Gabriella Ambrosio lo ha scritto quando il caso Garlasco sembrava chiuso per sempre. Oggi, mentre la Procura riapre scenari che fino a ieri venivano liquidati come marginali, Il garbuglio di Garlasco torna al centro del dibattito con una forza impressionante.
Andrea Sempio è tornato sotto i riflettori investigativi. Le gemelle Cappa sono state richiamate dagli inquirenti. Nuovi interrogativi hanno investito le dinamiche dell’indagine e la solidità della condanna di Alberto Stasi. In queste settimane la cronaca ha riportato in superficie esattamente le crepe che il libro di Ambrosio ha individuato anni fa: omissioni, piste mai davvero approfondite, testimonianze controverse, cortocircuiti mediatici e soprattutto un interrogativo rimasto sospeso sopra l’intera vicenda — la condanna di Stasi è stata pronunciata oltre ogni ragionevole dubbio?
Ambrosio non ha costruito tesi sensazionalistiche. Ha fatto qualcosa di più scomodo: ha rimesso ordine nel caos. È entrata negli atti, ha ricostruito i passaggi oscuri dell’inchiesta, ha seguito le incongruenze e ha mostrato come, attorno al delitto di Chiara Poggi, si sia formato negli anni un autentico “garbuglio” giudiziario e narrativo.
Per questo oggi il libro assume un valore nuovo. Non perché insegua la cronaca, ma perché l’ha preceduta. Mentre televisioni e giornali tornano a interrogarsi sui protagonisti laterali della vicenda, Il garbuglio di Garlasco dimostra di avere colto molto prima ciò che ora emerge con evidenza: il caso non è mai apparso davvero chiuso
Antonio Cavallaro
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