Cardinale Ruini: nel suo ultimo libro il testamento spirituale di una vita

È morto dopo una lunga malattia, all’età di 95 anni, il cardinale Camillo Ruini, già presidente della Conferenza Episcopale Italiana e per oltre quindici anni voce autorevole e talvolta controversa della Chiesa nel dibattito pubblico. La sua figura ha segnato profondamente il rapporto tra cattolicesimo e società, con prese di posizione nette che hanno suscitato consensi e polemiche, ma che sempre riflettevano la convinzione che la fede dovesse avere un ruolo attivo nella vita civile.

Il suo ultimo libro, Conversazioni sulla fede e sull’Italia era stato pubblicato da Rubbettino e si può a buon diritto definire il suo vero testamento spirituale. Raccoglie le interviste più significative della sua maturità, in cui il cardinale si presenta senza filtri, libero dalle responsabilità istituzionali, pronto ad affrontare le questioni decisive della nostra epoca: dalla fede e dalla ragione, alle sfide politiche e sociali, fino ai drammi della bioetica e del terrorismo.

«Uccidere in nome di Dio è una bestemmia»

Tra le pagine più forti del volume spicca l’intervista concessa a Francesco Verderami per il “Corriere della Sera” il 14 dicembre 2015, nel pieno della stagione degli attentati jihadisti in Europa. Ruini non ebbe esitazioni: «Papa Francesco ha detto che è una bestemmia uccidere in nome di Dio, e questa è la convinzione generale di noi vescovi». Allo stesso tempo, però, ammoniva a non commettere l’errore opposto, cioè identificare l’islam con la violenza. Per lui era necessario distinguere tra la fede di milioni di persone e le sue degenerazioni fanatizzate: «Faremmo una vera autorete se dicessimo che i veri islamici sono i terroristi. Per questo parlo di terrorismo di matrice islamista, fondamentalista e fanatica, e non semplicemente islamica».

Era una precisazione tutt’altro che accademica. Teologicamente significava difendere la dignità dell’islam come religione; culturalmente era un richiamo all’Occidente, che agli occhi dei musulmani appare spesso come una civiltà svuotata di valori; politicamente era un argine contro lo “scontro di civiltà”, che avrebbe offerto al fondamentalismo la legittimazione che cerca. Oggi, mentre il conflitto israelo-palestinese è tornato a incendiare il Medio Oriente e a spaccare il mondo, queste parole risuonano come un avvertimento: non ridurre una tragedia complessa a una guerra di religione, non confondere la fede con la violenza, non lasciare che l’odio sequestri le grandi tradizioni religiose.

Vita, morte e dignità umana

Accanto al terrorismo e al dialogo interreligioso, le Conversazioni di Ruini restituiscono la sua voce più ferma e spesso più contestata: quella sulla bioetica. Per il cardinale, infatti, le questioni di vita e di morte erano il banco di prova più drammatico del relativismo contemporaneo.

Nel 2005 guidò la mobilitazione della Chiesa contro il referendum sulla fecondazione assistita, scegliendo la via dell’astensione. Non era una battaglia di retroguardia, ma un modo per riaffermare che la vita umana non è mai riducibile a materiale disponibile o a prodotto tecnico. Nel 2009, durante il dramma di Eluana Englaro, arrivò a definire la sospensione di alimentazione e idratazione come un “omicidio”, un atto che infligge la morte “in maniera terribile” a una persona indifesa. Non si trattava, nelle sue parole, di una disputa astratta, ma della difesa di chi non può più difendersi.

Anche sul caso di Piergiorgio Welby, che da malato cosciente chiese di morire, Ruini mantenne una posizione netta: non si può rivendicare al tempo stesso l’appartenenza al cattolicesimo e l’autonomia assoluta nel decidere sulla propria vita. Per lui, la vita non era un oggetto a disposizione del singolo, ma un dono indisponibile, che lo Stato e la comunità hanno il dovere di proteggere.

Dietro queste posizioni c’era una diagnosi più profonda, che Ruini mutuava dal magistero di Benedetto XVI: la “dittatura del relativismo”, cioè la perdita di punti fermi e di riferimenti etici condivisi. Per questo sosteneva che le scelte sulla vita e sulla morte non erano semplici questioni confessionali, ma riguardavano la tenuta stessa della società.

Con la morte del cardinale Ruini si spegne una delle voci più forti del cattolicesimo italiano, capace di orientare non solo la Chiesa ma anche il Paese. Nelle sue ultime pagine resta però intatta la sua lezione: difendere la vita dal concepimento alla fine naturale, rifiutare la violenza che si ammanta di religione, denunciare un Occidente che rinnega le sue radici e al tempo stesso aprirsi al dialogo con le altre fedi. Una visione che, nel pieno delle crisi attuali, conserva una sorprendente attualità.

Antonio Cavallaro

UFFICIO STAMPA

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