“Voglio morire come città, per rinascere come uomo”: la sfrontatezza talentuosa di Henry Miller!

Un solo nome, scomodo e scottante, della narrativa moderna mi viene in mente che si possa accostare, in sede artistica, alla visione cimiteriale e infernale dei pittori gotici e di Hieroymus Bosch, con le sue composizioni brulicanti di grani disparati e disperati di bruttezza, magnificati da una sorta di microscopio morale superiore. Quel nome è Henry, al secolo Henry Miller, nato nel 1891 a Yorkville, nei pressi di New York, profeta anarchico dello sconvolgimento dei sensi e, creatore di fiori letterari piantati nel fango, contaminato e osceno, di una società putrefatta nelle idee ancor prima che nelle carni. Fiori non privi di supremi petali di verità e di profondità dell’umano vivere ed essere.

Uno scrittore che dichiara i propri convincimenti, costi quel che costi, oltre ogni forma di artifizio e di castigatezza censoria. Un autore “impastato” e cresciuto dentro le “interiora” dell’umanità delirante, ma covando nell’intimo la tensione al superamento della vacuità carnale, attraverso la palingenesi della scrittura che tutto confessa e redime. Deformazione e alienazione, esasperate nel deragliamento della sensualità (o “sessualità”?? A voi l’ardua sentenza, a lettura terminata) ci restituiscono la carcassa di un mondo, quello coevo a Miller, ormai in sfacelo, nell’orrore delle sue città squallide, nella vuotaggine della vita meccanizzata, nelle ferite aperte su cui si versa la fiele dell’isolamento.

Ma se per Bosch il capolavoro fu il “Giudizio universale”, Miller consacra il suo estro con “Il Tropico del Cancro” (pagine 382, edizioni Oscar Mondatori, costo 9,50 euro), pubblicato nel 1934, che ebbe l’onore di essere introdotto, nelle prime edizioni, da illuminanti e argute valutazioni del grande George Orwell; dichiarazioni emerse da antichi e preziosi appunti della sottoscritta, che mi appresto a condividere con i lettori di BeppeBlog.

“Quando, nel 1934, uscì Tropico del cancro”, ha lasciato scritto George Orwell in un saggio memorabile, che s’intitola “Nel ventre della balena”), “ebbe un’accoglienza solo cautamente laudativa, evidentemente condizionata in alcuni dal suo timore di apparire amanti della pornografia. Tra coloro che lo lodarono ci furono T. S. Eliot, Herbert Read, Aldous Huxley, John Dos Passos, Ezra Pound…”

E aggiunge: “Insomma, non gli scrittori che sono oggi di moda”. Per capire il senso di questo inciso, bisogna spiegare che Orwell faceva questa osservazione nel 1940, nel pieno essort della letteratura “impegnata”, “militante”; gli scrittori di moda erano Malraux, Koestler, Hemingway, si parlava di guerra di Spagna, di espansione nazista e, di lì a poco si sarebbe, ahimè parlato d’invasione dell’Europa intera da parte delle truci legioni della svastica. I filosofi prendevano il sopravvento sopra i romanzieri e i poeti; ed ecco Sartre e Heidegger.

“Tropico del cancro” non apparteneva a questo programma di orrori e di furori. Le sue angosce riguardavano un’altra sfera… “E’ un romanzo in prima persona,” continua Orwell, “o, se preferite, un’autobiografia in forma di romanzo. Miller sostiene addirittura che è vera e propria autobiografia, ma il ritmo e la maniera di narrare sono propri del romanzo. E’ la storia della Parigi americana, ma non secondo l’abituale cliché: gli americani che vi compaiono, infatti, sono tutti senza un quattrino. Negli anni della prosperità, quando i dollari abbondavano, e il cambio del franco era basso, Parigi era stata invasa da un tale sciame di artisti, scrittori, studenti, dilettanti, turisti, debosciati e perdigiorno di professione quale il mondo non ha probabilmente visto mai.

In alcuni quartieri della città i cosiddetti artisti debbono avere superato il numero della popolazione lavoratrice; è stato infatti calcolato infatti che intorno al 1929 si trovassero almeno 30.000 pittori a Parigi, in grand parte imbroglioni…Era l’epoca delle grandi rivelazioni e dei geni incompresi; la frase sulle labbra di tutti era: “Quand je serai lancé” (“Quando sarò lanciato”).

In realtà poi nessuno fu lanciato, la crisi calò sul mondo come un’altra Epoca Glaciale, la folla cosmopolita di artisti scomparve…”Di questo Miller si limitò però a descrivere “la zona più oscura, la frangia sottoproletaria che aveva potuto sopravvivere alla crisi economica. E’ tutta l’atmosfera dei quartieri poveri di Parigi, quali appaiono agli occhi di uno straniero…” Il lettore di Tropico, se non vorrà falsare il senso del libro, dovrà ben ricordarsi queste osservazioni di Orwell. Né dovrà dimenticare lo scarto che esiste tra il libro e il tempo in cui uscì.

Osserva ancora Orwell: “Quando Tropico del Cancro fu pubblicato, gli italiani invadevano l’Abissinia e i campi di concentramento di Hitler erano già rigurgitanti. Il centro intellettuale del mondo non era più Parigi, ma a Roma, a Mosca, a Berlino…Da un semplice riassunto dell’argomento del Tropico del cancro, molti potrebbero desumere che il romanzo non è che una turpe birichinata, un relitto degli anni Venti e Trenta. In realtà tutti quelli che lo ebbero letto, si accorsero subito che era un libro notevole…”

E Orwell non si ferma lì, ma si chiede “Come e perché notevole? E’ una domanda a cui non è facile rispondere…”. In realtà (abbozzo la mia risposta) ci sono voluti quasi sessant’anni per rispondere e, se mi consentite, la notazione più straordinaria è che questo “relitto degli anni Venti”, uscito nel momento sbagliato, è diventato il vero libro specchio degli anni Sessanta: dopo decenni di persecuzioni, di ostracismi, di cattive interpretazioni, forse solo ora cominciamo ad intuirne il valore e il senso culturale più autentico.

E credo, miei Cari, che sia proprio questo il compito lasciato in eredità dall’autore al suo lettore più avveduto, adulto, schiettamente morale e non ipocrita: comprendere l’essenza del messaggio di libertà, racchiuso nella sua opera, anche oltre il dato immediato dell’esperienza limite e della sua narrazione a tinte forti, ma compenetrate di vita. Comunque la si pensi: felice lettura!! Vostra Elena P.

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