Il D’Artagnan della matita che vestì il “New Yorker” per 60 anni: Saul Steinberg!

“Slideshow”, opera di Saul Steinberg, copertina del “New Yorker” nel 1972 e nel 1992.

Con le sue celebri copertine per il “New Yorker” ha scritto e commentato, per più di mezzo secolo, la storia del Novecento. E’ stato un arguto storico dell’età  contemporanea, Saul Steinberg (1914-1999): così come, sempre con la matita da disegno in mano, è stato un narratore, un filosofo, un architetto, un castigamatti. Insomma, un artista mirabile e multisfaccettato: un semiologo dell’illusionismo, un filosofo della linea, un sociologo e anche un poeta del segno. Soprattutto un impenitente ed indomabile “enfant terrible”. Forse perchè, come egli scrisse, la linea nera dei suoi disegni risaliva all’infanzia, era una sorta di scrittura ininterrotta che datava dai suoi giorni analfabeti.

Una linea, come tale, carica di ricordi: gli odori della Romania, dove era nato ebreo nel 1914, i paesaggi di Milano, dove si era iscritto al Politecnico, appena in tempo per incontrare il fascismo, gli incontri e i luoghi della sua vita vagabonda, prima di arrivare a New York e metter su casa di fronte ad un immenso tavolo di lavoro, dal quale ripartire, con la memoria, per quei viaggi immaginari dai quali sono nati, nel corso degli anni, circa diecimila disegni. Ebreo di origine rumena, costretto a lasciare prima il suo paese natale e poi l’Italia a causa del pesante clima antisemita che colpì l’Europa, prima di ottenere il visto per gli Stati Uniti, Steinberg rimase per un anno a Santo Domingo, confrontandosi anche con la cultura spagnola. Sebbene la sua notorietà sia indissolubilmente legata alle prime pagine e alle copertine della rivista americana New Yorker, dove per quasi 60 anni pubblicò i suoi disegni, l’opera di Steinberg è molto più ricca e varia.

Saul non era un vignettista o un umorista, com’è stato spesso definito. Lui era semplicemente un artista, non convenzionale, ma assolutamente un artista, perchè nessun vignettista avrebbe potuto produrre ciò che ha realizzato lui, da autentico outsider, da supremo D’Artagnan della matita. Tutto questo portava in sè la sua inconfondibile linea nera, insieme a una dote altrettanto cospicua di ironia. Chi non ricorda il disegno con le quattro lady in pelliccia, talmente sovraccariche di pelo che il selciato s’incrina sotto i loro piedi? Oppure quel suo beffardo omaggio alla mania del cubismo, in cui il pittore-gatto dipinge, cubisticamente scomposta e ricomposta, la sua idea fissa: il Pesce, con tutte le associazioni che la coppia gatto-pesce innesca? E ancora Beverly Hills, il malevolo ritratto del ricco mondo americano, dove non c’è nulla che non sia fasullo, perfino i libri, che un bassotto irriverente trapassa con tutta la lunghezza del suo copro? L’elenco di queste brevi, ilari novelle disegnate, è senza fine.

Che Steinberg sia stato forse l’ultimo dei grandi artisti “in esilio” del Novecento, è la natura stessa del suo disegno a dimostrarlo, oltre che, per esempio, le sue lettere americane all’amico Aldo Buzzi, dove una sconfinata solitudine trapela dal silenzio fra le parole. Non si creda, tuttavia, che questa condizione d’esilio perenne abbia potuto nuocere alla sua arte. Assolutamente no. Anche dall’esilio Steinberg ha saputo trarre profitto per la sua linea fino ad affermare questa condizione come necessaria all’artista: L’artista- e la mia idea dell’artista, poeta, pittore, compositore è il narratore – indaga le vite degli altri per capire il mondo e possibilmente se stesso, prima di ritornare nei suoi propri panni, spesso soltanto per un breve e insignificante momento.

