Che cos’è un paesaggio? Un luogo reale, certamente. Una porzione di territorio che possiamo attraversare, abitare, riconoscere. Ma è anche qualcosa di più sfuggente: una costruzione mentale, una proiezione dello sguardo, un insieme di memorie, desideri, emozioni e immaginazioni che finiscono per sovrapporsi alla realtà.
È proprio da questa ambiguità che nasce Nowhere Land – The Imaginary Landscape of Photography, la mostra che Galleria Vik Milano dedica ad alcuni tra i più significativi interpreti della fotografia di paesaggio, riunendo autori provenienti da esperienze molto diverse tra loro, dal reportage alla moda, dall’architettura all’arte contemporanea. La mostra riunisce infatti artisti accomunati da una stessa convinzione: che il paesaggio non sia mai soltanto ciò che vediamo, ma anche ciò che immaginiamo.
La mostra prende avvio da una considerazione apparentemente semplice: in fotografia il paesaggio non coincide mai completamente con il luogo rappresentato. Nel momento stesso in cui viene scelto, inquadrato e trasformato in immagine, esso diventa già qualcos’altro. Memoria, racconto, simbolo, sogno, costruzione mentale. La fotografia registra il mondo, ma allo stesso tempo lo trasfigura. Lo sottrae alla geografia per trasferirlo nel territorio più instabile e affascinante dell’immaginazione. È proprio in questo scarto tra realtà e immaginazione che si collocano le opere riunite in Nowhere Land. Pur partendo da luoghi reali – città, campagne, mari, architetture, foreste o paesaggi costruiti – tutti gli artisti presenti in mostra utilizzano la fotografia non come semplice strumento di registrazione, ma come mezzo capace di reinventare il mondo visibile.
È ciò che accade nelle celebri vedute urbane di Gabriele Basilico, uno dei grandi maestri della fotografia italiana del secondo Novecento. Dalle periferie industriali di Milano alle città del Mediterraneo, Basilico ha trasformato il paesaggio urbano in uno dei grandi temi della fotografia contemporanea. Nelle sue immagini la città smette di essere semplice documento e assume la forma di una struttura mentale, di un organismo architettonico osservato con rigore quasi archeologico, dove ogni edificio, strada o piazza diventa parte di una riflessione più ampia sul rapporto tra uomo, spazio e memoria. E accade anche nelle fotografie di Lucio Gelsi, che dopo una lunga esperienza nel mondo della moda restituisce una New York sospesa e cinematografica, fatta di luci, prospettive e atmosfere che sembrano appartenere tanto al ricordo quanto alla realtà.
Un percorso differente ma altrettanto personale è quello di George Tatge, fotografo italoamericano nato a Istanbul, cresciuto tra Europa e Stati Uniti e residente da molti anni in Italia. Il viaggio, il nomadismo e l’incontro tra culture differenti costituiscono il nucleo profondo della sua ricerca. Tatge attraversa paesaggi naturali e urbani alla ricerca di segni, simboli e risonanze interiori. Nei suoi lavori il luogo concreto perde progressivamente importanza a favore dell’emozione, della memoria e della capacità dell’immagine di evocare stati d’animo universali. Le sue campagne, le sue architetture e i suoi spazi sospesi sembrano così collocarsi fuori dal tempo e dalla geografia, trasformandosi in territori dell’immaginazione.
Il paesaggio può assumere anche i contorni dell’apparizione. Nelle opere di Luca Gilli, tratte dalla serie Absolute Landscape, l’Islanda si presenta come una terra primordiale, ai confini del mondo, dove gli elementi naturali costruiscono scenari che sembrano emergere direttamente dall’immaginario. Una ricerca che trova un’eco nelle immagini di Federica Palmarin, dedicate a Mauritius: fotografie in cui il paesaggio viene progressivamente semplificato fino a ridursi a pochi rapporti essenziali tra cielo, mare, luce e orizzonte, sfiorando talvolta il linguaggio dell’astrazione pittorica. Sul sottile confine tra realtà e visione si muove anche il lavoro di Teresa Emanuele, da anni impegnata a interrogare l’ambiguità dell’immagine fotografica. Attraverso riflessi, ombre, trasparenze e particolari osservati da vicino, le sue opere trasformano la quotidianità in una dimensione evanescente e instabile, dove diventa difficile distinguere ciò che appartiene al mondo reale da ciò che nasce nella memoria o nel sogno.
