
Il posto di Jan van der Meer, al secolo Jan Vermeer (Delft 1635-1675), nella storia dell’arte ha dato luogo a tesi diverse, tra le quali, certune hanno sminuito il suo ruolo, non vedendo in lui che un pittore di genere, un realista, o ancora, un ceramista, che impiegava colori di maiolica per i suoi personaggi, come per gli oggetti. Ma simili teorie travisano la vera natura di un artista straordinario. Che svolga soggetti familiari, ritratti, paesaggi, o anche come ai suoi esordi, temi mitologici o religiosi, egli ha apportato un elemento, del tutto nuovo, nella pittura dei Paesi Nordici: la rivelazione dell’idea platonica della pittura in sè. (continua…)

Gwendolen John nacque il 22 luglio del 1876 a Pembrokeshire, nel Galles. Era sorella maggiore del fantasmagorico, prolifico pittore Augustus John, il quale, nonostante una carriera più ricca di pubblici riconoscimenti e di guadagni, negli ultimi anni si dice affermasse: “Fra cinquant’anni ci si ricorderà di me solo come del fratello di Gwen John”. Certo la fortuna della pittrice, che lei vive, fu rilevante benché di non vasta portata, negli anni recenti si è considerevolmente allargata. (continua…)

Correva l’anno 1514 e messer Tiziano Vecellio, che già respira da alcuni anni aria lagunare, regala al panorama artistico europeo una tela destinata a tracciare un solco indelebile, lungo i binari della storia dell’arte rinascimentale e, non solo. Si tratta della composizione monumentale, stesa ad olio e con una padronanza cromatica mai riscontrata fino ad allora sulle scene, celebre per il titolo, di matrice settecentesca, “Amor sacro e Amor profano”: tela sontuosa, seducente, capace di rubarvi gli occhi fin dal primo sguardo, per la sua potenza e leggiadria espressiva, fuse insieme, con quella maestria insuperabile, che solo l’impareggiabile Tiziano riesce a raggiungere, senza sbavature e sforzo alcuno. (continua…)

Dipingeva in maniera straordinaria, con una lucentezza coloristica capace di estasiare qualsiasi pupilla. Ma teorizzò pure dei principi straordinari, in ambito artistico. Ed arcani e, a volte, anche bizzarri, come del resto appare la sua pittura. Scrisse: “Ogni forma ha un suo contenuto ed impercettibile suono interiore. Non c’è forma, come del resto, nulla al mondo, che non abbia qualcosa da dire. Non solo la luna, il sole, le stelle, i boschi dei quali cantano i poeti, ma anche un bottone dei calzoni, tutto ha un’anima arcana, che tace più spesso, di quanto parli. Il colore è un tasto. L’occhio un martelletto. L’anima un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, con questo o quel tasto, porta l’anima a vibrare”. (continua…)

A Tiziano, il “genio del ritratto”, piacevano con le bionde chiome, lunghe e fluenti e, l’incarnato chiarissimo; Degas era incantato dai capelli color rubinio e ricchi di riccioli; Rubens coltivava un debole per le creature dalle molli rotondità, quasi materne; Renoir impazziva per le fanciulle frizzanti, in abiti sontuosi, alla “belle epoque”; il viennese Gustav Klimt, invece, le amava tutte ed incondizionatamente: le donne, per lui, erano la felicità infinita, il profumo piùsoave che potesse espandersi nell’universo. (continua…)

In principio, bastò una semplice canna di legno, a favorire facili e sommarie interpretazioni su Pieter Bruegel, pittore fiammingo cinquecentesco, inconfondibile e, per tanti versi, che cercheremo qui di sviscerare, davvero moderno, attuale, nostro. Ma ritorniamo alla vicenda grottesca d’apertura: successe che il giovane artista di Breda s’innamorò di un servetta, assai più desiderosa di divertirsi che di accasarsi. Bruegel ripetutamente le prometteva il matrimonio, la fanciulla, furbetta e bugiardissima, seguitava ad ingannarlo. (continua…)

Condannato ed imprigionato alla pittura di maniera, che si sostanziò di profondità d’intenti ma s’inquinò tra i rivoli del decorativismo cromatico; una pittura esistenziale che l’artista cercò di coltivare e di sviluppare con ogni mezzo, sin dai primi passi di un decisivo noviziato nella bottega di Ser Tiziano, come inseguendo un’agognata liberazione che troverà solo dopo la morte. (continua…)

Amava i gatti e come loro, sornione ed altero, è mancato per sempre in un freddo mattino del febbraio 2001 il pittore Balthus, uno degli ultimi grandi maestri del Novecento. Era diventato famoso per i quadri con ragazzine discinte e trasognate, che certa critica ottusa e cieca definiva riduttivamente “ninfette”; in realtà, il conte Balthus ricalcava raffinatezza e classe degli artisti rinascimentali. (continua…)

Il titolo di “Visionario geniale” nell’arte moderna, per eccellenza, spetta a Lui, a Sir William Blake, coscienza mistica di un’Inghilterra che ne ignorò il talento troppo a lungo e, che oggi lo celebra, a ragione, con gli onori di un Re immaginifico. In vita, ghettizzato ed osteggiato, lo consideravano poco più di un tipografo, a tratti folle, per quel suo percepire e captare, con immediatezza, le oscure insidie, nascoste nelle anime altrui. Oggi, gli si rende finalmente giustizia, ritenendolo un eclettico, un profetico innovatore della scena artistica tra Settecento ed Ottocento, tant’è che i suoi pregiati acquerelli vengono accolti nelle gallerie private e pubbliche di maggior richiamo, come la Tate Britain di Londra, che ironicamente sorge su un’area della capitale londinese, la South-West, dove una volta c’era la prigione nella quale l’artista fu brevemente rinchiuso: potenza di un riscatto giunto tardivo, ma pur sempre giunto. (continua…)

All’epoca sua, si era nei fasti del Barocco, Livio Mehus (1631-1691) fu uno degli artisti più in voga e più richiesti. Tutta Firenze, dalla Corte dei Medici fino alle frange più popolari, era innamorata della sua pittura torbida, un po’ allucinata, ricca e spumeggiante. Morì poco più che sessantenne, nel 1691 e, la fama gli sopravvisse per qualche tempo: nel Settecento le sue opere furono “visitate” dai primi viaggiatori del Grand Tour, il grande ritrattista inglese Joshua Reynolds, durante un soggiorno fiorentino nel 1752, si dilettò a copiare diverse sue tele esposte a Palazzo Pitti e, Jean Honorè Fragonard, il genio che dettò la misura della nuova pittura settecentesca, lo tenne tra i suoi predecessori più valenti. (continua…)
« Pagina precedente — Pagina successiva »
|