvisse per qualche tempo: nel Settecento le sue opere furono “visitate” dai primi viaggiatori del Grand Tour, il grande ritrattista inglese Joshua Reynolds, durante un soggiorno fiorentino nel 1752, si dilettò a copiare diverse sue tele esposte a Palazzo Pitti e, Jean Honorè Fragonard, il genio che dettò la misura della nuova pittura settecentesca, lo tenne tra i suoi predecessori più valenti.

Ancora nel 1795, Lanzi un critico allora di qualche notorietà, ne loda “il tocco del pennello svelto e risoluto” e definisce “vivaci le mosse e, bellissima la macchia” della sua stesura pittorica. Poi, con l’affermarsi della regola neoclassica, il nome di Livio Nehus è in un baleno inghiottito dall’oblio, le invenzioni fantastiche, le scene rutilanti e corrusche non vanno più, ora il pubblico chiede il ritorno ai modelli classici, all’ordine armonioso dell’arte antica. Così, per due secoli interi, Livio Mehus e la sua pittura finiscono ospiti dei magazzini dei musei, solo di tanto in tanto una mostra ne tiene viva la memoria: importante fu, in questo senso, la rassegna del 1993, curata a Prato dalla studiosa Mina Gregari, che di Mehus è acuta e sensibile conoscitrice.

Ma l’arte, come la storia, va a cicli e, in questi ultimi tempi, il Seicento artistico è tornato a piacere. Ne fanno fede le tante mostre di successo, che sono state dedicate ai suoi interpreti, ai più noti, ai talenti e ai maestri mestieranti. In questo carosello di scoperte e riscoperte non poteva mancare Livio Mehus, che di quel tempo fu primattore: un protagonista dall’ondivaga ed eclettica personalità  estetica e indirettamente dotato di un’inquieta psicologia. All’origine di questa inquietudine esistenziale è certamente la sensazione di spaesamento, che deve aver caratterizzato la sua gioventù. Livio Mehus visse, lavorò e morì a Firenze, ma era nato a Oudenaarde, una cittadina sulla Scheda, nella Fiandra Orientale, in un anno compreso tra il 1627 e il 1630, quando la terra fiamminga era sotto il giogo prepotente dei re di Spagna.

A Oudenaarde Lieven, così suona il suo nome in fiammingo, restò per una decina di anni, trascorrendo un’infanzia normale. In casa, con i tizzoni spenti anneriti di brace disegnava spesso qualche ricordo di giornata, un paesaggio, una casa, un oggetto. E disegnava bene, benchè fosse ancora un bambino. Intorno al 1640 il padre decise di trasferirsi a Milano, che a quel tempo era essa pure governata dagli spagnoli. Nella città lombarda Livio restò poco, aveva desiderio di avventure e curiosità di conoscere: la vita modesta, che gli offriva la famiglia, non si confaceva alle sue attese, né gli bastavano gli insegnamenti di Carlo, un pittore di battaglie olandese, nella cui bottega l’aveva sistemato il padre, impressionato dal suo talento. Così a 14 anni, messe poche cose in un fagotto, prese a piedi la via per Roma, che sapeva essere la capitale dell’arte, perchè così aveva sentito da Carlo e dai pittori che passavano dal suo laboratorio.

Non disse nulla ai genitori, nè dell’intenzione di lasciarli, né del luogo ove era diretto, senza “avere veruno assegnamento di trovar ricovero o trattenimento per vivere”, come scrive Gabburri, che di Livio tracciò una biografia ai primi del ‘700. Il viaggio non andò come il giovane si era immaginato, fu un lungo e penoso vagabondare per sentieri ignoti, dovette attraversare l’Appennino che allora era terra di briganti, dovette procurarsi di che vivere con lavoretti saltuari e spesso umilianti, per chi come lui ambiva alla gloria eterna. Alla fine trovò una sistemazione a Pistoia da messer Fortiguerri e qui, così si legge nella più celebre delle sue biografie, quella compilata da Francesco Saverio Baldinucci sul finire del XVII secolo, “si messe a inventare e fare in disegno alcuni paesetti e battaglie a penna”.

Questi lavori capitarono in mano al governatore di Siena, il principe Mattias de’ Medici. Mecenate di artisti versati nel genere guerresco, questi si accese subito d’interesse per l’arte di quel ragazzino spiritosissimo e risoluto fino ad essere incauto, dai tratti marcati, dagli occhi di carbone e inquieti, dal naso grosso e schiacciato, un po’ da pugilatore. Lo fece dapprima studiare con Giuliano Periccioli, un vero asso del disegno e, poi, mandatolo a Firenze, lo affidò nientemeno che a Pietro Berrettini da Cortona, che in quegli anni era il più reputato interprete dalla pittura barocca ed era impegnato nella decorazione di Palazzo Pitti. “Rimando costì Livio perchè continui a imparare la disciplina con Pietro da Cortona”, scrive il principe: era il 1645. Questo primo contatto con il Cortona non aggiunse molto alla tecnica di Livio, perchè il maestro lo adibì soprattutto a disegnare dal gesso. Tuttavia fu per lui una salutare lezione di estetica, perchè gli mostrò come trattare la luce e soprattutto come impostare e, creare prospettive multiple e scenografie illusionistiche.