In altri casi il paesaggio viene addirittura costruito o reinventato. È il caso dei collage fotografici di Anna Muzi, che assemblano frammenti provenienti da luoghi, tempi e contesti differenti per dare vita a geografie impossibili, sospese tra memoria, sogno e simbolo. Montagne, foreste, rocce, corsi d’acqua e figure umane vengono scomposti e ricomposti in nuovi scenari che non appartengono a nessun luogo reale e che sembrano emergere direttamente dal funzionamento della memoria e dell’immaginazione. Una logica diversa ma altrettanto sorprendente caratterizza il lavoro di Santi Caleca. Le sue fotografie nascono infatti dai modellini architettonici progettati da Ettore Sottsass e Johanna Grawunder tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Attraverso il controllo della luce, dell’inquadratura e della prospettiva, Caleca trasforma questi modelli in paesaggi credibili e quasi cinematografici, dove il confine tra architettura, design e territorio si dissolve. Luoghi che non sono mai esistiti e che tuttavia appaiono perfettamente reali.
Una dimensione più intima e contemplativa emerge invece nelle opere della giovanissima Olga Mai. I suoi piccoli paesaggi, caratterizzati da luci soffuse, atmosfere sospese e una grande essenzialità compositiva, sono racchiusi in preziose cornici d’antiquariato che li trasformano in oggetti da custodire, quasi fossero reliquie, ricordi o frammenti di mondi lontani. La scala ridotta delle opere invita lo spettatore ad avvicinarsi, a rallentare lo sguardo, trasformando l’osservazione del paesaggio in un’esperienza raccolta e personale.
Anche il mare e la natura, nelle fotografie di Antonio De Luca, cessano di essere semplici soggetti descrittivi. Attraverso un raffinato lavoro di selezione e sintesi formale, rocce, superfici d’acqua, alberi e linee del paesaggio tendono progressivamente verso l’essenzialità, trasformandosi in immagini di grande intensità poetica, dove il luogo concreto lascia spazio a una dimensione più mentale e universale.
Infine, la mostra ricorda che il paesaggio non è soltanto natura o architettura, ma anche presenza umana. Le fotografie di Uliano Lucas, maestro indiscusso del reportage italiano e testimone di oltre mezzo secolo di storia sociale del nostro Paese, raccontano un territorio fatto di persone, abitudini, tavole, relazioni e gesti quotidiani. Nelle immagini dedicate all’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta il paesaggio emerge attraverso la vita delle persone che lo abitano: famiglie, lavoratori, viaggiatori, momenti di convivialità e di trasformazione sociale. Un paesaggio umano che diventa memoria collettiva e ritratto di un Paese in profondo cambiamento. Le immagini raccolte in Nowhere Land sembrano suggerire che il paesaggio fotografico non appartenga mai del tutto ai luoghi da cui nasce. Appartiene piuttosto allo sguardo che lo interpreta, alla memoria che lo trattiene, all’immaginazione che lo trasforma. È lì, in quello spazio incerto tra realtà e visione, che la fotografia continua ancora oggi a reinventare il mondo.
Sede: Galleria Vik Milano, Via Silvio Pellico 8, Milano
Periodo di apertura: 16 giugno – 10 settembre 2026
Orari di visita: tutti i giorni, dalle 10.00 alle 21.00
UFFICIO STAMPA
Paola Martino
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Viale Coni Zugna 5, Milano
