La Germania ferita nei racconti e nei romanzi di Heinrich Boll.

Opere scelte di Heinrich Boll

“Pur rischiando di rendermi antipatico, debbo qui ricordare un fatto, in difesa del quale posso soltanto dire che è realmente accaduto: negli anni dal ’39 al ’45 abbiamo avuto la guerra”. Con queste parole, in un racconto del 1952, il celebre scrittore tedesco Heinrich Böll, premio Nobel della letteratura nel 1972 tradotto in 30 lingue nel mondo, schernisce l’ottusa volontà di oblio, che va affermandosi nella Germania di quegli anni.

Ė un mondo che dietro il nuovo benessere materiale nasconde una miseria morale insanabile e, nel quale gli eroi di Böll vagano come stranieri, figure di reietti nella cui cronica incapacità di vivere sembra a tratti balenare lo stigma dell’elezione. La povertà è la condizione naturale per questi personaggi: la catastrofe della guerra e gli anni terribili in cui le città erano ridotte a cumuli di macerie, l’hanno trasmessa loro come retaggio incancellabile. La fame insaziabile di Fendrich nel “Pane dei verdi anni”, l’alcolismo di Fred Bogner in “E non disse nemmeno una parola”, non sono soltanto i risultati di una lotta eternamente perduta con l’egoismo del mondo, sono anche forme di memoria, espressione di un tenace rifiuto di dimenticare. Coloro che nutrono in sé questo rifiuto non vogliono in nessun modo “andare avanti” come gli amici o i vicini impegnati nel gigantesco esorcismo della ricostruzione, vogliono piuttosto “tornare indietro”, a un’inesistente sfera d’innocenza dove la storia non possa raggiungerli.

Ė la dolorosa follia che in “Tutti i giorni di Natale” spinge un’intera famiglia a ripetere ogni sera quei domestici riti natalizi che un giorno furono brutalmente interrotti dalla guerra; ma tutti i personaggi di Böll sono dominati da questo “demone”della ripetizione contro il quale l’amore stesso s’infrange e, dal quale soltanto la grazia potrebbe forse liberarli. E della grazia essi vanno in cerca, incessantemente. Animati, come il loro autore, da un cattolicesimo che li pone in perpetuo conflitto con le gerarchie ecclesiastiche, anelano alla preghiera con la stessa ansia, con cui si sforzano di procurarsi il cibo; dalle mille desolate situazioni in cui si compie la “via crucis” della loro miseria, appena possono si rifugiano in chiese a loro volta misere, a loro volta desolate e, confidano pene e speranze alle silenziose immagini dei santi. Vorrebbero sapere “dove corre la diagonale fra la legge e la misericordia”, ma a una simile domanda non ricevono alcuna risposta.

In questo primo tomo delle “Opere scelte”, curato da Lucia Borghese per la collana de “I Meridiani” (il cofanetto comprende due tomi, pp.1563 nell’interezza, costo 110,00 €, casa editrice Mondadori), il lettore troverà romanzi e racconti pubblicati da Böll tra il 1949 (“Il treno era in orario”) e il 1963 (“Opinioni di un clown”). Nei primi scritti l’esperienza della guerra viene presentata direttamente in uno stile concitato e privo di qualsiasi effetto distanziante. Si tratta spesso di densi monologhi interiori, in cui la guerra appare soprattutto come attesa, come un lento, consapevole cammino verso l’annientamento. Non vediamo mai il nemico, né la scena di una battaglia; Böll ci conduce, piuttosto, nelle bettole delle retrovie, sui treni che trasportano le truppe verso il fronte o gli ospedali, dove i feriti trascorrono, in una sorta di trasognatezza, le loro ultime ore. Sull’umanità che popola simili luoghi, il presentimento della morte grava come un fatto assolutamente concreto, più concreto persino delle ferite, del sudiciume delle tradotte, dell’acquavite avidamente ingurgitata, proprio per ottundere tale consapevolezza.

La certezza della morte è la tragedia di questi personaggi; negli scritti degli anni successivi la tragedia sarà invece la sopravvivenza. L’essere sopravvissuti per i reduci di Böll, costituisce la più problematica delle condizioni: essi non appartengono alla morte, eppure si aggirano come spettri tra i vivi, intenti a celebrare i rassicuranti rituali dell’oblio. Estranei agli altri uomini, una segreta simpatia sembra però legarli alla città ridotta anch’essa a fantasma, a quella Colonia sventrata dalle bombe, profanata dai fasti volgari della ricostruzione, che Böll non si stanca di descriverci, in modo magistrale, con la stoffa del romanziere lucido e d’immenso talento. Buona lettura!! Vostra Elena P.

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