L’arte dei corpi, l’arte sui corpi: “la Body art” secondo la saggista Lea Vergine!

Copertina del libro “Body art e storie simili” di Lea Vergine

Ammesso e talvolta concesso che, come sostiene l’autrice stessa, il critico d’arte sia solo un parassita, un parassita anche squisito, ma con l’unica funzione di riuscire a scatenare emozioni con la propria scrittura, parlando di emozioni scatenate da altri con le immagini, Lea Vergine è un “parassita” di razza longeva. Nel 1974 pubblicò “Il corpo come linguaggio”, un libro che si esaurì prestissimo, anche in edizione inglese e, che ha continuato a vivere in innumerevoli fotocopie tra giovani artisti e studiosi acerbi. A più di trent’anni di distanza con il titolo “Body art e storie simili” (casa editrice Skira, pagine 296, costo 15,00 €) è stato rimesso sul mercato tale e quale, con l’aggiunta di una ventina di pagine finali, in cui l’autrice racconta come il fenomeno abbia ripreso fiato all’inizio degli anni Novanta e, come stia infelicemente marciando.

Infelicemente, sì, perché gli artisti del corpo esibito o martoriato, avidi di ogni sorta di piaghe, travestimenti e devozioni, che li rendono sempre più simili a dei mistici al servizio di qualche dio, scoperchiando sofferenze private e patologie morbose. E denunciano un mondo in cui tutti, un po’ più o un po’ meno, ci sentiamo feriti, mutanti, inadeguati. Riprendiamo quindi in esame, per la forte attualità, le parole di Lea Vergine, tanto lungimirante da poter ripresentare intatte le sue “diagnosi” su una forma d’arte così coinvolgente, che da gallerie soffocate è strabordata in strada con sempre minor scandalo. “La Body Art scoppiò tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, in un clima in cui tutti gli artisti sentivano l’esigenza di uscire dal quadro e interagire con cose e persone. La Pop art era scesa dal muro manipolando immagini e oggetti quotidiani della cultura di massa, ma nessuno dei suoi pittori o scultori metteva in crisi il proprio corpo. E da noi, poco propensi alle fustigazioni della carne, il corpo veniva usato per altri indagini, altri sberleffi.

Piero Manzoni già nel 1961 firmava una sua modella, dandole il titolo di “Opera d’arte vivente”, ma col sorriso e senza porsi come soggetto del suo gesto artistico. A farlo per primi furono invece artisti talmente lacerati nell’io da sperimentare su di sé un’arte che passava attraverso una pratica anche crudele. E fu l’Europa cattolica e protestante, quindi repressa due volte, a dare l’humus più fertile a performance i cui celebranti materializzavano sul corpo le ferite dell’anima. C’era infatti molta psicanalisi sia dietro al travestitismo, sia dietro al masochismo dell’autoflagellazione, e cioè dietro ai due principali filoni riconoscibili nella Body art. Dunque fu dall’Austria, patria di Freud, terra enormemente crudele (o comunque suscettibile alla crudeltà tardoromantica, basti pensare alla letteratura da Arthur Schnitzler in poi), che arrivarono le cose più impressionanti.

Per esempio le pratiche aggressive e strazianti del viennese Rudolf Schwarzkogler, che finì per morire suicida ancora giovanissimo e, non per le castrazioni fisiche a cui si sottoponeva, ma per depressione”. Quei piccoli teatri della crudeltà, che proliferavano in più Paesi, mostravano di aver introiettato fin troppo le teorie sceniche di Antonin Artaud. Il gioco dei mascheramenti ricamava invece sui travestitismi d’inizio secolo di Marcel Duchamp. Urs Lüthi, che con il trucco riusciva a presentarsi come uomo e donna al tempo stesso, metteva in crisi l’osservatore portandolo a riflettere sulla propria nascosta identità. Punzecchiata dal “This is about you” (la cosa ti riguarda) che l’artista svizzero scriveva sotto i suoi ammalianti autoritratti. Ricorda Lea Vergine: “In tutti loro c’era un enorme bisogno d’amore, di contatto con l’altro, un desiderio spasmodico di riconoscimento di ciò che erano o avrebbero voluto essere.

L’aggressività che contraddistingueva le loro performance nasceva proprio dalla delusione affettiva e dalla rabbia, che quindi era anche politica, contro un mondo votato solo al profitto, in cui loro non volevano posto. Era sete d’amore che spingeva l’italo-francese Gina Pane a conficcarsi nella carne spine di rosa coinvolgendo lo spettatore in un rito espiatorio, che le sante cristiane affidavano al segreto delle loro celle e al cilicio. E che è stato tanto scatenante di ossessioni successive da riemergere in molti dei “bodysti” che operano oggi”. A metà degli anni Settanta, quei corpi d’artista erano troppi perché le esposizioni internazionali d’arte non accettassero di metterli in mostra. E troppi perché, via via,l’opinione comune non ne assorbisse le provocazioni. Spiega Lea Vergine: “Il corpo lo abbiamo tutti e, quel linguaggio così diretto, sia pur declamatorio o atrocemente aggressivo, era semplice da capire (più comprensibile senz’altro di quello Dada o quello dell’arte concettuale).