Così, in alcuni disegni, la linea nera guarda il mondo degli adulti con l’occhio in esilio dell’infanzia e tutto appare surreale: un naso enorme uscito da Gogol e seduto a tavola conversando di odori d’antan; un’umanità  in figura d’uccelli, ciascuno rinchiuso nella propria gabbia su misura; un bambino spaesato nel laboratorio di un orologiaio, mentre tic-tac, suonerie e cucù urlano la fuga del Tempo. A volte questo sguardo dall’esilio assume il sembiante di un gattino nero che, dall’angolo del disegno, studia il ridicolo, pittoresco e bizzarro spettacolo della vita. A volte, invece, lo sguardo viene dalla vecchia Europa e si posa, in esilio, sulle scene americane, diventando impietoso contro tutto ciò che è made in Usa.

Come in ogni esilio, non manca neppure a quello della linea di Steinberg il suo spessore politico: che protesta contro la dittatura e i suoi rischi latenti nelle grandi dimostrazioni di massa, non escluse quelle del Sessantotto come nel disegno di “Join or Die”; che punta il dito contro il potere del petrolio, come nel disegno dove due emiri recitano le loro preghiere su un tappeto, nei sui arabeschi si riconoscono magnifici pozzi petroliferi. Ancora dall’esilio nasce la centrale ossessione della sua linea, l’ossessione della maschera ovvero dell’identità personale. Le opere grafiche di Steinberg sono zeppe di timbri falsi, di passaporti inverosimili, di firme fintamente autografe, forse un ricordo di quella “carta bollata”, che l’artista conobbe durante i suoi anni italiani.

Tutto è maschera sembra suggerire Steinberg. L’identità non è che il travestimento di un Io sempre in esilio: un suo disegno, pubblicato in Italia nel 1936, sulla rivista “Bertoldo”, mostrava un galantuomo che, davanti allo specchio, si accorgeva all’improvviso di aver smarrito la sua faccia fra le molte incontrate per strada. Un disegno kafkiano, si direbbe. E certo molte delle storie raccontate da Steinberg sul foglio di carta condividono lo sfondo morale dei maggiori romanzi di Kafka, “America” incluso: uno sfondo di angoscia e di paura. Molto spesso la sua linea nera si affila come lama di coltello e introduce in un paesaggio una minaccia invisibile. Altrove simula ingranaggi che intrappolano le forme in uno scenario di violenza.

Altrove ricorre al coccodrillo: come in quel disegno dove i duellanti si accaniscono l’uno contro l’altro, ignari che il loro duello si sta svolgendo nell’immensa mandibola di questo animale. Ma se la natura del disegno di Steinberg è nell’esilio, ciò lo si deve soprattutto alla sua intensità intellettuale, poichè l’ironia è forma di un pensiero in esilio, che prende distanza dalle cose per meglio rappresentarle ed offrirle alla vista e alla percezione altrui. E i disegni di Steinberg sono immancabilmente posseduti dall’ironia, anche quando vogliono essere più poetici e nostalgici, meno acerrimi contro i luoghi comuni del tempo moderno. Nascosto fra le linee, c’è sempre un piccolo dettaglio che rompe atmosfera e certezze, insinua il dubbio: non a caso, “Dubito ergo sum” è il titolo di un suo famoso disegno.

Con questa ironia, addomesticata all’occorrenza da un più benevolo senso dello humour, Steinberg ha abitato anche la sua vita. Ricorda Dore Ashton una noiosa conversazione mondana, di quelle che capitano, ahinoi, piuttosto spesso ai vernissage, alla presenza dell’artista, sulle più belle stanze da bagno degli hotel. Interpellato sulla sua opinione, Steinberg rispose senza indugio: La più bella stanza da bagno del mondo si trova a Roma, ma all’aperto, non negli hotel. E’ “Piazza Navona” Il D’Artagnan del “New Yorker” aveva colpito ancora!! Vostra Elena P.

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