La scuola come luogo in cui le differenze non scompaiono, ma imparano a convivere. È questo il mondo raccontato da Miriam D’Ambrosio in “Fuori non è ancora così. Voci da una classe multietnica”, pubblicato da Rubbettino qualche tempo fa e tornato prepotentemente di grande attualità: un libro nato da vent’anni di esperienza come docente di lettere in un Centro di Formazione Professionale della Bergamasca, a contatto quotidiano con ragazzi provenienti da Paesi, culture e storie familiari differenti.
Proprio partendo dall’esperienza raccontata nel volume, D’Ambrosio interviene sui temi dell’integrazione, della lingua italiana e del ruolo della scuola. Nelle dichiarazioni rilasciate dall’autrice emerge il ritratto di una realtà scolastica che anticipa molti dei cambiamenti in corso nella società italiana.
«Insegno da vent’anni in un Centro di Formazione Professionale della bergamasca. Questa è diventata la mia vita, ci sto dentro, respiro questa realtà fatta del 70% di allievi dal Marocco, Egitto, India, Pakistan, Senegal, Turchia, Albania, Romania, etc. Quest’anno abbiamo una classe dove c’è un solo ragazzo italiano. Può essere cosa normale in una classe di futuri metalmeccanici.»
La bellezza e le difficoltà, la magia e talvolta la sensazione di estraniamento che si respirano in una classe che è un melting pot di lingue, culture e tradizioni sono al centro di Fuori non è ancora così. La classe diventa una sorta di zona franca, uno spazio nel quale identità e provenienze differenti sono costrette ogni giorno a incontrarsi, a conoscersi e a trovare un linguaggio comune.
È anche da questa esperienza che nasce la riflessione di D’Ambrosio sull’uso stesso della parola “stranieri”:
«Io non amo usare la parola “stranieri”; mi fa sentire come Polifemo perché fu la prima parola che il Ciclope rivolse a Ulisse a ai suoi per allontanarli, avendo deciso già che fossero nemici. Quando ho davanti i miei ragazzi so che siamo nel nostro mondo speciale, non extracomunitario ma comunitario e basta, con una bellissima lingua italiana in cui raccontare storie stando sullo stesso suolo, nello stesso vento e nella stessa luce.»
La scuola, secondo D’Ambrosio, si misura ogni giorno con trasformazioni demografiche e sociali che in alcune aree del Paese sono ormai una realtà strutturale. Un cambiamento che rende difficile ricondurre la complessità delle singole situazioni a percentuali prestabilite e che pone invece al centro la necessità dell’accoglienza, dell’alfabetizzazione e degli strumenti educativi.
«ci sono quartieri e paesi dove l’immigrazione è più forte e parlo del Nord, soprattutto di Veneto, Lombardia ed Emilia. È impossibile mantenere un tetto del 30%: i ragazzi in obbligo scolastico vanno accolti. Continua ad arrivare chi non conosce la lingua italiana ma imparerà: rispetto a sedici anni fa abbiamo qualche supporto in più. Ci sono norme già in vigore, il potenziamento del sostegno a chi è in svantaggio linguistico, la presenza dei Cpia sul territorio, dove si fa alfabetizzazione; esiste anche il professore aggiuntivo per chi è appena arrivato. Questa è una novità ed è cosa buona».
Al centro c’è soprattutto la lingua. Non soltanto come materia scolastica, ma come strumento attraverso cui entrare in relazione con gli altri, orientarsi nella società e costruire appartenenza. Per l’autrice imparare l’italiano significa acquisire le parole necessarie per attraversare il nuovo mondo e, spesso, diventare anche un ponte tra la famiglia e il Paese in cui si vive.
«La nuova lingua è il primo passo per una integrazione vera, è fuori discussione. Sono i figli che devono imparare per poi aiutare i genitori, come è accaduto sempre, anche a noi Italiani negli States: erano i giovani a essere l’anello di congiunzione col nuovo mondo, a insegnare ai padri e alle madri le parole nuove, le mode, la vita da incontrare fuori dalla porta di casa. In Italia, attualmente, ci sono circa 8 milioni di studenti e, più o meno, 912.000 non hanno cittadinanza italiana. I problemi della scuola sono tanti. Il ministro parla di dispersione e la dispersione riguarda tutti, come la fragilità dell’adolescenza. Si disperdono i figli dei cittadini italiani e i figli dei cittadini che italiani lo diventeranno»
Il punto di osservazione di D’Ambrosio resta sempre quello della classe. È lì che le categorie astratte lasciano il posto ai ragazzi, alle loro storie e alle difficoltà che spesso prescindono dalla provenienza. Anche gli errori, le fragilità linguistiche, la dispersione e le fatiche dell’adolescenza finiscono per attraversare indistintamente studenti italiani e studenti con background migratorio.
«I ragazzi devono accostarsi tutti alla nostra lingua: non è più la madre di molti, ormai è una lontana parente degli Italiani stessi e, forse, lo è sempre stata. Portiamo tutti ad amare il luogo in cui ora sono ospiti, il luogo di cui si sentiranno parte un giorno. Me lo auguro.
In questi venti anni, correggendo tanti loro testi, è capitato spesso di notare che gli errori ortografici e grammaticali appartenessero tanto, e a volte di più, ai ragazzi d’Italia, per intenderci. Rilanciamo la Letteratura, la narrazione di storie per tutti, indistintamente, dalle scuole elementari in poi, e anche prima. Qualcuno attraverserà il mare a sei anni, qualcun altro a quindici. Mettiamo insieme i ragazzi, mettiamo in campo i mezzi a disposizione per aiutarli ma senza distinzioni, senza percentuali».
Le parole dell’autrice accompagnano così i temi che attraversano Fuori non è ancora così: il libro nasce dalla vita quotidiana della scuola, dalle voci degli allievi, dalle lezioni e dalle relazioni costruite nel corso degli anni. Un racconto nel quale la letteratura diventa spesso lo strumento per parlare di appartenenza, amicizia, differenze, dolore, futuro.
Il titolo stesso racconta l’esperienza di vita che si consuma a scuola: quel “fuori non è così” che ricorre tra le mura scoalstiche quando i ragazzi vengono preparati alla vita che li attende oltre la classe. Nel volume la scuola è insieme luogo protetto e palestra di realtà, uno spazio nel quale ragazzi provenienti da Ghana, Senegal, Marocco, Egitto, India, Pakistan, Filippine, Ecuador, Albania, Romania e Italia imparano a condividere linguaggi, abitudini e differenze.
E quel “non ancora” aggiunto al titolo del libro sembra indicare proprio la distanza che resta da percorrere: tra ciò che può accadere ogni giorno dentro una comunità scolastica e una società capace di riconoscersi fino in fondo nella stessa idea di appartenenza.
Antonio Cavallaro
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