Tanto più se quegli stessi messaggi dissacranti la gente li ritrovava ripetuti altrove. Nel teatro del compianto Carmelo Bene e dei suoi molti epigoni; nei deliri esibizionistici dei grandi concerto rock; nel cinema, per esempio, di Stanley Kubrick (la sua “Arancia Meccanica” è esemplare di un’ira rituale molto corporea: “Shining” è un crescendo di fisicità malata; e l’ultimo film “Eyes wide shut”, è tratto addirittura da un romanzo di Schnitzler di sottili spietatezze fisiche e morali). Non parliamo poi di quanto il linguaggio della moda debba alla Body art: nell’uso del travestimento, del nudo, del tatuaggio, del piercing e di quelle vere e proprie performance che sono le sfilate dagli anni Ottanta in qua. Di esempi poi in letteratura se ne potrebbero fare moltissimi: il primo a venirmi in mente è l’austriaco Thomas Bernhard, che indaga su piaghe morali e disfacimenti fisici in modo magistrale; e l’altro che usa il corpo come un giocoliere di potente fascinazione è lo spagnolo Javier Marìas”. Il suo romanzo più famoso anche da noi è “Domani nella battaglia pensa a me”, in cui tutto si dipana dal corpo di una donna semisconosciuta, che il protagonista si trova morta tra le braccia, giusto alla fine del primo amplesso.

Anche l’esasperato esibizionismo che la gente mostra ormai nel truccarsi, tatuarsi, torchiarsi, scarnificarsi, scolpirsi col bisturi, è riconducibile allora all’esempio di questi artisti estremi che tormentavano (e tormentano) il corpo per denunciare le ferite dell’Anima? “Il contagio certamente c’è stato (e c’è) ma è superficiale, non scende al cuore del problema. Coloro che praticano oggi la Body art e, ancora fanno scandalo (comunque meno che in passato) e ancora vengono visti come sfrontati masochisti, che si trastullano con i vizi dell’angoscia, esprimono altri disagi. Si misurano con il problema delle identità mutanti, delle contaminazioni tecnologiche, delle protesi di ogni tipo che prefigurano uno scenario post umano. La francese Orlan, all’ennesima operazione sul proprio volto, si fa inserire sulla fronte due escrescenze semi-animalesche. L’australiano Stelarc si fa appendere a ganci d’acciaio, che gli lacerano la carne e si libra in un volo leonardesco e tecnologico insieme. L’americano Ron Athey si conficca nel cranio siringhe ipodermiche, per incoronarsi come un San Sebastiano. Questi virtuosi dello squilibrio e dell’autocelebrazione danno prova comunque di un esibizionismo pensante: si chiedono quale sia il senso della vita, corteggiano il dolore per non rimuovere la paura della morte.

Gli esibizionisti di massa mi sembrano molto poveri di vere riflessioni. I ragazzi col volto torchiato e le ragazze con l’ombelico scoperto, anche a dieci gradi sotto zero, si sottopongono a quelle piccole torture per lanciarsi segnali tra loro, messaggi di branco. Gli uomini e le donne che si ginnasticano per ore e ore per rassodare muscoli, che poi magari non fanno godere a nessuno perché non hanno più tempo, sono votati invece alla cosiddetta visibilità. Pompano il look, la sostanza la lasciano a zero. Così, non pensano alla morte, alla quale a forza di lustrarsi il corpo arriveranno perfetti, in armonia col detto napoletano “Quanno se more, s’adda murì in buon ordine”. Non solo. Mentre ciò che muove gli artisti della Body art, soprattutto quella storica, è la ricerca d’amore nell’altro, nella corsa alla visibilità nel sociale, che è sempre più televisiva, non si cerca l’altro con lo stesso amorevole intento, lo si utilizza soltanto per strappargli l’applauso. E questo porta a una body senz’art”. Vostra Elena P.

4 commenti su “L’arte dei corpi, l’arte sui corpi: “la Body art” secondo la saggista Lea Vergine!”

  1. Bellissima recensione… sei riuscita a percepire le particolarità di ogni singolo artista!

  2. Lieta di conoscerti e, davvero, onorata per la tua gentile valutazione, Federica. Ho solo cercato di cogliere l’unicità di ogni interprete e di raccontare, quindi, la potente libertà espressiva che caratterizza il mondo della Body Art. Tu, cortese Federica, confermi che il mio intento è andato a buon fine. Di nuovo grazie per questo e ritorna a trovarci, quando lo desideri, su BEPPEBLOG!! Buon’Arte!! Elena P.

  3. ..adoro l’arte..e quando leggo le tue recensioni, ne rimango sempre affascinata…!

  4. Federica carissima, nelle pieghe dell’Arte e dell’Ispirazione artistica nasce e dimora il senso più alto e nobile della Vita: l’Arte è onda fluente e incontenibile di Vita!! Ti confesso che mi hai commosso, nel profondo, per l’entusiasmo e lo slancio, che esprimi e manifesti verso i miei scritti: è proprio grazie alle Persone splendidamente ricettive e sensibili come TE, deliziosa Federica, che la mia Scrittura mette le ali e vola oltre la sua dimensione privata ed intima, fino a raggiungere la tua Anima ariosa!! Grazie di vero cuore per la tua fedeltà, Federica!! A presto!! Con emozione intensa. Elena Pilato.

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