Dalla Norvegia con angoscia: l’horror vacui di Edvard Munch!

“Il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo che attraversava la natura” L’artista che dà voce al grido d’angoscia della solitudine umana, rivelando l’illusorietà dell’ottimismo positivista, si forma nella scuola di Oslo: le sue prime opere sono ancora improntate al naturalismo accademico ottocentesco, già increspato tuttavia dal desiderio d’indagare nell’intimità segreta delle persone e dell’anima. Di sé scrisse “Ho ricevuto in eredità due dei più terribili nemici dell’umanità: la tubercolosi e la malattia mentale. La malattia, la follia e la morte erano gli angeli neri che si affacciavano sulla mia culla”.

Quegli angeli del dolore, più che della morte, che hanno la loro summa e il loro archetipo nel celeberrimo quadro “Il grido”, che non a caso venne rubato quattro anni fa dal museo di Oslo e ritrovato dopo tre mesi in circostanze mai chiarite. “Il grido”, come per Van Gogh “L’Autoritratto con l’orecchio tagliato” o “I Girasoli”, è il sigillo, la cifra dell’arte di Edvard Munch, che storicizzò l’opera in tal modo: “Una sera passeggiavo per un sentiero: da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Mi fermai e guardai aldilà del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando”.

E in effetti il quadro dovrebbe chiamarsi “L’urlo” anziché “Il grido” (in originale norvegese è l’onomatopeico Skrik che in inglese diventa Shriek), ma nel 1896 il grande commediografo August Strindberg, recensendo sulla “Revue Blanche” la mostra parigina dell’amico Munch, traduce “Skrik” in “Cri”: “Cri d’épouvante devant la nature rougissante de colère et qui se prépare à parler pour le temp?te…” (grido di spavento davanti alla natura che arrossisce di colera e che si prepara a esprimersi attraverso la tempesta). Così anche in italiano skrik diventa grido. Grido, urlo, lamento, pianto che per la pria metà della vita fa da colonna sonora al procedere terreno di Edvard Munch, genio nordico tormentato da lutti e crisi nervose, che l’uso e l’abuso dell’alcol riescono soltanto a rendere più acute e che la rapida fama non serve a lenire (ma alla lunga ci riuscirà).

Edvard Munch, figlio di un affettuoso medico militare, nasce nella cittadina di Löten in Norvegia il 12 dicembre 1863, ma la famiglia si trasferisce presto a Oslo, che si chiamava ancora Cristiania. Nel 1868 la madre Laura Bjolstad muore di tubercolosi e della stessa malattia moriranno poi la sorellina Sophie e un fratello. Nel diario, scritto in terza persona, così Munch Ricorda l’agonia della madre: “Ai piedi del grande letto a due piazze erano seduti (lui di cinque anni e la sorella Sophie di sei) stretti l’uno contro l’altra in due piccole sedie da bambini; l’altra silhoutte di donna al loro fianco si stagliava grande e scura contro la finestra. Disse loro che li avrebbe lasciati, che doveva lasciarli e domandò loro se sarebbero stati tristi, quando lei non ci sarebbe stata più, ed essi dovevano prometterle che sarebbero rimasti accanto a Gesù, così l’avrebbero ritrovata in cielo. Essi non comprendevano bene, ma pensavano che tutto ciò fosse così orribilmente triste, che si misero tutti e due a piangere con lacrime a fiotti”.

Munch si rivela, subito, un disegnatore precoce: “Mi ricordo che all’età di sette anni un giorno presi un pezzo di carboncino, mi distesi sul pavimento e mi misi a disegnare i ciechi. Le mie figure erano monumentali. Mi ricordo che provai piacere per quel lavoro e sentii che la mia mano obbediva meglio di quando disegnavano sul retro delle ricette di mio padre”. Nel 1879 s’iscrive a una scuola di disegno e prende lezioni da Christian Krogh, allora il massimo pittore naturalista norvegese. Nel 1885 vince una borsa di studio e compie il primo viaggio a Parigi. In quel periodo l’arte francese, consumata la grande stagione dell’Impressionismo, è già entrata in quella dell’Espressionismo. Munch è immediatamente attratto dalle opere di Manet, van Gogh, Toulouse-Lautrec, Degas e soprattutto di Gauguin dal quale mutuerà, perfezionandola, quella “linea curva” fatta di parabole e simmetrie (si vedano, per esempio, le braccia alzate nel celebre quadro “Ceneri”, oppure le mani, le nuvole, la bocca ne “Il grido”) che resterà il suo marchio pittorico.

Marchio che condizionerà tutto il magnifico ciclo espressionista suggeritogli da Strindberg, che va sotto il titolo di “Il fregio della vita” (e che comprende, tra gli altri, “Il bacio”, “Angoscia”, “Vampiro”, “Donna e morte”, “La morte nella stanza della malata” e altre allegrie consimili, tra cui “Il grido”). Saranno proprio queste opere (stimolate dall’amicizia di Strindberg, Ibsen e dalla lettura di Kierkergaard, nonché da una genialità coltivata dall’abuso di bevande spiritose e dallo sperpero dell’esistenza quotidiana), che porteranno Munch alla fama e allo scandalo. Come a Berlino, quando la sua cacciata dall’Associazione degli artisti provoca per solidarietà la Secessione, capeggiata da Max Liebermann, che darà vita alla celebre corrente pittorica. Oppure alla condanna dei suoi quadri “degenerati” da parte dei nazisti, con la consegna alla Norvegia di 82 sue opere, che costituiscono ora il tesoro del museo di Oslo.

Pur vivendo e lavorando in Norvegia Munch non fu un artista isolato e mantenne i contatti con i più vivaci pittori della sua epoca, oltre a interessarsi vivamente all’evoluzione degli studi di psicanalisi. Ispirato anche dai drammi del connazionale Ibsen, nell’ultimo decennio dell’Ottocento Munch avviò un percorso di tesa intensità, scendendo nei drammi della psiche e proiettando nella pittura una sensibilità interiore acuta e tormentata. Molti momenti della pittura di Munch possono essere interpretati in chiave di turbamento psicologico del pittore. Il presente si confonde con il ricordo, con una struggente nostalgia che anticipa il teatro e la cinematografia scandinave, come il “Posto delle fragole” di Igmar Bergman. La sua sarà un’arte tesa, spinta ai limiti, in netto anticipo sulla sintetica e aspra corrente dell’espressionismo tedesco.

La critica ufficiale, comunque, anche agli esordi non gli è tutta contro e, nel 1893, Don Diego scrive sul “Le Figaro”: “In un totale disprezzo per la forma, per la chiarezza, per la coerenza, per il realismo, egli dipinge con la potenza intuitiva del genio le più sottili visioni dell’animo. L’oggetto essenziale di tale pittura è l’intensità della vita interiore, anche se ciò comporta l’intensità dlla sofferenza”. Così, tra ricoveri in cliniche psichiatriche, incidenti (un misterioso colpo di pistola esploso durante una lite con una ricca fanciulla lo priverà dell’uso di tre dita) e successi, si svolge l’esistenza del genio iperboreo Edvard Munch. Un’esistenza conclusasi nella longevità (morirà ultraottantenne il 23 gennaio 1944), che lo vedrà rifugiarsi in una bella fattoria a ritrarre cavalli e tacchini nello stile dei disegni dell’infanzia. Poi diventato quasi vecchio, a dipingere autoritratti “da vecchio”. L’urlo aveva così cessato di squarciare le nuvole rosse di sangue, io credo e trovato la sua armoniosa pace! Vostra Elena P.

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