E Italo Svevo interrogò la sua coscienza: ne nacque un capolavoro.

La coscienza di Zeno

Ed eccoci per il nuovo anno, pronti ad addentrarci, nel territorio dei Classici, ossia tra i titoli di quei volumi che hanno fatto la storia della narrativa italiana, per la loro unicità di contenuto e di stile. E quale nome risulta più congeniale di quello del triestino Italo Svevo, il maggiore romanziere che l’Italia abbia mai avuto dai tempi di Giovanni Verga, per il debutto tra le righe di un’opera La coscienza di Zeno (pagine 641, casa editrice Einaudi, costo 10,80 euro) capace di scandagliare i confini dell’anima umana, senza precedenti, tra i testi narrativi dello scenario italiano. Un romanziere nato, Svevo, che ci regala la sua classe e la sua ironia inconfondibile tra le pagine di un capolavoro, assolutamente insuperato ed insuperabile nel suo genere, quello del romanzo psicologico.

Quando comparve nel panorama letterario italiano del primo Novecento, nel 1923, “La coscienza di Zeno”, ovvero in assoluto il primo romanzo introspettivo e psicologico nella nostra letteratura, trovò un’Italia ancora impreparata ad accogliere e comprendere un romanzo straordinariamente moderno che, nella struttura, si mostrava assai diverso, sia dai primi due romanzi sveviani (Una vita e Senilità) che dai canoni della tradizione letteraria italiana. I motivi di questo distacco erano facilmente comprensibili; a spiegarli sarebbe bastata la valutazione dello sconvolgimento apportato alla società, in quegli anni, dall’onda anomala del conflitto mondiale e l’adesione, da parte di Svevo, a correnti filosofiche che non erano più quelle positiviste. In realtà, la causa dell’incomprensione e della diffidenza di pubblico e critica rispetto alle opere dello scrittore era dovuta soprattutto al fatto che egli, aperto ad una cultura che oltrepassava i confini del nostro Paese, avesse uno stile originale e personalissimo, che il mondo letterario italiano non solo non riusciva a capire e far proprio, ma che, anzi, definiva come uno «scriver male».

Ne La coscienza di Zeno, Svevo infatti abbandona lo schema ottocentesco del romanzo raccontato da un narratore estraneo alla vicenda e, fa sì che la sola voce che il lettore immagini di ascoltare sia quella del nuovo «inetto», il protagonista, che si proclama un antieroe, un incapace di fronte al peso sovrastante e grottesco della vita, ossia un uomo realista e talvolta spietato con se stesso e con gli altri: Zeno Cosini. Tuttavia, la vera forza dell’inetto, rispetto a coloro che non lo sono, è proprio quella di non vivere inchiodato a certezze che potrebbero crollare da un istante all’altro, ma di mettersi, grazie al disagio, in continua discussione con se stesso e con gli altri. Invitato a farlo dal proprio psicanalista, Zeno si cimenta nella stesura di un memoriale, una sorta di confessione autobiografica a scopo terapeutico.

Quando decide di interrompere la cura, il protagonista scatena l’indignazione del dottor S., il quale, in una lettera che costituisce la prefazione al romanzo, dichiara la volontà di pubblicare lo scritto di Zeno per vendicarsi della truffa subita dallo stesso. L’intero racconto scaturisce dalle parole del protagonista e il romanzo ha, pertanto, un impianto assolutamente autoanalitico. A dirla tutta, di Zeno, nevrotico e malato immaginario, non ci si può sempre fidare: ciò che egli racconta delle proprie esperienze lascia spesso il gusto dell’ambiguo, il dubbio su ciò che corrisponda a realtà e su ciò che, al contrario, sia frutto di una fantasiosa e consolante menzogna del protagonista. E’lo stesso dottor S. a farlo presente quando, nella propria lettera, allude alle «tante verità e bugie» che Zeno pare aver accumulato nel racconto di sè. La vera forza dell’inetto, rispetto a coloro che non lo sono, è proprio quella di non vivere inchiodato a certezze che potrebbero crollare da un istante all’altro, ma di mettersi, grazie al disagio, in continua discussione con se stesso e con gli altri.

Per comprendere la genesi e la concezione de La coscienza di Zeno, composto come prima stesura nel 1919, subito dopo la fine della prima guerra mondiale e il passaggio di Trieste e della Venezia Giulia all’Italia, riveduto e corretto negli anni successivi e stampato nel 1923 dall’™editore Cappelli di Bologna, sono da tenere presente le vicende biografiche di Svevo e, in particolare l’™amicizia con lo scrittore irlandese Joyce. Amicizia decisiva ed incisiva sulla personalità sveviana, che potè avere qualche influsso sul terzo romanzo, sul suo carattere moderno e avanguardistico e, la conoscenza della psicoanalisi di Freud, la quale si manifesta sia nella struttura generale dell’opera, configurata come una confessione scritta dal paziente Zeno Cosini, per ordine dello psicanalista che lo ha in cura, il “dottor S”, sia in qualche singolo episodio, come il noto lapsus dello sbaglio del funerale.

