Alessandro Orsini: la morale dei rivoluzionari con il Rolex

Denuncia il capitalismo ma ne beneficia. Condanna il sistema ma costruisce al suo interno la propria posizione sociale. Invoca la rivoluzione ma non intende pagarne il prezzo.

È questa la figura al centro de Il rivoluzionario-benestante. Strategie cognitive per sentirsi migliori degli altri, il saggio di Alessandro Orsini pubblicato da Rubbettino, che riapre una discussione cruciale sul rapporto tra radicalismo culturale, privilegio e responsabilità intellettuale.

“La verità è che il rivoluzionario-benestante disprezza e, nello stesso tempo, beneficia di tutto ciò che il capitalismo ha reso possibile”, scrive Orsini. Non una provocazione polemica, ma una tipologia sociologica: l’autore analizza i meccanismi cognitivi che consentono di conciliare una condizione di benessere con una retorica di rifiuto sistematico della società in cui si vive.

Il libro individua una struttura mentale ricorrente: selezione costante delle prove che confermano la tesi di vivere nel “peggiore dei mondi possibili”, riduzione della complessità a schemi binari – bene/male, oppressi/oppressori – e trasformazione del dissenso in delegittimazione morale dell’avversario. L’indignazione diventa così una postura identitaria stabile.

Il saggio affronta anche uno dei nodi più delicati della storia italiana: la zona grigia tra critica radicale e giustificazione indiretta della violenza politica. Senza equiparazioni improprie, Orsini ricorda che la violenza non nasce nel vuoto, ma dentro climi culturali in cui il conflitto smette di essere regolato e diventa moralizzazione assoluta dello scontro.

In un contesto segnato da crescente polarizzazione del linguaggio pubblico e radicalizzazione del dibattito, il libro pone una domanda scomoda ma centrale per la democrazia liberale: si può invocare il crollo di un sistema continuando a prosperare al suo interno?

Il volume non si colloca nello schema destra/sinistra e non risparmia nessuna cultura politica. L’obiettivo non è denunciare un campo ideologico, ma analizzare un atteggiamento mentale diffuso, trasversale e spesso inconsapevole. Un saggio destinato a generare confronto e discussione sul ruolo degli intellettuali, sulla coerenza tra parole e stili di vita e sul confine tra conflitto democratico e delegittimazione radicale.

Alessandro Orsini è Professore associato di Sociologia generale e di Sociology of Terrorism nel dipartimento di Scienza politica della Luiss. È stato Visiting Scholar presso il Department of Political Science del Massachusetts Institute of Technology e poi Research Affiliate al Center for International Studies del MIT dal 2011 al 2022. È membro dell’Editorial Board di «Studies in Conflict and Terrorism».

Antonio Cavallaro

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