Mehus aveva comunque riposto ben altre speranze in quell’incontro e la conseguente delusione fece riaffiorare in lui lo spirito irrequieto e vagabondo. Lasciò Firenze, contro il volere del principe, con l’intenzione di tornarsene a Milano, ma già a Lucca fu costretto a fermarsi e a nascondersi, per far perdere le proprie tracce. Poi si spostò nei territori di Genova, poi in Piemonte e, infine, in Lombardia. Per guadagnarsi da vivere si arruolò, chi dice con le truppe sabaude e chi con quelle spagnole, che si battevano contro i Piemontesi. Restò soldato per ben tre anni, conoscendo le asprezze della guerra, praticando i piaceri e gli orrori della vita militare: infine gli emissari di Mattias lo rintracciarono e lo ricondussero a Firenze al servizio del principe. Del resto, forse era quello che desiderava lo stesso Livio. L’esperienza militare l’aveva cambiato: adesso sembra più maturo, il suo temperamento inquieto si è un po’ calmato, quell’energia incontrollabile, che ne aveva a lungo agitato i giorni e le notti, trova sublimazione e sfogo non in un’esistenza errabonda e drammatica, ma in un’arte visionaria e vibrante.

Nel 1650 va a Roma per qualche mese in compagnia di Stefano Della Bella, un grande incisore, scenografo e costumista che, più vecchio di lui di una ventina d’anni, teneva in molta considerazione il suo talento artistico. Poco più tardi, con il pittore Raffaello Vanni, lo troviamo nell’Italia settentrionale e, poi a Roma ospite del cardinale Carlo de’Medici, al quale Mattias lo raccomanda insistendo, perchè lo si faccia studiare con Pietro da Cortona. E quindi a Venezia, dove resta un anno e mezzo entrando in confidenza con i capolavori di Tiziano e Tintoretto e, ancora una volta a Roma per assistere alle polposissime nozze tra Cosimo de’Medici e Louise d’Orlèans. Sono di questi anni le sue prime convincenti opere pittoriche. “Il genio della scultura”, “Il genio della pittura”, un autoritratto allucinato, la “Santa Barbara” del capitolo del Duomo di Siena e una poderosa “Allegoria dell’Ignoranza”, ribollente di fantasia che per invenzione, colorito e per bizzarria (il giudizio è di Baldinucci) non si può vedere cosa più bella”.

La sua pittura rivela una “partecipazione profonda e sperimentatrice”, secondo le parole della Gregari “le più varie tendenze barocche”, si riempie di citazioni archeologiche, prova tangibile di un’amorosa conoscenza dell’arte antica e classica, si anima della tumultuosa vivacità cortonesca, ma nello stesso tempo, nei paesaggi drammatici, nell’uso barbugliante della luce, nell’insistito, pastoso chiaroscuro, nella trama dei colori, nelle ambientazioni scure, malinconiche, turbate, spesso notturne, nella scansione spaziale così lontana da quella spiegata e trionfalistica del Barocco, riflette vibrazioni che appartengono all’arte fiamminga e a quella veneta. Non deve stupire perchè durante i soggiorni romani Livio Mehus si era in effetti intrattenuto a lungo con la colonia dei pittori fiamminghi, che nella città pontificia era numerosa, influente e attivissima, mentre in laguna aveva avuto modo di entusiasmarsi per i lavori dei “tenebrosi”, artisti che esprimevano tendenze collegate a Ribera e soprattutto all’eccentrico Salvador Rosa, a Livio per altro ben noto.

Nella definizione del suo programma artistico giocano un ruolo importante anche il concetto di Storia, di Mitologia, di Religione come atemporali lezioni di vita, che Livio ha maturato negli anni della formazione, conta anche il Neo-stoicismo di cui si discetta alla corte dei Medici e, pesano le vicende personali: il matrimonio con Ottavia Calvi, da cui nacquero numerosi figlioli tra cui Luigi, che fu l’unico assistente da lui accettato, la nomina a soprintendente “aggiusto delle pitture di galleria per Cosimo III”, il relativo benessere, le commissioni di un certo rilievo tra cui la decorazione della cupola di Santa Maria di pace a Firenze, l’opportunità di viaggiare e questa volta con il benestare dell’autorità. E di viaggiare non smette, va a Genova, nel 1673 è a Parma per visitare gli affreschi del Correggio, i Medici lo mandano in missione per valutare il pregio di un’opera che vogliono acquistare.

E neppure smette di dipingere, di evolversi arrivando a una stesura pittorica più rapida e dinamica: capolavori di questa maturità sempre più incline verso in turbamenti dell’arte del Nord, i suoi vuoti spaziali, il terrore cosmico avvertibile nei cieli di tempesta o nei roghi fantastici, sono,per dirne qualcuno, la “Sacra famiglia con San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista”, quattro tele che raccontano brani dell’infanzia di Gesù, un “Baccanale” che rivela affinità con il Baciccio, la “Caduta della manna”, la “Palude Stigma con la barca di Caronte” e la “Fuga di Enea e Anchise da Troia”. E’ una maturità fervorosa e dura a lungo per il diletto dei suoi contemporanei, che amano le sue bizzarrie, senza forse comprenderne che cosa significhino e di quali angosce spirituali, sopite ma mai del tutto vinte, siano espressione. Dura a lungo: fino al 7 agosto 1691, giorno della sua scomparsa. Vostra Elena P.

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