Tuttavia è bene osservare che lo Svevo ha utilizzato la psicanalisi, ovviamente, da scrittore e non da scienziato, ritenendola uno strumento o un sussidio ulteriore per l’™approfondimento del sondaggio psicologico (e per l’esplorazione di quello che il poeta triestino, Umberto Saba definì l’immenso reame dell’™inconscio) piuttosto che un efficace metodo terapeutico. Non bisogna dimenticare che all’elaborazione de La Coscienza di Zeno ha poi indubbiamente giovato, oltre alla lettura di autori come Ibsen, Weininger e Pirandello (e al vivo interesse per il personaggio di Charlot, protagonista di tante comiche chapliniane), l’™assidua e sempre più acuta e disincantata riflessione di Svevo sulla vita e sulla società umana e, specialmente, su quello che egli aveva chiamato nel Diario per la fidanzata (1896) il vigliacco mondo borghese e, che proprio nel terzo romanzo sottopone a un’impietosa indagine critica, polemica, dissacratoria e demistificante.

E’ anzi da rilevare che la visione dell’esistenza si allarga e si approfondisce enormemente ne La Coscienza di Zeno, rispetto a quella presente nei romanzi precedenti Una vita e in Senilità e, include la vita familiare, la clinica, l’ufficio, i rapporti fra gli uomini nel senso più ampio. Proprio percià il romanzo comunica al lettore un intenso sapore di vita: che è il nuovo “realismo” di Svevo, giunto al vertice della sua parabola narrativa e ormai capace di dominare perfettamente gli strumenti di lingua e di stile. Quello del nostro autore è un linguaggio per eccellenza analitico ed antiletterario, che esclude ogni ambizione esteriormente decorativa e calligrafica ed è tutt’uno con l’impegno assoluto dello scavo introspettivo. E corrisponde insieme alla nuova poetica di Svevo, ovvero a quella che è lecito definire la poetica della “coscienza”, già per taluni riguardi implicita nei due primi romanzi, ma qui pienamente esplicita nell’uso della “prima persona” e del “monologo interiore”.

Zeno Cosini è una sorta di fratello maggiore, più anziano, di Alfonso Nitti e di Emilio Brentani: è il terzo degli “inetti” sveviani, salvo che la sua “inettitudine” è diversa da quella dei suoi due predecessori e rifiuta sia il suicidio, che l’evasione dalla realtà nel simbolo. Al contrario, Zeno è tutto immerso nella realtà e, sia pure a suo modo e con un atteggiamento di svagato e disarmante dilettantismo, che lo induce piuttosto che a vivere, a sentirsi vivere, ad analizzarsi vivente (ed è proprio questa costante ed implacabile autoanalisi che lo porta all’inazione, alla malattia, alla nevrosi). E tuttavia a un certo momento egli viene favorito dalla fortuna, allorchè, dopo l’involontario suicidio del cognato Guido Speier, vince nel gioco di borsa, riesce a riassestare la situazione finanziaria dell’azienda di Guido, guarisce senza la psicanalisi del suo male e si arricchisce, durante la prima conflagrazione mondiale, per il rialzo dei prezzi. Anche se il conseguimento della sua salute individuale non esclude la ben più importante e grave “malattia” della vita umana, che è necessariamente “mortale” e che potrà forse “guarire” dopo che un esplosivo incomparabile avrà distrutto la terra.

Attraverso le sue molteplici esperienze esistenziali e, cioè il rapporto con il padre, il proposito mai attuato di smettere di fumare, l’amore non corrisposto per Ada Malfenti, il poco convinto matrimonio con la sorella di lei Augusta, la relazione con Carla Gerco, il lavoro nell’associazione commerciale dello Speier, Zeno è pervenuto a una specie di saggezza: un’amara, pessimistica saggezza, che lo rende non più inferiore agli “altri”, come erano stati il Nitti e, almeno in parte, il Brentani, ma uguale ad essi; o, addirittura, superiore perchè consapevole di quello che è effettivamente la vita: non una tragedia, ma una buffa e bizzarra commedia, che non va presa troppo sul serio e può suscitare tutt’al più un sorriso, non essere fonte di dolore e di pianto; o, piuttosto, una strana, sconcertante mistione di commedia e tragedia, dove tutto è possibile, casuale, assurdo, imprevedibile, “originale”.

E’ questo il significato più alto dell’ultimo Svevo e insieme il punto d’arrivo del suo itinerario di grandissimo scrittore del Novecento: di scrittore come pochi altri attento alla “problematicità del reale e, di conseguenza, all’imprevedibilità, alla casualità, all’assurdità, all’originalità dell’esistenza. Tale motivo si situa al centro dell’intera attività letteraria (e non soltanto di quella narrativa) dell’autore triestino; trova la sua più completa, aderente manifestazione umana ed artistica e, in un certo senso il suo simbolo ideale, proprio per quel che vi si avverte di ambiguo e d’inafferrabile, di sfingico e di meduseo, nell’ironico riso di Zeno. Quel riso che si dipinge anche sui nostri volti, miei adorati Naviganti ed Amanti della Parola Scritta, di fronte agli scherzi eccentrici e bizzarri che la sorte ci gioca: mi raccomando l’ironia, quella intelligente e rispettosa dell’individuo, è fondamentale, per rinnovare il nostro ardore di verità e non piegarci ai compromessi della storia. Buona passeggiata letteraria a Tutti, nei boschi dei Classici! Vostra Elena P.

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